Magnifica presenza

Spagna centrale, paesino deserto e assolato accanto all’autovia che da Madrid porta a Badajoz. Bar mai rinnovato dagli anni cinquanta, con neon d’epoca violacei che lampeggiano supplicando di essere sostituiti con stecche di led. No. Due tortillas e mezza, alcune vaschette che se ne fregano dell’ufficio d’igiene, e forse non è igienico prenderle in considerazione. Va bene una fetta di tortilla, i quattro che giocano a carte hanno finito da ore la cerveza ordinata a pranzo, e non distolgono mai lo sguardo dal tavolo, anche se non ci sono soldi in palio. Chiedo una limonata in bottiglietta, non la ricorderò come la migliore della mia vita. Il barista è gentile, mi parla con un vago sorriso, in uno spagnolo neanche tanto frettoloso e ritiene prematura la mia richiesta di caffè: devo ancora mangiare, perché non lo ordino dopo? Perché io vivo a Lisbona e un po’ a Roma. Dove prima si paga tutto, poi ci si allontana roboticamente con il vassoio o il bicchiere, e non si fa credito nemmeno per dieci minuti: l’epoca in cui il Conte Mascetti faceva il “rigatino” fuggendo in divisa da cameriere da un albergo lussuoso non pagato è paleocene.

E quasi ovunque, anche nella stessa Spagna del barista che si stranisce, per accedere a un servizio bisogna interpellare un’inflessibile voce computerizzata, che sbaglia spesso, ma non perdona errori altrui. E, come un killer, chiude la linea, perché non ha umanità, non essendo, appunto, umana. L’umano è invece quello che, il giorno dell’appuntamento, è fatalmente fuori sede per un servizio non identificato. Diffido i miei coetanei da ogni forma di aimieitempismo: il mondo cambia perché siamo sempre di più, perché se fatti non fummo a viver come bruti è normale che la tecnologia serva a liberarci da ogni gesto ripetitivo e avvilente. Ed è forse inevitabile che tanti furbetti spaccino per dovere civico l’ubbidienza cieca dell’avventore. Ma il senso di questa storia di frittate e caffè non è ribellione e mugugno, è capire se un po’ di rapporto umano possa sopravvivere a una modernità di cui non si è ancora capito il senso.

Siamo diventati campioni nell’interiorizzare il peggio e privilegiare i concetti bui nel lessico quotidiano: al telefono, una ragazza di Cerveteri propone alla sua amica una pizza “in presenza” per sabato. Poi attende un po’ la risposta, nel timore di avere osato, nell’era in cui la tele-pizza è superata dalla smart-pizza, chissà, forse trasmessa via WhatsApp. La paura di apparire antichi frena gli incontri tradizionali, magari inaspettati, quelli, appunto, “in presenza”: nei paesini esistono ancora, nelle città la comunicazione mediata dall’elettronica ci fa rimpiangere persino gli annaspanti “d’altra parte è così”, da cui cercavamo disperate vie d’uscita. Reinventarsi una vita vera al posto di quella virtuale, che ormai interpretiamo anche davanti allo specchio del bagno, sembra impossibile. Tornare indietro, mai. E non daremo più buone notizie, che non fanno notizia, perché qui sta il segreto della comunicazione: un tempo, vedendo in lontananza un amico pessimista avremmo cambiato marciapiede, ma ora no, la catastrofe sul monitor sa di fiction, e la fiction va caricata di tensione. Così viviamo come serie tivù anche le guerre e le carestie, di cui fatalmente prevederemo gli sviluppi più neri. Ai pochi nostalgici della voce umana resta il brutto bar spagnolo, che rincuora un minimo, e non fa male. Evitando i sottaceti.