È notizia di lunedì scorso che Martina Patti, già condannata in primo grado a trent’anni di reclusione per aver ucciso in modo truculento la propria figlia dodicenne Elena Del Pozzo, occultandone il cadavere, è stata ammessa dalla Corte d’Assise di Catania alla procedura della giustizia ripartiva, prevista da un recente decreto.
La cosa già dispiace in sé, visto che – come ho scritto altrove in modo esauriente – tale procedura non è che una forma di populismo giudiziario che blandisce le tendenze presenti in ogni popolazione, soprattutto di matrice cattolica, al ritrovamento di un accordo e di una qualche forma di compromesso, a scapito delle esigente della giustizia. Non solo. La procedura prevista accosta indebitamente e pericolosamente la persona indagata o imputata alla vittima del reato, mettendole in dialogo, ma facendo scivolare il processo penale dalla dimensione pubblica, in cui esso nasce e deve permanere, verso quella privata: il processo penale, per dir così, si privatizza, come hanno notato eminenti giuristi.
Il pericolo sta nel fatto che l’indagato o l’imputato non è ancora stato dichiarato colpevole e perciò non si vede come e a qual titolo debba o possa interloquire con la vittima di un reato che non si sa sia stato da lui commesso oppure no. Si tratta, come si vede, di una contorsione del pensiero tanto errata quanto rischiosa, perché mette in grave pericolo i capisaldi stessi della giustizia. Ma siccome purtroppo pare che di questi capisaldi a pochi davvero importi, oggi si è superata la soglia medesima della surrealtà.
Infatti, i giudici catanesi – portandosi sulla scia di altre decisioni assunte in precedenza da altri Tribunali – dal momento che i parenti stretti di Patti (il marito, padre di Elena e i nonni) non ne volevano sapere di sedere attento a un tavolo guardando negli occhi l’assassina della piccola e interloquendo con essa (ma a qual fine, poi?) Hanno deliberato di nominare una vittima “surrogante” (e non “surrogata”), delegandola a partecipare alla procedura al posto delle vere vittime. Insomma, il programma della giustizia ripartiva – spiegano i giudici – non viene escluso dal fatto che le vere vittime si rifiutino di parteciparvi, ben potendo il loro ruolo essere assunto da altri soggetti che ne surrogano la posizione, essendo stati a loro volta vittime di reati simili.
Perché ho scritto sopra che si è così superata la soglia della surrealtà? Perché in ciò che accade nulla vi è più di reale. Non la persona imputata, non ancora condannata con sentenza definitiva; non le vere vittime del delitto, accantonate come se la loro volontà non conti nulla; non il soggetto “surrogante”, il quale nulla conosce dei fatti accaduti e soprattutto per nulla può risentirne gli effetti.
Siamo ormai preda di una sorta di maligno psicologismo dilagante e pervasivo, in forza del quale alla normale procedura svolta in punto di diritto e protesa – per quanto possibile alle cose umane – alla giustizia, si sostituisce un complesso e assurdo gioco combinatorio di reazioni, di sentimenti, di risentimenti, di accordi e disaccordi puramente psicologici, come se questi e soltanto questi fossero degni di esser presi in considerazione. Con l’aggravante di far derivare effetti giuridici di vario genere – e anche negativi per la persona imputata – da queste improbabili forme di psicologismo del tutto occasionale e imprevedibile.
E se ancora la ferita in tal modo inferta all’ordine del diritto, poteva mostrarsi come rimediabile, oggi si è passato il segno. Infatti, la vittima “surrogante” rappresenta una sorta di maschera sociale anonima e buona per tutti gli usi, e che contrasta peraltro con la stessa logica della giustizia ripartiva, ammesso che questa possa averne una. Se si vuole che la vittima dialoghi con la persona imputata, come si può immaginare che nulla cambi se questa sia indotta a dialogare con uno sconosciuto, benché vittima di reati simili?
I sentimenti, le reazioni, i risentimenti, i pensieri, le emozioni, tutto il normale apparato psicologico di ogni essere umano è unico e irripetibile e fingere non lo sia è una forma di insopportabile ipocrisia sociale. Frank Furedi ha scritto pagine significative contro la “deriva psicologistica”, ormai foriera del nulla, come accade in questo caso. Lo capiscono anche i bambini. La Cassazione no.
Aggiornato il 14 luglio 2026 alle ore 09:11
