Giorgia Meloni attacca le opposizioni sulla legge elettorale. Durante un punto stampa a Vercelli, rispondendo a una domanda sulla riforma di voto, la premier sottolinea l’incoerenza del centrosinistra. “Il messaggio della maggioranza – afferma la presidente del Consiglio – è che se tutto continua come abbiamo visto nelle ultime ore, gli italiani avranno la possibilità di scegliere la coalizione, il premier, il programma, il parlamentare, quando vanno a votare nelle prossime elezioni politiche. E io sono fiera che questo l’abbia fatto il centrodestra”. Secondo la premier è “poco credibile che dal centrosinistra ci si dica che non è abbastanza, per esempio sulle preferenze, quando le preferenze mancano in questa nazione per l’elezione del Parlamento da oltre trent’anni, e quando non più di un mese fa la sinistra festeggiava con lo champagne in aula per aver affossato l’emendamento che le introduceva. Quindi il tema qui non è chi ne vuole di più, chi ne vuole di meno. Il tema qui è chi ha consentito che ci fosse la scelta del parlamentare, le preferenze nella legge elettorale, e chi invece non l’ha fatto. E lo ha fatto il centrodestra”.
Intanto, Andrea De Priamo riflette sugli sviluppi legati al testo della riforma elettorale. In un’intervista al Qn, il senatore di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Affari costituzionali, sottolinea l’importanza del dialogo interno al centrodestra. “È stato giusto e utile confrontarsi con gli alleati e trovare una quadra. Il dibattito è stato comunque trasparente tanto che si è pensato, anche se non era nostra intenzione, che potessimo votare il subemendamento dell’opposizione sulle preferenze. Ma avevamo già trovato una sintesi valida”. Per De Priamo tra gli elementi in primo piano figura quello per cui si “inserisce, dopo decenni, la possibilità di una scelta diretta dei parlamentari”. Quindi, sostiene, “le polemiche delle opposizioni sono chiaramente strumentali perché vengono da partiti che, a vario titolo, hanno governato e non hanno mai previsto le preferenze. Anzi, l’unica volta che lo hanno fatto, ai tempi del Pd di Matteo Renzi, con l’Italicum, anche se mai applicato, si prevedeva esattamente il capolista bloccato che ora contestano”. Alla domanda su quel è il principale pregio di questa legge elettorale, De Priamo conclude affermando che si tratta di “un meccanismo che consente all’elettore di votare sapendo che, poche ore dopo il voto, saprà se la sua scelta determinerà un Governo o un altro: quindi maggiore chiarezza, maggior protagonismo degli elettori e anche un antidoto al crescente astensionismo”.

Frattanto, ieri si è tenuta una riunione di maggioranza per trovare un’intesa definitiva sulla riforma di voto. “O passa questa legge elettorale o per noi si va a votare subito, anche a novembre”. È stato questo il tono dell’avvertimento che Fratelli d’Italia ha manifestato agli alleati. “Votiamo la legge ma così come l’abbiamo concordata”, la reazione di Lega e Forza Italia che hanno fatto muro minacciando a loro volta irrigidimenti su altri dossier. Un braccio di ferro che ha poi portato a un riallineamento, lasciando però non pochi interrogativi sulla strategia di Giorgia Meloni. Frattanto, dagli spifferi della coalizione filtrano sempre più insistenti voci di ripensamenti diffusi sulla effettiva convenienza di accantonare il Rosatellum. Sono valutazioni condivise, per motivi diversi, da alcuni leghisti, dagli azzurri convinti che il partito diventerebbe più centrale in caso di pareggio, e in generale da chi pensa che i collegi uninominali danneggerebbero Roberto Vannacci.
Qualche dubbio, è il sospetto che circola tra i parlamentari, ora lo nutrirebbe anche la premier. “Leggende metropolitane”, tagliano corto i suoi, facendo tra l’altro notare che con il Rosatellum i collegi si dividerebbero “senza sconti” e in quelli più ambiti Forza Italia e Lega sarebbero “marginali”, mentre con la nuova legge elettorale sul listone si può essere “generosi”. Inoltre, l’altra faccia del loro ragionamento, il Rosatellum comporta un rischio pareggio, scenario, da evitare, in cui il primo partito rischierebbe di restare fuori dai giochi. L’atmosfera è comunque di incertezza. Dipendesse solo da lei, dicono fonti bene informate, Meloni sarebbe interessata ad andare al voto il prima possibile. Un’idea che, secondo le indiscrezioni, non dispiacerebbe a quella parte di Forza Italia considerata più vicina a Marina Berlusconi.
La finestra tra aprile e maggio, con un Election day, resta lo scenario più concreto. Tra i suoi c’è ottimismo sull’uscita dalla procedura di infrazione Ue, viatico per una Manovra espansiva. Con preoccupazione si guardano invece le evoluzioni vannacciane e le dinamiche leghiste. Intanto Meloni rivendica il ritorno delle preferenze dopo 35 anni, con i capilista bloccati, dopo aver accarezzato la tentazione di far votare ai suoi senatori il subemendamento delle opposizioni sulle preferenze pure. Se si fosse verificato un incidente, una delle letture che rimbalza nel centrodestra, così poteva avere più carte da giocare. Pallottoliere alla mano, questa volta la modifica sarebbe passata, a differenza del 15 luglio quando Fdi sostenne l’emendamento di Futuro nazionale. Per questo Meloni si è fermata, sostengono i maliziosi nella sua maggioranza. La ricostruzione dei fedelissimi della premier è diversa: “Le opposizioni vedono le preferenze come fumo negli occhi, sono andate nel panico quando sembrava che votassimo il loro emendamento”. L’obiettivo della presidente del Consiglio, spiegano, era garantire la compattezza della coalizione in modo che poi gli alleati “si impegnassero a non fare scherzi alla Camera”. Il terzo e definitivo passaggio nei fatti è temuto. Tanto che è ancora in fase di valutazione la scelta di porre la questione di fiducia: anziché vari voti a scrutinio segreto, ce ne sarebbe solo uno ma potenzialmente devastante se il Governo dovesse andare sotto.
Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 13:46
