Come è cambiata la città

In una sua ultima intervista al Corriere della Sera l’architetto Renzo Piano, tra l’altro, dichiara: “L’Europa è una immensa città diffusa. Il contrario di città non è campagna: è deserto; e in Europa trovi tutto, metropoli e borghi, boschi e fiumi, campi e mari, tranne il deserto. In tutto il Continente non esiste un posto da cui non si possa raggiungere in un’ora un ospedale, una sala per concerti, una biblioteca. Ogni 150 metri c’è la fermata di un tram, ogni 300 di una metropolitana; ogni dieci chilometri c’è una stazione, ogni 150 chilometri una stazione dell’alta velocità. I centri storici però si stanno svuotando, a Parigi, a Roma, a Firenze, a Venezia vedi tante case con le finestre spente. Perché sono “case trofeo”: acquistate da miliardari che magari ci vengono una volta ogni due anni. Il punto è riportare in centro chi ama la musica, i libri, la pittura, costruendo auditorium, centri di ricerca, musei. E anche riportare in centro il lavoro, l’artigianato, la scienza, i mestieri d’arte”.

In realtà, Renzo Piano con queste parole testimonia la sua piena stima, la condivisione con quanto ribadito un secolo e mezzo fa da Max Weber. E cioè: “La città è un ambito territoriale caratterizzato dalla presenza di un complesso di funzioni e di attività integrate e complementari, organizzato in modo da garantire elevati livelli di efficienza e da determinare condizioni ottimali di sviluppo delle strutture socio-economiche”. Queste belle frasi, queste conferme sul ruolo determinante del costruito in contrapposizione con ciò che non è costruito ci caricano di ottimismo, perché ci fanno scoprire ancora una chiara coscienza a fruire il territorio nel modo migliore, amplificando cioè tutte le convenienze che una società organizzata può offrire a chi decide di vivere in ciò che chiamiamo città. Ma questo approccio positivo e ottimistico dimentica che sono cambiati, soprattutto negli ultimi venti-trenta anni, dei riferimenti che, in fondo, caratterizzavano l’innamoramento per l’urbano.

– È venuto meno l’attaccamento alle proprie origini; l’abbandono della propria città natale, la non esigenza, quasi vitale, di tornare sistematicamente nel rione in cui si è vissuti per molti anni, l’amore cioè a ciò che forse erroneamente chiamiamo “nostalgie infantili” di ciascuno di noi. Nostalgie che sono o scomparse o ridimensionate al punto tale che il riferimento con il proprio passato è praticamente delegato al proprio documento di riconoscimento in cui, tra gli altri dati, figura la città in cui si è nati.

– È venuta meno anche la configurazione storica dell’urbano e ha ragione il senatore Piano, quando ricorda la ricchezza della offerta di occasioni di incontro e della offerta di servizi diffusi sul territorio, sia quelli legati alla mobilità (treni e metropolitane) o alla cultura (musei e centri di ricerca); ma le abitazioni non sono più ricche di vita in quanto, specialmente all’interno di ciò che definiamo “centri storici”, sono diventati siti in cui tornare saltuariamente. E quindi difficilmente soggetti a fenomeni manutentivi in grado di conservare inalterata la qualità dell’intero impianto urbano.

– Le ferrovie ad alta velocità e il convincimento di attrezzare le grandi e le medie realtà urbane con reti metropolitane ha praticamente modificato il concetto di distanza. E ha anche rivisitato l’abitudine a utilizzare una o un’altra realtà urbana. Ha modificato l’abitudine a vivere in un contesto urbano o in un altro, perché la possibilità di raggiungere il posto di lavoro è tale da poter anche vivere in un’altra città distante anche più di 200 chilometri.

– Le catalogazioni classiche quali quartieri, periferie, centri, aree commerciali, aree residenziali, hanno perso o stanno perdendo il classico significato di realtà quasi circoscritte da confini che annullavano proprio il tessuto connettivo che era proprio della città. E oggi assistiamo a un continuum amorfo in cui le stesse periferie spesso preferiscono rimanere quanto il più possibile periferie, che crollare in aree prive di ogni identificazione, cioè quasi in ciò che in termini bellici chiamiamo “terra di nessuno”.

– Le invasioni mirate sia di un numero rilevante di famiglie provenienti da Paesi spesso non europei, sia di Società immobiliari interessate a modificare in modo sostanziale l’assetto patrimoniale di alcune aree o il cambiamento sostanziale di alcune destinazioni d’uso di beni immobili come gli alberghi o gli uffici pubblici, ha praticamente quasi annullato la funzione dello strumento di piano regolatore comunale. Uno strumento che, una volta, evitava che i cambiamenti dell’urbano avvenissero senza, quanto meno, la presa di coscienza dei diretti fruitori della città.

Quindi, non è il mio uno sfogo quasi nostalgico per aver perso, soprattutto negli ultimi anni, le categorie che avevamo nel tempo riconosciute come riferimenti portanti del “costruito”. E automaticamente forse, a scala generazionale, saremo costretti ad utilizzare una grammatica diversa proprio nel descrivere la evoluzione del nostro abitare, nel descrivere le comodità o i fastidi di un vivere completamente diverso da quello che ci aveva visti, fino a venti anni fa, fruitori diretti della città. E forse è iniziata una nuova fase: quella della assenza di ogni identificazione fisica, di ogni innamoramento verso un determinato sito, verso una determinata configurazione che nel tempo ha fatto da quinta alla nostra crescita. Non sappiamo se tutto ciò sia un bene o un male. Sappiamo però che l’unico sforzo che dobbiamo compiere è quello di non cadere mai in un isolamento forzato del nostro vivere e, quindi, sarà opportuno sempre essere coscienti della importanza di una città sommatoria di funzioni, di attività, di interessi. Di una città come l’aveva descritta Max Weber.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole