Leggi buone se poche
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Il geopolitico Dario Fabbri, oggi molto di moda, ha definito il Congresso degli Stati Uniti d’America “accidioso” perché, in questa legislatura, ha sancito e promulgato poco più di cento leggi; il Parlamento italiano, nel frattempo, ne ha prodotte più di quattrocento. Non si ricorda, però, di quanto disse e scrisse Marco Tullio Cicerone: le leggi sono buone quando poche.

Questo non in quanto una società libera non debba essere un fiume che scorre tra solidi argini e la libertà individuale e vada evitato straripi a danno di quella altrui, ma in quanto la norma di legge è rigida, prima ancora di rigorosa. Imbriglia individui e comunità. Ostacola di regolarsi con diritti ed obblighi fissati da liberi accordi contrattuali, consuetudini, costumi morali. È questo insieme di principî a regolare la vita di individui e collettività, come ricorda, nelle sue considerazioni sulla natura umana, anche il recente filosofo britannico Roger Scruton.

Dobbiamo avere memoria, prima di tutto noi italiani, di come la legge, sempre dura (dura lex sed lex), e quindi poco elastica, fosse solo una delle fonti, e la meno estesa, del diritto romano. Essa conviveva con la consuetudine, gli usi della gente e delle “genti”, in un grande impero plurietnico, le norme dei canoni religiosi, prima gentili e, poi, vieppiù cristiani. Quando tutto venne raccolto, più del codice delle leggi e del manuale istituzionale, furono rilevati le pandette, cioè la raccolta dei pareri dei giuristi, formulati con il richiamo anche ad usi, consuetudini e precetti morali. Questi ultimi si adeguano in modo più elastico ai tempi ed alla realtà sociale. Tanto che, ancora dopo l’Unità d’Italia, non era raro trovare, nella giurisprudenza di Cassazione, richiami pandettisti, i cui principî non contrastano con norme vigenti. Le leggi sono buone se poche, lo ricordino i governi ed i parlamentari.

Aggiornato il 26 ottobre 2026 alle ore 10:38