Chomsky

Il mio amico Chomsky è un saggio. Ha visto la finale europea a casa mia e ha gioito senza eccessi. Non si è inventato scenari intergalattici, non si è ammassato pur di vedere gli eroi rischiando un maxi-focolaio di Covid, non ha trascorso giornate a discutere sulle medaglie conquistate e su quelle snobbate, sulle petizioni patetiche per rigiocare le partite, sui principini imbronciati, sul Mattarella abbandonato, sui ricatti di Bonucci al Quirinale, sui cortei con silenzio-assenso, sui pestaggi agli italiani, sulle ricadute planetarie.

E poi non si è inventato storie dell’Inghilterra medievale, non ha cercato scoop su vincitori e vinti, non è diventato nazionalista e patriottico dopo aver gettato fango sull’Italia, non ha trovato tutti i Paesi del mondo migliori del suo per poi disprezzarli per novanta minuti più recupero. Si è ben guardato dal pensare che una gara sia la migliore occasione per sfogarsi e picchiare, ha tenuto un comportamento pacioso dall’inizio alla fine. E non ha gioito delle altrui fratture.

Non ha avuto il terrore del contagio per poi abbracciare chiunque, non ha creduto che vincere un campionato risolvesse tutti i problemi italiani, non ha serpentato insinuazioni sulle mogli dei giocatori, non ha vissuto la finale come qualcosa di più importante della sua vita e della sua famiglia.

Infine mi ha convinto che il tifo non è più quello di una volta. E non per gli sponsor imperatori del mondo e per il calcio dirompente e prepotente: solo perché non gli va che una festa scavi tutto il peggio di noi e lo faccia esplodere.

Chomsky è un cane. Un Labrador con qualche ingerenza. Buona.