Colgo l’occasione di una domanda postami dall’amico Mauro De Angelis ed allargo il discorso fatto di recente dal buon Nane Cantatore. La domanda era: quando in guerra una parte si ritrova oggettivamente in condizioni difficili e continuando il conflitto rischia la vita di decine di migliaia di soldati e di abitanti, dovrebbe arrendersi? Naturalmente qui non si parla di aggressore e di aggredito, di attaccante o difensore o di buono e cattivo: il caso è puramente astratto. La domanda di Mauro mi ha riportato automaticamente al bel post di Nane che ho letto pochi giorni fa e che invito ad andare a rileggere per chi non lo avesse ancora fatto. In sostanza, il suo tema è quello del “costo della sconfitta”.
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Un Paese in guerra è retto dalle proprie Istituzioni, quali che esse siano (democratiche o autoritarie, indipendenti o asservite a qualcuno, corrotte, fanatiche o legittime che siano, non importa per il nostro discorso): sono queste Istituzioni, con le loro decisioni precedenti, che hanno condotto il Paese in una situazione di conflitto armato. Se tale conflitto procede in maniera positiva, non ci sono grossi problemi: le Istituzioni appaiono avere successo e la popolazione che da esse è guidata probabilmente le sosterrà. Dove però il conflitto – come normalmente capita – proceda con difficoltà, le Istituzioni possono avere dei dubbi, e la popolazione che guidano può porsi anch’essa delle domande e perfino ridurre o togliere il proprio sostegno a esse. Naturalmente, la perdita del sostegno popolare può essere più o meno significativa o anche solo evidente a seconda che le Istituzioni stesse siano più o meno libere; una dittatura se ne curerà assai meno rispetto a una democrazia, ma comunque non potrà ignorare completamente l’umore popolare.
Fatta questa premessa, arriviamo al problema centrale: una volta che il raggiungimento degli obiettivi bellici delle Istituzioni appare problematico, quando arriva il momento di rinunciare a essi e di accettare di piegarsi alla volontà delle Istituzioni avversarie? La risposta che mi sento di dare – naturalmente a livello generale – è che questo dipende dal costo che si prefigura dalla sconfitta. In sostanza si tratta di valutare le conseguenze di un cedimento alla volontà del nemico e di confrontarle con quelle del proseguimento del conflitto: laddove il danno conseguente alla resa superi quelli conseguenti alla prosecuzione della guerra, si sceglierà di continuare a combattere; se invece fosse il contrario si sceglierebbe di addivenire a un accordo concedendo al nemico il meno possibile attraverso un negoziato, ma comunque cedendo alla maggior parte delle sue richieste (altrimenti questi non accetterebbe la resa e continuerebbe a sua volta a combattere finché le condizioni non risultassero convenienti anche a lui).
Bisogna infatti sempre tenere presente che perché la guerra prosegua basta che a volerlo sia uno dei contendenti; perché cessi occorre che entrambi siano d’accordo e soddisfatti delle condizioni concordate. Se anche solo un contendente rimane insoddisfatto di quanto raggiunto al tavolo dei negoziati, il conflitto continuerà.
La valutazione sul costo (eventuale) della sconfitta compete alle Istituzioni competenti, che a loro volta terranno più o meno in conto l’umore generale percepito da parte della propria popolazione, e questo a seconda di quanto siano più o meno dipendenti dal suo sostegno.
Ora, tanto più elevato sarà il prezzo da pagare in distruzioni e in vite umane per continuare a combattere, tanto più le Istituzioni in gioco saranno disposte a sacrificare economia e prestigio per porre fine all’emorragia provocata dalla guerra. Ma per converso, tanto più elevato sarà il verosimile costo politico, economico e morale di una sconfitta, tanto più quelle stesse Istituzioni saranno pronte ad accettare sacrifici, morti e distruzioni anche a nome della propria popolazione, pur di evitarla o anche solo per procrastinarla fino a che non accada qualcosa che rovesci l’esito del conflitto.
Queste considerazioni ci possono facilmente portare a una nuova, ulteriore definizione di guerra totale: quel particolare conflitto armato dove il costo verosimile della sconfitta è tale da renderla inaccettabile indipendentemente dal costo in distruzioni e vite umane comportato dal proseguimento del conflitto stesso. Naturalmente se un conflitto è sufficientemente asimmetrico per cui risulta essere “totale” solo per una parte, esisterà anche un’asimmetria sul livello di accettazione della sconfitta da parte dei contendenti: è il caso del Vietnam americano e dell’Afghanistan sovietico, dove per le grandi potenze coinvolte il costo della prosecuzione dei rispettivi conflitti era divenuto tale da sconsigliarla, anche a costo del danno politico dell’accettazione della sconfitta; al contrario per Vietcong e Mujaheddin il costo della sconfitta era tale da giustificare qualsiasi sacrificio pur di evitarla o anche solo procrastinarla. Laddove però questa asimmetria non sussista – o cessi di sussistere conflitto durante – la guerra assumerà fino in fondo la sua natura “totale” e porterà la Istituzioni a impegnare la totalità delle risorse nazionali per raggiungere almeno gli obiettivi minimi previsti in origine.
