Le subculture suprematiste

Su alcuni aspetti “culturali” del “caso Brusca”. Ci sono (sub)culture suprematiste per le quali non hanno alcun senso e sono anzi motivo di riso, lazzo, sberleffo e trastullo i valori e gli stessi termini dell’universalismo cristiano e liberale nonché le leggi dello Stato. Tra i due mondi non c’è nè linguaggio né misura comune. Chi cresce in queste sub-culture particolariste è abituato a dividere l’umanità in due categorie: i “superiori” che credono e obbediscono a leggi e a norme etiche diverse e “irregolari” e gli inferiori che obbediscono a quelle comuni e “regolari”.

Sono sub-culture fortissime perché nutrono il narcisismo e il senso di onnipotenza e di superiorità dei loro adepti. Queste “culture” sono parecchie e non solo in ambito etnico (come il nazionalismo e il razzismo), ma anche in ambito politico e perfino religioso. La subcultura mafiosa è una di queste. Essa divide infatti l’umanità in “mafiusi” (coraggiosi), “sperti”, “listi”, capaci di farsi “giustizia” da sé da una parte; e dall’altra: i “babbi” (stupidotti), i “cacasutta” e “piglinculi”: insomma i “regolari” (gli individui dabbene che studiano, lavorano e rispettano le leggi comuni). Per gli adepti alla sub-cultura mafiosa dell’”anti-Stato”, il cosiddetto “pentimento” è un autentico non senso perché significherebbe passare dalla categoria dei superiori “mettinculi” a quella degli inferiori “piglinculi”.

E questo “n’um po’ essere mai e poi mai”. Il “pentimento” è invece per molti (non tutti) mafiosi solo un’occasione offerta da quei “babbi” dei regolari non solo per farla franca, ma anche per confermare la sua “superiorità” etica e intellettuale, e quella della cultura mafiosa. Per rendere credibile il suo “pentimento” il mafioso non farà altro che confermare quello (di vero e di falso) che ha intuito che il Pm voglia sentirsi dire (per esrmpio, ieri su Andreotti o Berlusconi, oggi sulla “trattativa” Stato-mafia). E recitare le formulette risapute del “ravvedimento”. Il culmine del comico si raggiunge quando alla teatrale richiesta di “perdono”, alcune “anime belle” fanno a gara per concederglielo, col cuore dilaniato e tuttavia intenerito dall’occasione di mostrare pietà per un grande peccatore, anch’egli in fondo “un ultimo”, anzi un “dannato della terra”.

C’è una tragicomica simmetria nella messa in scena pubblica. Uno finge di “pentirsi” e di chiedere “perdono” e l’anima bella ne dubita, ma finge di “perdonarlo” perché non può smentire il suo cristianesimo e la “pappa del cuore” che ad esso si usa collegare. Il comico viene dal prendere sul serio questa messa in scena. Il sedicente “pentito” sghignazzerà allora in cuor suo. per avere fatto fessi ancora una volta i “cacasutta”, i “babbi” e i “piglinculi”. Sghignazzerà come un satanello “viddano” e grugnirà come un “verru” appunto perché il perdono avrà confermato la sua superiorità non solo etica (ha sempre le palle per farsi “giustizia” da sé), ma anche intellettuale. In fondo anche la sua “cultura” si sarebbbe - secondo lui - confermata “superiore” secondo il solito adagio: “chiecati juncu ca passa la chiena”.