La Resistenza vale soltanto per noi?
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L’antifascismo alla prova dell’Ucraina

Una persona non è intelligente perché si proclama intelligente. Non è buona perché si proclama buona, e non è antifascista perché si proclama antifascista. Intelligenza, bontà e antifascismo hanno almeno questo in comune: devono essere dimostrati da ciò che si fa, non certificati da ciò che si dice di essere.

Può sembrare un’ovvietà, ma le ovvietà diventano talvolta necessarie quando le parole, consumate dall’uso politico, finiscono per significare semplicemente l’appartenenza di chi le pronuncia.

L’antifascismo corre precisamente questo rischio. Da principio morale universale può trasformarsi in identità politica; da criterio con cui giudicare i comportamenti, in patente che alcuni attribuiscono a se stessi e negano agli altri. E quando questo accade nasce un paradosso singolare: si può arrivare a commemorare religiosamente i resistenti di ieri e contemporaneamente rifiutare l’aiuto ai resistenti di oggi.

L’Ucraina costituisce, da questo punto di vista, una prova assai più seria di molte celebrazioni del 25 aprile.

Occorre chiarire immediatamente ciò che questo paragone non significa. L’Ucraina di oggi non è l’Italia del 1943-45, ma si trova in una situazione simile. Putin non è Hitler, ma ha commesso in Ucraina crimini non meno gravi. L’esercito russo non è la Wehrmacht, né può essere identificato tout court con le SS, ma ha dimostrato un’analoga ferocia.

Le differenze storiche, politiche e ideologiche rimangono, ma non tutte le differenze sono pertinenti rispetto a tutte le domande. Se vogliamo confrontare nazionalsocialismo e putinismo nel loro complesso, quelle differenze sono rilevanti; ma se invece la domanda è se il popolo aggredito di un paese parzialmente occupato abbia diritto a resistere e se altri popoli abbiano diritto ad aiutarlo a resistere, molte di quelle differenze cessano di essere rilevanti.

Rimane un fatto elementare: l’Ucraina è stata invasa dalla Russia. Una parte del suo territorio è stata occupata. Civili sono stati uccisi, torturati e deportati; bambini sono stati trasferiti dai territori occupati; organismi internazionali hanno documentato numerosi crimini di guerra. Bucha è entrata nella memoria europea per una ragione che non può essere cancellata da nessuna disquisizione geopolitica.

Non occorre sostenere che Bucha sia Marzabotto per riconoscere che l’uomo assassinato a Bucha e quello assassinato a Marzabotto appartengono alla medesima categoria fondamentale: sono esseri umani sui quali un esercito occupante ha esercitato una violenza criminale.

Ed è per questo che la memoria della Resistenza smette di essere commemorazione e diventa principio. Il partigiano italiano non combatteva nel vuoto: aveva bisogno di armi, munizioni, esplosivi, apparecchi radio, viveri. Gli Alleati glieli fornivano anche attraverso aviolanci. Nessuno penserebbe oggi di sostenere che inglesi e americani, armando i partigiani italiani, fossero nemici della pace perché consentivano alla guerra di continuare.

La pace, infatti, non consiste semplicemente nella cessazione degli spari. Anche la resa produce la cessazione degli spari. Anche l’occupazione completamente riuscita può produrla. La questione è quale pace e a quali condizioni.

È dunque perfettamente legittimo discutere se una determinata arma debba essere consegnata all’Ucraina, se esistano rischi di escalation, quale debba essere il ruolo della diplomazia, quali compromessi possano diventare accettabili. La presenza di potenze nucleari introduce infatti una variabile che non esisteva nella medesima forma durante la Resistenza italiana. Ma tutto questo viene dopo aver assunto come premessa un principio fondamentale: l’aggredito ha diritto di resistere.

La posizione di una parte dell’antifascismo italiano, e in particolare dell’Anpi, contiene su questo punto una contraddizione che non può essere risolta semplicemente ripetendo a iosa la parola “pace”. Se la Resistenza italiana rappresenta un valore perché uomini e donne decisero di combattere contro un occupante militarmente superiore, perché lo stesso principio dovrebbe diventare sospetto quando a resistere sono gli ucraini?

Se era moralmente legittimo che un partigiano emiliano, piemontese o toscano ricevesse un mitra dagli Alleati, perché dovrebbe essere moralmente riprovevole che un soldato ucraino riceva un’arma dagli Stati europei?

Naturalmente si può rispondere che le circostanze sono diverse, ma allora bisogna spiegare quale differenza sia moralmente decisiva. Non basta constatare che il 1944 non è il 2026, anche perché è ovvio che nessun avvenimento storico è identico a un altro.

