Lavandino superstar

I social pullulano di gente che si vanta di sogni allo stato puro ma ormai interiorizzati come si fa quando si ripete una bugia tante volte da farla diventare credibile anche a noi stessi. Quando poi muore un vip scattano i record, e il web si riempie di incontri improbabili, sodalizi assurdi, frasi storiche e lodi sperticate mai pronunciate. Fuori dalla Rete, ognuno ha conoscenti ai quali deve fare una tara, spesso prossima al cento per cento. Perché molti, invece di cercare di elevarsi un millimetro, preferiscono apparire grandiosi nascondendo dietro un dito la propria nullità. Ma nella Roma spesso definita spaccona esiste una signora, orgogliosissimamente cameriera ai piani. Si chiama più o meno Samanta, ma di sicuro non lo scrive con l’inutile acca. Appare su Facebook, con onesta frequenza. Ma, pure se ha lavorato una vita in hotel con cinque stelle vere, non ha mai postato foto con Madonna o Brad Pitt: il suo vanto più grande è la brillantezza dei bagni da lei puliti e lucidati con un amore che potrebbe indurre i più sensibili a rimandare i bisogni corporali a situazioni meno luccicose. Lei lustra, fotografa, e pubblica la sua arte linda, senza commenti, ma con un sottinteso invito ad ammirare l’eccellenza minimalistica piuttosto che fenomeni tutti da dimostrare.

Al telefono, in mezzo alle chiacchiere, annuncia puliture con voce soddisfatta, quasi ammiccando a una specie di segreto professionale. Come quel lustrascarpe che, sotto la Burlington Arcade di Londra, usa una crema, pare, resa magica da alcune gocce di Dom Perignon di annata regale. Samanta senz’acca scrive pure. Scrive bene, molto bene. E si butta anche in sceneggiature, ma non ne parla volentieri, perché sa che il sogno deve trasparire, ma non troppo. E con tristezza contenuta talvolta fa aleggiare un ex marito facoltoso, senza mai aggettivare. In estate non diffonde proprie nudità banalizzate da bikinetti al mare. Manda saloni di storici hotel malinconicamente abbandonati da proprietà che preferiscono casermoni modulari con piscine e spa. E poi appartamenti reali con la polvere della storia che non ritorna. Ammette di desiderare una notte da cliente in una di queste immense camere, tutte diverse fra loro, e racconta sommessamente leggende di illustri ospiti con la voce di chi ha osservato senza farsi notare, senza mai invadere terreni non propri, perché professionalità è anche saper non esistere.

Intanto, nella parte di mondo che non appartiene a Samanta, il partito del Checcevò sfiora la maggioranza assoluta. La concretezza che dovrebbe essere simbolo del millennio crolla di fronte a prospettive spettacolari in salsa demagogica. Si fabbricano a ritmo serrato neologismi anglosassoni di improbabili figure lavorative, iper-specializzazioni troppo futuristiche per abilitare a qualsiasi lavoro contemporaneo. E poi migliaia di viaggi della speranza a Londra, dove qualcuno trova occupazione adeguata, ma tanti vivacchiano e tornano raccontando prospettive fumose durante la cena di Natale. Qualsiasi termine che contenga la parola “manager” o “director” evoca poltrone presidenziali in uffici di cristallo. Ma nella realtà, il mercato non è pronto alla prospettiva di super-nicchie per tutti, mentre le consegne a domicilio sono sempre in agguato. Nel quadro appare anche la massa salottiera d’accatto che usa americhescion(s) per stupire capannelli distratti, con un effetto-fuffa che satura l’etere: ma sono comunque in tanti ad abboccare. Tutto questo non significa che l’avvenire sia fatto di lavori antichi. Ma mentre tanti si affannano a ipotizzare prospettive in gran parte irrealizzabili, qualcuno capisce che esiste ancora un futuro per una parte del passato e del presente.

Splendido, splendente.