La rivoluzione senza proletari e l’islam-comunismo (seconda parte)
Ruhollah Khomeyni (Foto Ansa)

Nel 1979, in Iran, la monarchia dello Scià fu abbattuta da una mobilitazione alla quale parteciparono islamisti, marxisti, nazionalisti e altre componenti della società. Non tutti perseguivano lo stesso progetto. Per molti l’obiettivo immediato era la fine di un regime autoritario, mentre per le correnti rivoluzionarie islamiste vicine a Ruhollah Khomeyni la trasformazione doveva condurre a un ordinamento politico fondato sull’autorità religiosa. Dopo la vittoria, le differenze non solo non scomparvero, ma diventarono decisive. Le forze legate a Khomeini consolidarono progressivamente il controllo dello Stato e repressero numerosi antichi alleati. Anche le organizzazioni comuniste furono colpite, fino alla durissima repressione del partito Tudeh nel 1983. La convergenza rivoluzionaria non aveva prodotto una sintesi fra marxismo e islamismo. Aveva contribuito a eliminare l’avversario comune, lasciando poi che il conflitto tra i diversi progetti fosse risolto attraverso i rapporti di forza. La lezione iraniana non è che ogni alleanza fra movimenti diversi debba necessariamente concludersi nello stesso modo. È che la comunanza di un nemico non garantisce affatto la compatibilità degli obiettivi successivi. Anzi, proprio quando l’alleanza riesce a conseguire il proprio scopo immediato, le contraddizioni che l’avevano accompagnata possono diventare esplosive.

La situazione internazionale contemporanea presenta un’altra forma di convergenza fra sistemi ideologicamente differenti. La Repubblica islamica iraniana ha sviluppato rapporti strategici con la Russia e con la Cina, oltre a sostenere organizzazioni armate come Hamas. Non esiste fra questi soggetti una dottrina politica unitaria. La Russia non è uno Stato marxista, la Cina conserva un sistema a partito comunista con un’economia profondamente trasformata, l’Iran è una repubblica islamica sciita e Hamas è un’organizzazione islamista sunnita, eppure esistono interessi geopolitici convergenti, soprattutto nella contestazione dell’influenza statunitense e degli equilibri internazionali sostenuti dalle potenze occidentali. Non significa che tutti perseguano identici obiettivi, né che ogni loro interesse sia incompatibile con quello europeo o americano. Significa che differenze ideologiche anche profonde possono essere subordinate a convenienze strategiche considerate prioritarie. È una logica che, con tutte le necessarie distinzioni fra Stati e movimenti politici, aiuta a comprendere anche le possibili convergenze fra rivoluzionari marxisti e islamisti. Ma qui emerge un interrogativo che riguarda direttamente il destino delle ideologie. Quando un movimento modifica progressivamente i propri strumenti, i propri alleati e perfino alcuni dei propri principi per conservare o conquistare il potere, è ancora l’ideologia a guidarne le scelte, oppure è ormai la ricerca del potere a utilizzare l’ideologia? Il comunismo cinese offre un esempio di adattamento economico finalizzato anche alla conservazione del monopolio politico.

Le convergenze fra alcune correnti rivoluzionarie e movimenti islamisti sollevano una questione diversa, ma collegata: fino a che punto un’ideologia può contraddire i propri principi dichiarati pur di individuare nuovi alleati? Naturalmente la risposta non può essere identica per tutti i movimenti, e sarebbe scorretto attribuire a un’intera tradizione politica le intenzioni di alcune sue componenti. Ma il problema generale rimane. Una dottrina che aveva fatto dell’emancipazione dall’autorità religiosa uno dei propri presupposti può arrivare a considerare alleati movimenti che propongono la sottomissione a estreme forme di autorità religiosa. Una tradizione che aveva individuato nel proletariato industriale il soggetto della trasformazione storica può cercare altrove le energie necessarie a mantenere viva la propria prospettiva rivoluzionaria. Una politica che dichiara di voler liberare gli l’umanità dallo sfruttamento può così finire per giudicare secondaria la natura delle libertà che i propri alleati strategici intendono riconoscere loro. Il precedente iraniano dovrebbe almeno suggerire prudenza, perché chi pensa di utilizzare un alleato incompatibile con i propri principi può scoprire, dopo la vittoria, di essere stato utilizzato a sua volta. La storia delle rivoluzioni è piena di uomini convinti di sapere quale società sarebbe nata dopo la distruzione di quella esistente, ma molti di loro non ebbero il tempo di verificarlo.

Il problema, in fondo, non è soltanto quello del comunismo, dell’islamismo o della globalizzazione: è il rapporto fra le idee e il potere. Le idee possono orientare la politica, darle un significato, stabilire limiti alle azioni di chi le sostiene; ma possono anche trasformarsi in strumenti di legittimazione di obiettivi che, progressivamente, acquistano una propria autonomia. Quando accade, l’ideologia può cambiare quasi tutto senza rinunciare al proprio nome. Può cambiare il soggetto della rivoluzione, gli strumenti economici, gli alleati e perfino il modello di società che sembra disposta a tollerare. E allora rimane soltanto un elemento di continuità, tanto più tenace quanto meno viene dichiarato: la convinzione che la conquista del potere giustifichi le contraddizioni necessarie per raggiungerlo. Ed è forse questo il paradosso più amaro della rivoluzione senza proletari: continuare a cercare una rivoluzione anche quando, per renderla possibile, si è costretti a cambiare quasi tutto ciò in nome del quale la si voleva compiere.

Aggiornato il 06 novembre 2026 alle ore 13:55