En Passant
Alla stregua di cellule para segrete e extralegali, le corti islamiche che applicano in Italia la sharia non possono essere facilmente individuate e dunque censite, avvolte come sono nell’ignota socialità delle più chiuse comunità musulmane.
Riportata da pochi quotidiani e confermata dal Corriere della Sera, la cui autorevolezza conferisce alla notizia il dovuto risalto, l’opinione pubblica, pur distratta dai guai della quotidianità, ha potuto prendere atto della penetrazione della legge islamica nell’ordinamento italiano, sicché l’Italia, che fu esaltata come la patria o la culla del diritto, incomincia a snaturarlo ed inquinarlo, contro la Costituzione che ne stabilisce le fonti di produzione, recependo in modo clandestino e fraudolento le regole di condotta dell’Islam che non separa i precetti religiosi dalle prescrizioni civili.
A Padova è stata istituita la prima “Camera arbitrale islamica” che, secondo il promotore, ha i seguenti compiti: “Svolgiamo attività di arbitrato per offrire a imprese e persone, incluse quelle di fede islamica che scelgono di perseguire i principi dell’islam in materia commerciale, come il divieto di interessi, i principi di equità e la risoluzione consensuale delle controversie nel rispetto della legge italiana”. È, questa del promotore (un avvocato!), una dichiarazione furbesca che gronda ipocrisia da ogni lettera. “Risoluzione consensuale delle controversie nel rispetto della legge italiana”? Perché no “in applicazione della legge italiana”, che poi è il modo di rispettarla senza sostituirla?
Tutti i compiti della “Camera arbitrale islamica” (islamica, è chiaro?) sono esattamente ricompresi nella legge e nella giurisdizione italiana, garantite dalla Costituzione. Attribuirli ad una istituzione “a latere” del sistema giuridico nazionale, connotata religiosamente rifacendosi al Corano, pone anche un problema di legittimità, giustamente sollevato dal cittadino che ha presentato alla magistratura un esposto affinché indaghi “se l’ente privato si muova nel perimetro della legalità”.
Secondo il Corriere della Sera, “l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, ha preso le distanze dalla sedicente Camera Arbitrale Islamica Italiana, sottolineando che nessuna comunità o moschea aderente l’ha promossa o riconosciuta e ribadendo che in Italia la giustizia è amministrata dai tribunali della Repubblica”. Dichiarazione encomiabile così com’è.
Il punto essenziale della questione, a prescindere dalle decisioni della magistratura, supera di gran lunga la fattispecie. Per fare un esempio, il Regno Unito è andato ben oltre la tradizionale tolleranza inglese, con il risultato di conferire l’autorità di giudicato a molte e disparate, talvolta gravi, decisioni delle corti islamiche adottanti la sharia, e con l’aggravante che colà, per la common law, le sentenze costituiscono un precedente “che fa legge”. Non ne è venuto nulla di buono alla società britannica perché due contrapposte fonti del diritto in uno stato di diritto non possono coesistere. L’ordine legale e la convivenza civile del Regno Unito sono stati lesi. A lungo andare, infatti, il problema formale della norma prevalente s’impone dapprima come separatezza sociale e poi trasmoda in scontro di persone. Dappertutto.
Aggiornato il 13 ottobre 2026 alle ore 09:55
