C’è un fotogramma sonoro, registrato nelle pieghe più oscure del carcere di Opera, che sgombra il campo da decenni di ipocrisie e rischia di far tremare i polsi a molti.
È la voce di Totò Riina, il capo dei capi, mentre passeggia con il compagno di ora d’aria Alberto Lorusso. Ma in quel dialogo non parla un boss onnisciente che rivendica un trofeo. Accade l’esatto contrario: è Riina stesso a chiedere cosa ci fosse scritto nell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Poi, aggiunge una frase che non solo conferma le ricostruzioni più coraggiose, ma sposa e anticipa la verità emersa dai procedimenti giudiziari: “I servizi, i servizi l’hanno presa”.
LA VERA SCATOLA NERA DELLA REPUBBLICA
Quella frase cambia tutto. E ci dice ciò che oggi anche le sentenze hanno scolpito nella pietra: l’agenda rossa - svanita nel fumo, nelle macerie e nel sangue di Via D’Amelio il 19 luglio 1992 - non è stata fatta sparire dai picciotti di Cosa Nostra. È stata trafugata da pezzi deviati dello Stato.
Non è una teoria complottista. Lo dicono gli atti, lo dicono i giudici e lo dimostrano quelle immagini storiche agghiaccianti, con uomini delle istituzioni immortalati mentre si allontanano dal teatro della strage stringendo tra le mani la borsa in pelle di Borsellino. Quella borsa che custodiva il diario di bordo degli ultimi, drammatici 57 giorni del magistrato. Quella è la vera scatola nera della nostra Repubblica.
Oggi, a 34 anni di distanza, non possiamo più permetterci il lusso delle verità di comodo. Non serve una “parte” di verità ad uso e consumo delle tifoserie d’area: serve una verità condivisa, matura, scomoda, capace di superare la favola banale dei “buoni contro i cattivi” per guardare in faccia i fatti nudi e crudi.
GIÙ LE MANI DAI FIGLI DI PAOLO BORSELLINO
Per arrivare a questa verità, però, occorre fermare un massacro mediatico e culturale inaccettabile. Bisogna smetterla di dividersi in fazioni ideologiche e mettersi di traverso di fronte alla vergognosa opera di demonizzazione condotta contro i figli di Paolo Borsellino.
È sconcertante assistere a certi salotti e convegni dove una fazione di giornalisti, avvocati e perfino taluni magistrati si ritrova sistematicamente per sparare ad altezza d’uomo sui familiari del giudice e sull’avvocato Fabio Trizzino.
I figli di Paolo Borsellino non sono e non devono stare nel mirino di nessuno. Non sono depistatori: sono ostinati e indomiti ricercatori della verità. Cercano solo di capire chi ha tradito e venduto il padre dall’interno delle stesse istituzioni per cui ha dato la vita.
IL TEMPO DELLA RESPONSABILITÀ
Oggi il Paese deve compattarsi. Bisogna unire i punti di questa mappa insanguinata, individuare i tasselli mancanti e attendere con rispetto e rigore le conclusioni del lavoro finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.
Tornando alle parole di Riina, la speranza non si spegne. C’è chi sostiene che di quell’agenda rossa possano esistere delle copie, nascoste in chissà quale cassaforte o usate come merce di ricatto. Ma che si tratti dell’originale o di una copia, quell’agenda rappresenta la memoria viva di questo trentennio.
Retrocedere oggi sarebbe un tradimento. Trovare quella memoria non significa solo chiudere un capitolo giudiziario, ma restituire dignità all’Italia e fare in modo che il sacrificio di Paolo Borsellino non rimanga intrappolato nella solita, sterilità retorica di Stato.
Aggiornato il 23 ottobre 2026 alle ore 11:00