Torniamo dunque a quanto più volte ribadito su queste pagine: una guerra totale non si può concludere con una trattativa diplomatica perché nessuno dei contendenti può rinunciare ai propri obiettivi minimi e quindi accettare la sconfitta. Rimane da analizzare un ultimo aspetto: la differenza dei casi in cui le Istituzioni risultino in sintonia con la popolazione che rappresentano (o che la controllino completamente), e quelli in cui gli interessi fra Istituzioni e popolazione rappresentata divergano in maniera significativa. Se nel primo caso non avremo complicazioni rispetto al modello fin qui rappresentato, nel secondo assisteremo ad una frattura sociale crescente all’interno del Paese che sperimenta difficoltà militari, e questa frattura aumenterà esponenzialmente tali difficoltà fino a provocare il collasso dello strumento militare – e quindi una sconfitta ineluttabile – oppure nei casi peggiori il collasso sociale – e quindi il sovvertimento delle Istituzioni stesse oltre alla sconfitta militare che a questo punto per il Paese rappresenterebbe il minore dei problemi. Immagino che queste ultime righe indurranno molti a ripensare agli avvenimenti del XX Secolo.
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A questo punto possiamo provare a uscire dall’astrazione e a calarci nella realtà dei conflitti contemporanei.
In Iran abbiamo un perfetto caso asimmetrico: gli Stati Uniti non hanno alcun interesse vitale universalmente percepito in gioco e i loro obiettivi sono chiaramente e dichiaratamente limitati; di contro l’Iran ritiene di difendere la propria sovranità ed è chiaramente disposto a tutto pur di evitare la sconfitta, ivi compreso il martirio di massa. Se aggiungiamo la considerazione che le Istituzioni iraniane hanno il completo controllo della popolazione appena soggiogata nel corso di una rivolta fallita, mentre in America la popolazione è sempre meno disposta ad accettare sacrifici per obiettivi a cui chiaramente ha limitato interesse, se ne evince che mentre Teheran è chiaramente disposta a pagare letteralmente qualsiasi prezzo per evitare la sconfitta, Washington è sempre più in difficoltà a convincere la sua popolazione a pagare anche un prezzo minimo. In queste condizioni risulta evidente come l’Iran possa proseguire il conflitto a tempo indeterminato pur essendo in evidente difficoltà e chiaramente militarmente all’impotenza, mentre l’America con tutta la sua superiorità militare è nelle condizioni di non poter più pagare per evitare una sconfitta perfettamente sopportabile, proprio come nel caso del Vietnam. Essendo poi gli Stati Uniti una democrazia – per quanto imperfetta – il costo della sconfitta si riverserà sostanzialmente sulle Istituzioni che hanno fallito gli obiettivi assai più che sulla popolazione che non li ha supportati.
Spostandoci in Ucraina, anche e soprattutto alla luce degli eventi recenti di politica interna di Kyiv, è sempre più evidente come assistiamo al caso di una democrazia dove Istituzioni e popolazione pur essendo ben distinte fra loro condividono gli obiettivi minimi e concordano sulla necessità di evitare la sconfitta ad ogni costo, in quanto il suo prezzo sarebbe intollerabile (mutilazioni territoriali, pulizia etnica, umiliazione nazionale e perdita dell’indipendenza con sottomissione ad un’entità statale odiata e disprezzata). Pertanto, per l’Ucraina il conflitto è dall’inizio una guerra totale, e come tale va proseguita fino al raggiungimento degli obiettivi minimi quale che sia il costo per evitare la sconfitta.
La Russia è invece il caso in cui le Istituzioni erano in partenza in pieno controllo della popolazione e hanno fissato gli obiettivi minimi iniziali nella convinzione di combattere un conflitto limitato; l’errore di valutazione iniziale ha portato a una situazione reale di conflitto simmetrico e ad un costo tale da allentare progressivamente il controllo delle Istituzioni sulla popolazione. Ora il costo della sconfitta per le istituzioni (il regime di Putin) sarebbe esiziale, rendendo la sconfitta del tutto inaccettabile – a differenza di quanto fu per l’Unione sovietica in Afghanistan – mentre per la popolazione la prospettiva è completamente diversa: il costo della sconfitta sarebbe elevato ma non insopportabile (non si tratterebbe di cedere territori o sovranità, ma solo prestigio), mentre il costo per evitarla si calcola ormai in milioni di perdite in combattimento e nel collasso imminente dell’economia.
In base a questa analisi dunque mentre in Iran il conflitto è inevitabilmente destinato a flemmatizzarsi e ad esaurirsi, in Europa orientale abbiamo un’Ucraina concordemente decisa a pagare a oltranza il costo di evitare la sconfitta, e una Russia dove da un lato le Istituzioni rimangono altrettanto decise (caso della guerra totale che preclude ad una soluzione diplomatica) e dall’altro la popolazione risente sempre più del prezzo da pagare per il raggiungimento di obiettivi minimi che ormai non risultano più congrui. L’esito del conflitto, quindi, tenderà a essere raggiunto quando le Istituzioni russe non riusciranno più a far pagare alla loro popolazione il costo per evitare la sconfitta. A seconda del momento e delle condizioni, assisteremo dunque alla fine a un collasso militare, economico, o (dio non voglia) sociale della Russia.
Aggiornato il 24 agosto 2026 alle ore 12:33
