I cinquantasette giorni di Paolo Borsellino

Il maxiprocesso, il dossier mafia-appalti, e quello che le sentenze passate in giudicato già dicono. Un filo personale, e una Commissione che ha ascoltato tutti.

Cinquantasette giorni. È il tempo che corre tra il boato di Capaci e quello di via D’Amelio, ed è il tempo più lungo e più breve della storia giudiziaria italiana. Cinquantasette giorni di angoscia lucida, di una conta alla rovescia che Borsellino sentiva scorrere sulla pelle ma non usava come alibi per fermarsi. Esiste una fotografia che lo ritrae solo nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei giorni: un uomo che cammina, la cartella in mano, il passo deciso, e intorno il vuoto. Quella foto dice tutto. Dice che Paolo Borsellino sapeva di muoversi in un covo di vipere − non solo fuori, ma dentro. Lo aveva confidato alla moglie Agnese: non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse. Era solo. Di quella solitudine feroce, assoluta, che appartiene soltanto agli uomini onesti.

C’è un dato che non compare quasi mai nelle commemorazioni ufficiali, eppure dice tutto sul tipo di uomo che era Borsellino. Durante il maxiprocesso non mise mai piede nell’aula bunker dell’Ucciardone. Come Falcone, aveva costruito quell’impianto accusatorio pietra su pietra − insieme a Di Lello e Guarnotta − e ora lasciava che mio padre, Alfonso Giordano, presidente della Corte d’Assise, ne fosse il custode senza interferenze. Rispetto istituzionale vissuto, non esibito. Mio padre lo ricordava con ammirazione e rispetto: non li ho mai visti entrare. Sapevano che avremmo fatto il nostro dovere, e si fidavano. C’era anche un’altra cosa che li accomunava, che mio padre seppe con certezza solo anni dopo: il nome di Borsellino era sulla stessa lista della morte su cui stava anche il suo. Falcone, Borsellino, Giordano, Grasso. Quella era la lista.

Tra me e mio padre esiste un patto nato prima del maxiprocesso, prima delle scorte, prima che tutto diventasse storia. È nato in cucina, quando eravamo soli ed ero io, piccolo, a insegnargli a fare i rigatoni perché mio padre in cucina non ci capiva nulla. Un patto di sangue fatto di cose semplici, di silenzi condivisi, di una fiducia senza parole. È da lì che vengo quando scrivo di quei giorni. Ed è per questo che certi ricordi non li consegno alla retorica.

La fraternità tra mio padre e Borsellino non era fatta di frequentazioni − i ruoli imponevano distanza − ma bastava un cenno nei corridoi del Palazzo di Giustizia per riconoscersi come uomini soli nella stessa battaglia. Borsellino aveva quell’ironia asciutta, tutta palermitana, di chi fa dell’umorismo uno scudo contro l’angoscia. Lo stesso registro che lo accompagnò fino alla domenica di via D’Amelio, dove arrivò puntuale a trovare la madre come ogni settimana. Quella fedeltà alle piccole abitudini non era leggerezza: era resistenza.

Il 30 gennaio 1992 è la data che cambia la storia d’Italia. La Cassazione confermò in via definitiva le condanne del Maxiprocesso. La fase istruttoria costruita da Falcone, Borsellino e il pool, e il dibattimento presieduto da mio padre, erano stati un continuum: due momenti della stessa opera. Cosa Nostra aveva atteso il giudicato. Quando capì che lo Stato aveva tenuto, sciolse ogni riserva. 23 maggio 1992: Giovanni Falcone e la sua scorta. Cinquantasette giorni dopo: Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, tra cui Emanuela Loi, prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio.

In quei giorni Borsellino non stava solo portando il lutto per Falcone. Si interessò con particolare attenzione a ciò che le sentenze chiamano mafia-appalti: un’inchiesta nata da un’informativa del Ros del febbraio 1991, che Falcone aveva considerato decisiva per risalire la catena fino ai colletti bianchi e ai nodi economici di Cosa Nostra. Dopo Capaci, il dottor Borsellino vi si dedicò con urgenza crescente.

Non è un’ipotesi. È ciò che le sentenze passate in giudicato già dicono. La Corte d’Assise di Caltanissetta, nel processo Borsellino quater − sentenza 20 aprile 2017, presidente Antonio Balsamo, 1.856 pagine di motivazioni − ha accertato che Borsellino venne eliminato per vendetta e per “cautela preventiva”: il timore che egli “persistesse incessantemente nella sua attività di indagine” su quel dossier. La Corte d’Appello di Caltanissetta nel 2019 ha confermato che i motivi legati agli appalti “si aggiungono” alle altre causali. La Cassazione nell’ottobre 2021 ha reso tutto ciò definitivo. Non fu l’unica causa − la vendetta per il Maxiprocesso rimane la causale primaria − ma fu certamente una delle concause, accertata e irrevocabile.

Scrivo con la piena consapevolezza del ruolo che ricopro: sono consulente della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Chiara Colosimo. Il suo compito − e il mio, in essa − è ascoltare tutte le voci e tutte le tesi, senza preclusioni. Già la Commissione presieduta da Nicola Morra aveva indicato il filone mafia-appalti come pista da seguire: questa Commissione ne raccoglie il lavoro e lo porta alle sue conseguenze alla luce del giudicato.

Ma c’è un dato che ha un peso storico a sé. Questa Commissione è stata la prima − in trent’anni − ad aver ascoltato i figli di Paolo Borsellino: Lucia, Manfredi e Fiammetta. Figli che qualcuno, indegnamente, ha anche deriso. Le persone che di quell’uomo conoscevano il volto di casa, la voce la sera, la paura tenuta nascosta, non erano mai state invitate a parlare da nessuna Commissione precedente. Questa Commissione ha avuto il coraggio di farlo. È stata ascoltata anche la voce dell’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia e marito di Lucia, da anni in prima linea nella ricerca della verità processuale. Questa Commissione ha scelto di ascoltare tutti. E quella scelta è già un atto di rispetto verso la verità. Perché c’è un dovere civico che non si prescrive: restituire alla famiglia Borsellino, e all’intero popolo italiano, la verità che un depistaggio orchestrato ad arte ha sottratto per decenni. Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, come scrisse lo stesso presidente Balsamo nelle motivazioni del Borsellino quater. Un depistaggio che non ha tolto la giustizia solo a una famiglia: l’ha tolta a tutti. Perché ogni cittadino ha il diritto di sapere come e perché muoiono i servitori dello Stato. E quella verità, ancora oggi, non è completa.

A trentaquattro anni da via D’Amelio, il modo più onesto di ricordare Borsellino non è farne un’icona. È ricordare che non mise mai piede nell’aula bunker per rispetto delle istituzioni, che visitò la madre ogni domenica sapendo che quella poteva essere l’ultima, e che in quei cinquantasette giorni continuò a indagare su tutto, anche su quello che era più pericoloso sapere. Come mi diceva mio padre, mentre io, bambino, gli insegnavo a fare i rigatoni, prima che tutto diventasse storia: gli uomini si possono uccidere. Il metodo, se è giusto, resta.

(*) Avvocato, Consulente della Commissione Parlamentare Antimafia (XIX Legislatura)

Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 13:25