Il 20 ottobre, a Manama, Emmanuel Macron e il re del Bahrein Hamad hanno assistito alla firma di un memorandum d’intesa tra i rispettivi ministeri degli Esteri sugli usi pacifici dell’energia nucleare. Il testo riguarda la formazione delle competenze che serviranno al Bahrein per avviare un programma civile e non prevede reattori né investimenti. Il suo peso politico è però maggiore della portata tecnica, perché nel nucleare i rapporti tra Stati cominciano quasi sempre dalla formazione e poi durano decenni.
Macron è andato nel Golfo soprattutto per cercare gasolio, mentre in Francia si protesta contro il caro carburanti, e l’Eliseo è tornato con impegni per circa 100.000 tonnellate al mese dagli Emirati e altrettante dal Bahrein. Dalla guerra iniziata il 28 febbraio, Hormuz è un passaggio intermittente e insicuro, e in ottobre gli attacchi alle navi hanno toccato il livello più alto da marzo. Dallo Stretto transita anche circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, tanto che Bruxelles ha sospeso i dazi su urea e ammoniaca. Le monarchie del Golfo stanno ripensando rotte, oleodotti e alleanze, e in questa fase cercano partner in grado di offrire insieme sicurezza ed energia. Parigi si candida a questo ruolo su più fronti.
A Manama Macron ha proposto di coprodurre missili e di allargare la cooperazione navale e sui droni; insieme a Londra, la Francia ha lanciato una missione per riaprire lo Stretto non appena Washington e Teheran troveranno un accordo, e ha deciso l’invio di soldati a protezione del porto saudita di Yanbu. Il nucleare civile dà a questi impegni un orizzonte molto più lungo. Una centrale resta in funzione sessanta o ottant'anni e per tutto quel tempo dipende da combustibile, manutenzione, personale addestrato e norme di sicurezza, cioè da un rapporto stabile con il Paese fornitore. I programmi di formazione precedono i contratti proprio perché fissano gli standard tecnici e indirizzano le scelte successive.
Negli Emirati la centrale di Barakah, quattro reattori che coprono un quarto del fabbisogno elettrico, è stata costruita dai sudcoreani, che nel 2009 superarono l’offerta francese. Il Bahrein aveva già firmato un’intesa con Washington nel luglio 2025, e Russia e Cina propongono impianti con il finanziamento incluso. Che Manama, dove ha sede la Quinta flotta americana, apra un secondo canale con Parigi conferma che i governi del Golfo vogliono avere più di un interlocutore anche su questo dossier. Diversificazione strategica. La Francia, che produce con l’atomo gran parte della sua elettricità e controlla l’intera filiera, dall’estrazione dell’uranio al riprocessamento, ha i titoli per inserirsi.
Visto da questo lato delle Alpi, c’è tanto da rimpiangere. Con il referendum del 1987 l’Italia ha chiuso le sue centrali e con quello del 2011 ha bloccato il ritorno all’atomo, rinunciando anche alla possibilità di usarlo come strumento di politica estera. Le imprese e i centri di ricerca italiani hanno conservato competenze di valore, che però hanno speso soprattutto nei cantieri di altri Paesi. Chi non produce energia nucleare in casa difficilmente può proporla ad altri governi o avere un ruolo di primo piano nelle sedi in cui si definiscono standard e alleanze. Così, nel Golfo che sta ridefinendo i propri equilibri, l’Italia si presenta senza uno strumento che Parigi ora valorizza al massimo.
Il 23 settembre scorso il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega sul nucleare sostenibile; il governo ha ora dodici mesi per i decreti attuativi e indica il 2034-2035 per i primi reattori. Il treno sembra finalmente partito. Perché arrivi a destinazione servono decreti puntuali, un'autorità di sicurezza autorevole e un consenso politico in grado di reggere ai cambi di maggioranza. Servirà anche una diplomazia che cominci fin d’ora a considerare il nucleare italiano uno strumento di presenza internazionale, a partire proprio dal Golfo.
Aggiornato il 29 ottobre 2026 alle ore 11:28
