Durante la contestazione del 68, in Francia, due slogan andavano per la maggiore. Il primo diceva “L’imagination au pouvoir”, il secondo“Soyez réalistes, demandez l’impossible”. Si trattava di veri e propri proclami fondati sul nulla e molto presuntuosi, come se l’immaginazione fosse una virtù riservata a chi scendeva in piazza, e, ovviamente, nessuno ne ha poi trovato traccia nella politica francese. Nelle manifestazioni italiane e non, di questi giorni, mi capita di sentire una ragazza la quale, approfittando del microfono di una giornalista, esclama con fervore “ci stanno rubando il futuro!” mentre, poco distante, un ragazzotto sbandiera un cartello con una sentenza geniale che avrebbe entusiasmato, si fa per dire, la Margaret Mead di Il futuro senza volto: “Il futuro siamo noi”. Volendo sorridere dovremmo consigliare alla prima, derubata del futuro, di prendersela col secondo che se ne dice in possesso.
Ma c’è poco da scherzare perché i danni provocati dalle violenze non sono solo materiali ma, grazie alla forza dell’imitazione, di cui ho già scritto, riguardano anche i principi di civile coesistenza collettiva, che esaltano la solidarietà e allo stesso tempo la competizione non violenta, fondamentali anche sul piano del diritto in una società liberale.
Dissolto, almeno in parte, l’errore di chi credeva davvero che manifestazioni del tipo che abbiamo visto fossero acefale, senza un capo organizzatore – cosa sociologicamente irrealistica – c’è dunque da chiedersi chi siano e dove si nascondano i ‘cattivi maestri’ del momento. Ma penso che si sarà poco da aspettare. È piuttosto preferibile, da un lato, chiosare il paradigma circa il futuro e, dall’altro, sottolineare ancora una volta l’ambigua posizione della sinistra.
In tema di timori per il futuro va detto che si tratta di una sindrome del tutto posticcia, fatta circolare per dare un’apparenza quasi intellettuale a gesti plateali e violenti che, in realtà, sono motivati dall’eterna e intramontabile ambizione di giovani male educati a farsi largo senza rispetto per le regole, essere protagonisti ad ogni costo e cambiare rapidamente il mondo. Va infatti sottolineato che nessun giovane, in secoli o anni molto più bui e miseri degli attuali, si è mai davvero preoccupato del proprio futuro perché per un sedicenne o un ventenne il futuro, semplicemente, non esiste oppure consiste in un territorio lontano che riguarda solo gli adulti. Chi chiede a un ragazzo “cosa vuoi fare da grande” ottiene sempre e da sempre, con lodevoli eccezioni, risposte vaghe basate sull’oggi, non sul domani ossia su ciò che vorrebbe essere ed avere attualmente ignorando del tutto, comprensibilmente, ciò che potrebbe essere e volere in futuro. Il guaio sta semmai nel fatto che, ciò che vede oggi fra realtà quotidiana e virtualità telematica, costituisce un panorama pieno e debordante di ‘cose’ non solo attraenti ma persino trascinanti e, per i più, insopportabilmente irraggiungibili. Nei più deboli, in fatto di personalità e di educazione, la rinuncia e la paziente laboriosità ben presto soccombono e allora ecco rinascere la poco originale utopia, ben orchestrata dai grandi, della ‘rivoluzione’, destinata, peraltro, ad esaurirsi in brevi aggregazioni e insensate ribellioni stradali.
La posizione della sinistra, di fronte a tutto questo, è davvero sconcertante anche se non nuova. In ogni dichiarazione di esponenti del Pd, dei 5 stelle o di Avs l’espressione “condanna” in merito a ciò che sta accadendo, affoga in mezzo ad un mare di accuse alla destra, alla polizia, magari al capitalismo e, alla fine, al Governo. Non si riesce assolutamente a capire quali originali interventi un Governo di sinistra saprebbe attuare nell’immediato e quali progetti di medio e lungo termine abbia in serbo per risolvere questo come gli altri problemi del Paese. Vedremo il loro programma elettorale, del quale per ora non c’è traccia. Ma, di fronte a ribellioni assurde e violente che, fra l’altro, potrebbero peggiorare e generare poco simpatiche reazioni di varia natura, una collaborazione col Governo, senza arrière pensée né da una parte né dall’altra, sarebbe non solo utile ma darebbe il segno di una ‘condanna’ onesta e sincera della violenza, come si converrebbe per una opposizione degna di questo nome e del ruolo non sempre e solo di parte che dovrebbe svolgere in una democrazia matura.
Aggiornato il 26 ottobre 2026 alle ore 10:54
