Legge elettorale, al via oggi alla Camera l’ultimo passaggio della riforma
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Alla Camera inizia oggi l’ultimo percorso che porta all’approvazione della legge elettorale. Il traguardo della riforma di voto dovrebbe essere raggiunto a ottobre. A Montecitorio arriva un testo blindato su cui la stessa Giorgia Meloni ha preannunciato la fiducia, per questioni “di chiarezza”. Ma che non è al riparo dal voto finale, come ha insegnato il primo passaggio alla Camera dello Stabilicum, impallinato dai franchi tiratori. Oggi si ricomincia. Con tanto di audizioni – peraltro già svolte sia alla Camera che al Senato – e che vedranno audire Michele Ainis, professore emerito di istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Roma Tre; Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza”; e Mario Staderini, coordinatore del ricorso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di legge elettorale; Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi; Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale presso l’Università di Pisa; e Francesco Clementi, professore di diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza”. La legge introduce un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza fisso per chi abbia ottenuto il maggior numero di voti a patto che abbia superato la soglia del 42 per cento.

Il meccanismo per la scelta degli eletti è un mix di preferenze e capolista bloccati. Oltre al proporzionale con premio e alle preferenze, la riforma prevede l’indicazione del premier al momento del deposito del contrassegno, un tetto ai seggi di maggioranza (220 deputati e 113 senatori), le soglie di sbarramento che restano, per l’ingresso in Parlamento, quelle del Rosatellum (10 per cento per le coalizioni e 3 per cento per le liste). Nessuna soglia è invece prevista per contribuire al computo ai fini della cifra elettorale nazionale e dunque del premio di maggioranza. Novità invece per firme ed esoneri: lo Stabilicum prevede infatti l’aumento da 1.500 a 6mila il numero minimo di firme richieste per collegio per chi non siede già in Parlamento, mentre resta esentato chi ha due gruppi o almeno un gruppo formatosi entro il 31 dicembre 2025 (i casi di Italia viva e Azione, non invece di +Europa o Futuro nazionale). Ridotte poi da 4 a 2 (Europa ed extra Ue), le ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero per la Camera e da 4 a una sola area per il Senato. La riforma, infine, rende possibile il voto fuorisede nel luogo in cui si è temporaneamente domiciliati da almeno 9 mesi (tre nel caso di persone che sono fuori dal Comune per cure) iscrivendosi entro 30 giorni dalla maturazione dei requisiti e ad almeno 45 giorni dalle elezioni nell’apposito albo.

Frattanto, si registrano i dubbi sulla riforma elettorale da parte di un costituzionalista audito. Secondo il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, “le modifiche apportate dal Senato al disegno di legge elettorale lasciano aperte alcune criticità che investono la qualità della rappresentanza politica, l’eguaglianza del voto e le condizioni di accesso alla competizione elettorale”. A suo avviso, “desta forte preoccupazione l’innalzamento del numero di firme richieste alle forze politiche oggi non rappresentate in Parlamento. Per presentarsi in tutti i collegi della Camera saranno necessarie almeno 294mila sottoscrizioni, oltre lo 0,6 per cento del corpo elettorale e più dell’uno per cento dei votanti alle politiche del 2022. Un onere particolarmente gravoso, anche nel confronto con altri grandi Paesi europei, ulteriormente appesantito dall’impossibilità di ricorrere alla firma digitale, strumento peraltro già riconosciuto dallo Stato per referendum e iniziative popolari. È bene poi sottolineare – ha aggiunto – che la combinazione tra capolista bloccato e voto di preferenza introduce due differenti forme di legittimazione: il capolista è scelto dal partito ed eletto prioritariamente, mentre gli altri candidati sono scelti dai cittadini attraverso le preferenze. A questo si aggiunge l’abolizione del vincolo 60/40 sui capilista, che rende possibile attribuire tutte le posizioni utili di capolista – e dunque, quelle con maggiori garanzie di elezione – a candidati dello stesso genere. Una scelta che pone una questione di coerenza con il principio delle pari opportunità nell’accesso alle cariche elettive sancito dall’articolo 51 della Costituzione”.

Aggiornato il 21 settembre 2026 alle ore 15:19