Riforma tributaria incompiuta e giudici onorari a secco
Foto: Ansa

La riforma della giustizia tributaria viene presentata come un passaggio storico. E in parte lo è: per la prima volta la magistratura tributaria ottiene uno status economico e giuridico assimilabile a quello delle altre magistrature dello Stato, un trattamento retributivo stabile, maggiori tutele, un ordinamento strutturato. Un traguardo atteso per decenni.

Peccato che a godersi il traguardo siano soprattutto altri. A pagare il conto, come al solito, è chi la giustizia fiscale l’ha fatta funzionare per oltre quarant’anni: i giudici tributari onorari. Commercialisti, avvocati, professori universitari, geometri, funzionari pubblici che, con compensi modesti e senza le tutele garantite ad altre magistrature, hanno definito, sentenza dopo sentenza, centinaia di migliaia di controversie tra contribuenti e Fisco. Il ringraziamento? Una cortese accompagnata alla porta.

Chi scrive fa il giudice tributario da quasi quarant’anni. Parla quindi con cognizione di causa e, soprattutto, senza alcuna intenzione di usare giri di parole.

La giustizia tributaria era additata come modello di efficienza rispetto alla giurisdizione ordinaria: una sentenza depositata nel giro di un paio di mesi dall’udienza. Oggi, in troppe Corti, i contribuenti aspettano un anno, talvolta due, per leggere una decisione già presa. La legge fissa un termine di novanta giorni. Evidentemente è un termine pensato per i comuni mortali.

Il motivo non è un mistero: l’ingresso massiccio dei magistrati togati nelle Corti tributarie, favorito da bonus di punteggio nei concorsi. Non è questione di competenza: è questione di tempo. Un magistrato che siede contemporaneamente in Cassazione, al Consiglio di Stato o al Tar, e che in più accumula incarichi extragiudiziari, capo di gabinetto, capo dell’ufficio legislativo, la galassia dei ruoli di governo dove la toga funziona da biglietto da visita, non ha materialmente il tempo di scrivere le sentenze di cui è relatore nelle Corti tributarie. E infatti non le scrive. Il fascicolo resta nel cassetto, il contribuente aspetta, l’impresa non sa se pagare, accantonare o fallire.

Come si è arrivati a questo? Con una scelta tutt’altro che casuale. Nei concorsi per i posti di vicepresidente delle Corti tributarie la disciplina attribuisce ai magistrati togati dodici punti in più rispetto ai giudici laici, e il Governo non ha mai trovato il tempo di toglierli. Dodici punti, in una graduatoria, significano partire dal traguardo mentre gli altri sono ancora ai blocchi. Il risultato è scontato: i posti vanno ai soli togati.

Più che un concorso, una riserva di caccia con tanto di bollettino ufficiale. Si dirà che è merito. Ma il merito, di norma, si misura sul campo, e il campo, in quarant’anni, l’hanno arato i laici.

Forse i cittadini non lo sanno, ma i magistrati togati sono dipendenti dello Stato. Come ogni pubblico dipendente rispondono dei propri inadempimenti: dal vecchio testo unico degli impiegati civili del 1957 (d.P.R. n. 3) al regime disciplinare dei magistrati ordinari, che qualifica come illecito il reiterato e ingiustificato ritardo nel deposito dei provvedimenti. Nessuno è al di sopra della legge, e tanto meno chi la applica per mestiere.

Eppure, per le sentenze tributarie depositate oltre i novanta giorni, nessuno si è permesso di prevedere una sanzione pecuniaria. Nemmeno una. Si capisce forse perché: i primi a doverla pagare sarebbero proprio coloro che le norme le scrivono, le applicano o le fanno applicare. Un ritardo che costa al contribuente, ma non costa nulla al relatore, non è un’anomalia: è un sistema.

A rendere il quadro ancora più sconfortante c’è la delibera n. 917/2026, relativa all’interpello per la nomina della commissione esaminatrice del concorso per i 180 nuovi magistrati tributari. La partecipazione è riservata ai soli magistrati togati. I giudici tributari onorari ne restano fuori, anche quando vantano decenni di esperienza giurisdizionale, incarichi direttivi e semidirettivi e precedenti partecipazioni a commissioni di concorsi pubblici.

Ricapitolando: chi ha deciso centinaia di migliaia di cause tributarie non è ritenuto idoneo a selezionare i futuri giudici tributari. Possono invece farlo colleghi che il contenzioso fiscale, talora, lo conoscono da fuori. E per giunta gli stessi che, dopo averlo conosciuto da fuori, non riescono a depositare le sentenze in tempo.

I magistrati togati non sono onnipotenti. Non sono al di sopra delle leggi, né del principio di ragionevolezza, che vale anche per chi veste la toga. Escludere un’intera categoria di giudici da una commissione di concorso, senza una ragione sostanziale che regga alla prova della logica, è una scelta che qualcuno dovrà prima o poi spiegare. Non è escluso che debba farlo davanti a un giudice.

C’è poi il problema dei numeri, che la propaganda di riforma preferisce non guardare. Il concorso per 180 nuovi magistrati tributari richiederà presumibilmente non meno di un anno. Intanto, entro la fine dell’anno, circa 450 giudici tributari andranno in pensione. Il conto è semplice: ne escono 450, ne entreranno 180, e fra un anno. Il resto lo farà, immaginiamo, chi le sentenze non riesce a depositare.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e i vertici della giustizia tributaria devono affrontare il problema ora, non quando i ruoli saranno già paralizzati. Tra le soluzioni possibili, una proroga della possibilità per questi giudici di restare in servizio: meglio un giudice esperto in più che un contribuente in attesa in più.

Non servono rivoluzioni, bastano coerenza e rispetto delle regole. Chiediamo:

1) L’eliminazione del bonus di dodici punti a favore dei togati nei concorsi per i posti di vicepresidente;

2) La revisione della disciplina della commissione del concorso da 180 posti, con l’apertura ai giudici tributari onorari dotati di comprovata esperienza;

3) Sanzioni effettive per chi deposita oltre il termine: sanzione pecuniaria, possibilità di revoca dall’incarico di relatore e pubblicazione dei dati sui ritardi;

4) Un tetto ai carichi e agli incarichi extragiudiziari di chi è chiamato a fare il relatore nelle Corti tributarie;

5) Una proroga della permanenza in servizio dei giudici in uscita, per evitare il vuoto di organico;

6) Un equo riconoscimento per i giudici onorari in servizio e l’estensione ai magistrati onorari e ai giudici tributari laici della facoltà di esercitare la professione forense, oggi riconosciuta agli ex togati.

La giustizia tributaria non è proprietà privata di nessuna corporazione, né della toga né del Governo di turno. I giudici onorari hanno sorretto per quarant’anni il peso del contenzioso fiscale italiano: meritano rispetto, non la porta in faccia.

(*) Vice Presidente di Sezione presso la Corte di Giustizia Tributaria di Roma e Latina

Aggiornato il 01 ottobre 2026 alle ore 14:05