La questione diventa ancora più paradossale quando l’accusa di fascismo viene rivolta proprio a coloro che sostengono con maggiore decisione la resistenza ucraina.

Giorgia Meloni proviene da una storia politica certamente lontanissima da quella dell’Anpi, e proprio questa circostanza produce un paradosso evidente: una leader che una parte dell’antifascismo continua a guardare come erede di una tradizione postfascista sostiene il diritto di un popolo aggredito a combattere e la necessità di fornirgli i mezzi per farlo, mentre settori che dell’antifascismo hanno fatto la propria identità storica si oppongono a quell’aiuto militare. Il comportamento del presunto fascista può risultare dunque più coerente con il principio resistenziale di quello del sedicente antifascista.

E se si volesse adoperare polemicamente il medesimo metro con cui la parola “fascista” viene spesso distribuita con tanta generosità, si arriverebbe al cortocircuito: l’antifascista che, davanti a un popolo che resiste, si comporta meno coerentemente con il principio della Resistenza del suo avversario “fascista” finirebbe per essere, secondo il proprio criterio, fascistissimo, perché più fascista del fascista.

Siamo di fronte a uno di quei paradossi che possono aiutarci a scoprire le contraddizioni nascoste nell’uso delle parole, e che possono anche indurci a porci un problema ancora più cruciale: chi stabilisce chi è antifascista?

Non può bastare l’autodefinizione, altrimenti dovremmo prendere sul serio persino Vladimir Putin quando sostiene di combattere il nazismo. La “denazificazione” dell’Ucraina è stata infatti una delle giustificazioni ideologiche offerte dal Cremlino per l’invasione. Il caso è quasi didattico: se fosse sufficiente proclamarsi antifascisti, persino l’aggressore potrebbe diventare antifascista semplicemente definendo “nazista” l’aggredito, ma a quel punto le parole avrebbero perso ogni rapporto con le cose.

Occorre dunque un criterio esterno all’autoproclamazione. Bisogna domandarsi chi invade e chi viene invaso, chi occupa e chi subisce l’occupazione, chi pretende di imporre con le armi la propria volontà politica a un altro popolo e chi combatte per impedirglielo, chi massacra deliberatamente e sistematicamente i civili del paese che occupa e chi per difendersi cerca di colpire prevalentemente postazioni energetiche e militari.

E soprattutto, non bisogna dimenticare che l’antifascismo incontra la sua prova più difficile nell’universalismo. È facile essere solidali con i partigiani italiani del 1944. Non costa nulla. Sono morti, sono entrati nei libri di storia, le loro fotografie sono appese alle pareti, le loro lapidi vengono incoronate una volta all’anno. Non possono più chiederci niente.

Molto più difficile è incontrare un resistente vivo. Quello può chiedere munizioni, può chiedere carri armati, può chiedere sistemi antiaerei, può domandarci di correre rischi e sostenere costi, può costringerci a scegliere fra una pace immediata ottenuta attraverso la sua sconfitta e una pace più difficile nella quale anche la sua libertà abbia un peso.

È allora - e non davanti a una corona d’alloro - che si misura la consistenza di un principio. Se il diritto di resistere apparteneva all’italiano perché l’Italia era occupata, deve appartenere anche all’ucraino quando è l’Ucraina a essere occupata. Se le armi degli Alleati ai nostri partigiani erano strumenti di liberazione, lo sono anche quelle destinate oggi agli ucraini. Altrimenti rimane una conclusione piuttosto spiacevole: la nostra Resistenza merita le armi; quella degli altri no.

Ma questa non sarebbe solo una discriminazione ipocrita e vile, ma anche una forma di nazionalismo della memoria, che sarebbe singolare scoprire proprio in coloro che del nazionalismo hanno fatto per ottant’anni uno dei principali capi d’accusa contro il fascismo.

Non si prova di essere antifascisti quando si commemorano i resistenti di ottant’anni fa, ma quando si decide di stare dalla parte dei resistenti di oggi, perché la Resistenza, se è coerentemente intesa, non ha nazionalità. Se valesse soltanto quando i partigiani siamo noi, allora non sarebbe più Resistenza, ma una celebrazione strumentale di quella che fu la nostra abbinata all’indifferenza per quella altrui. La memoria della prima diverrebbe così un espediente per non supportare la seconda, e il ricordo della lotta armata contro i nazisti morti di ieri un alibi per cercare di provocare la sconfitta di chi combatte contro i nazisti vivi di oggi.

Aggiornato il 18 settembre 2026 alle ore 12:36