Perché il duetto Corona-Vannacci fa tremare non solo il governo
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​Sui telefoni, nei gruppi riservati dei parlamentari e nelle chat dei burocrati della politica gira un video che molti vorrebbero derubricare a “trash mediatico”, ma che in realtà sta facendo sudare freddo parecchi professionisti del consenso. È l’ormai celebre faccia a faccia nello studio scuro tra Fabrizio Corona e il generale Roberto Vannacci. 

​Un cortocircuito perfetto firmato dalle due “T” che oggi spopolano sui social: Trasgressione e Tradizione.

​Da una parte l’ex re dei paparazzi, il “sistemico-antisistema”, il cannibale della comunicazione che fiuta i fenomeni prima degli altri. Dall’altra il generale in pensione diventato tribuno di una destra identitaria, il militare che ha capito quanto renda provocare il “politicamente corretto”.

​Tra provocazioni sulla remigrazione, stoccate alla dirigenza della Lega e risposte al vetriolo su Marina Berlusconi, dietro la telecamera si consuma un mercanteggiamento ben più profondo: la costruzione di un’alleanza d’immagine e di potenziale elettorale.

Un potenziale che i sondaggi più riservati (e temuti) stimano tra il 10 per cento e il 12 per cento, abbastanza da rendere questo duetto il vero ago della bilancia e incubo per chiunque aspiri a governare.

Ma a chi fa davvero paura questa strana coppia?

​A Giorgia Meloni e a Palazzo Chigi: per la premier, il duetto è una mina a orologeria. Meloni ha speso anni a normalizzare Fratelli d’Italia, a presentarsi come interlocutrice affidabile a Bruxelles e a Washington, rassicurando i mercati e il Quirinale.

L’irruzione nel dibattito di una forza “vannacciana” pompata dal marketing aggressivo di Corona scompagina i piani: proietta un’ombra di radicalismo pop e rischia di trascinare il dibattito su temi e toni che la premier preferirebbe evitare per non perdere il voto moderato.

​Alla Lega e a Forza Italia (i grandi cannibalizzati): i dati di affluenza e intenzioni di voto mostrano partiti storici di centrodestra sotto pressione o in stallo. Corona e Vannacci non inventano elettori dal nulla: vanno a pescare a mani basse nei bacini di Forza Italia e soprattutto della Lega. Parlano ai delusi dalla prudenza di governo, agli scontenti delle mediazioni romane e a chi vuole una destra senza freni né doppiopetto. Se Vannacci “vannaccizza” l’elettorato leghista con la regia comunicativa di Corona, per i partiti tradizionali di coalizione è la fine dell’egemonia.

Alla sinistra e all’establishment media-culturale: per l’opposizione e i talk show tradizionali, la coppia Corona-Vannacci è un rompicapo insolubile. I soliti schemi d’attacco — l’accusa di “analfabetismo politico” o di “pericolo eolico-reazionario” — rimbalzano contro lo scudo di gomma della comunicazione pop. Corona conosce a memoria i codici con cui disinnescare l’indignazione mediatica e la trasforma in hype, rendendo la propaganda del generale impermeabile alle critiche dei salotti “buoni”.

LA CHIMICA DELLE DUE T: PERCHÉ L'ALLEANZA FUNZIONA?

​A prima vista, la formazione rigorosa e spietata del paracadutista sembra irreconciliabile con il profilo border-line di Corona. Ma è un’illusione da ingenui.

​Vannacci possiede la gravitas, il pedigree militare, il consenso viscerale e ideologico. Corona possiede il bene più prezioso nell’era degli algoritmi: la padronanza assoluta dei codici di ingaggio del pubblico disincantato. Parlare alla sterminata platea degli astensionisti, dei giovani sfiduciati e di chi non guarda più i telegiornali ma consuma reel, podcast e clip virali da 30 secondi.

​Corona ha individuato in Vannacci il “cavallo di razza” politico dell’anno. Vannacci, dal canto suo, ha capito che per superare la soglia della marginalità e pretendere ministeri o ruoli chiave di governo non bastano i libri autoprodotti: serve la spettacolarizzazione totale.

​Non vedremo probabilmente Corona candidato nelle liste ufficiali, ma qualcosa di ben più incisivo: una regia ombra del consenso e della propaganda. ​Un laboratorio di ingegneria mediatica in cui le battaglie culturali identitarie del Generale vengono impacchettate con il linguaggio aggressivo e patinato del gossip d’assalto.

​Chi derubrica il faccia a faccia tra il Generale e il Paparazzo a semplice teatrino commette lo stesso errore commesso da chi non vedeva l’ascesa dei populismi dieci anni fa. Il “Patto delle Due T” non è folklore: è la nuova forma che prende la politica quando le istituzioni perdono presa e la piazza digitale si prende la scena.

E chi sta al governo lo sa fin troppo bene.

Aggiornato il 14 ottobre 2026 alle ore 13:57