Gli equivoci sulle moschee e l’Islam in Italia nascono dall’ignoranza e dalla confusione circa il trattamento delle religioni nella Costituzione. Lasciamo da parte la Chiesa e la religione cattolica, che hanno una posizione e una protezione affatto particolari per ragioni storiche ed etiche, e sono garantite dallo specifico articolo 7. Consideriamo invece lo status generale delle religioni, regolato dall’articolo 8, secondo il quale tutte le confessioni sono egualmente libere davanti alla legge e hanno diritto di organizzarsi con i propri statuti se non contrastano con l’ordinamento giuridico italiano, mentre i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze (intese problematiche per la natura dell’Islam).
Esiste un fatto incontrovertibile, che i più accesi avversari politici del proselitismo musulmano trascurano nella foga di contrastarlo. Il fatto è che a Roma, sede del papato e centro della cristianità, esiste da decenni la più grande moschea d’Europa, edificata con i soldi degli Stati islamici e il tacito assenso sia del Governo italiano per “motivi petroliferi” e sia del Vaticano, che cessò di opporre la clausola lateranense del “carattere sacro” dell’Urbe. La moschea rappresenta altresì il “Centro islamico culturale d’Italia”. Le miniguerre di religione che vengono scatenate contro l’erezione di nuove moschee, adoperando ogni strumento dell’armamentario legale e burocratico, sembrano contrastare con l’articolo 8. Infatti, la libertà di culto è garantita “egualmente” davanti alla legge e le confessioni acattoliche hanno diritto di organizzarsi in conformità dell’ordinamento giuridico, che in via di principio non proibisce la costruzione dei luoghi di culto di ciascuna religione.
Non esiste alcun dubbio che talune manifestazioni, che loro giudicano forme di preghiere rituali, compiute da migliaia di musulmani sui luoghi pubblici, siano illecite e come tali dovrebbero essere trattate anziché lasciate correre in ossequio ad una certa tolleranza malamente intesa da chi dovrebbe provvedere in ossequio alla legge uguale per tutti. Né esiste alcun dubbio che, anche in questa fattispecie e in altre analoghe, lo Stato, le autorità pubbliche preposte al mantenimento dell’ordine legale hanno il diritto-dovere di esercitare “il diritto all’intolleranza verso gli intolleranti”, ben spiegato e rivendicato da Karl Popper per la preservazione della società libera ed aperta. Tuttavia, un divieto generalizzato, paralegale e/o fattuale a costruire luoghi di culto, moschee in questo caso, non è ricavabile dalle disposizioni costituzionali sulla libertà religiosa, come non ne è ricavabile neppure un diritto assoluto a costruire moschee a volontà o a pregare in luoghi, modi, forme a discrezione dei fedeli.
Il nostro Guicciardini ci ammonisce che tutti i fenomeni “comincian piccioli”, ma poi esplodono in grande e controllarli diventa impossibile per i perturbamenti sociali. Pertanto, sarebbe ora di mettere da parte gli espedienti e i mezzucci, e prendere di petto il fenomeno, che è italiano ed europeo, regolando con norme costituzionali o magari comunitarie il complesso di tal genere di rapporti, spirituali e fattuali, tra le religioni, che si sono moltiplicate, e i fedeli, che si sono differenziati, nelle nazioni che un tempo formavano quella estesissima collettività omogenea a ragione definita “Cristianità”.
L’ignoranza e la confusione risultano massime allorché, dalla rivendicata radice giudaico-cristiana dell’Europa, così esagerata, pretendono di far discendere una fantomatica “reciprocità” in fatto di culti e di moschee e di chiese. Sentiamo anche acculturati esponenti politici di prima grandezza sostenere che i musulmani, specialmente loro, non avrebbero il diritto di costruire moschee in terra cristiana e cattolica come l’Italia, e di praticarvi la loro fede, perché dove l’islamismo è religione di Stato la pubblica professione del cristianesimo è proibita o fortemente scoraggiata ed ostacolata, mentre la costruzione di una chiesa è vietata e impedita assolutamente. I sostenitori di tale falsa tesi, che nondimeno riscuotono successo per l’implicito richiamo all’uguaglianza di trattamento, sono in errore perché invocare la “reciprocità” è inappropriato, oltreché inammissibile.
Dove l’islamismo è religione di Stato, ed anche qualcosa di più, la libertà di culto non esiste. Quindi nessuna reciprocità può istituirsi o ratificarsi tra uno Stato costituzionale, vale a dire liberale, ed uno Stato che costituzionale non è, se non in senso improprio perché è la religione a legittimare la Costituzione, non viceversa. L’Italia non può stipulare “patti di reciprocità” in tal senso perché sarebbero incostituzionali. L’uguaglianza legale (articolo 3) proibisce i trattamenti differenziati in base alla religione professata.
Per dirla in modo più generale, noi non assicuriamo la libertà religiosa in accordo a reciproche concessioni sul culto, ma per il valore assoluto della libertà stessa, garantito non perché altri Stati lo assicurino altrettanto. Inoltre, se applicassimo una legge “patteggiata” e diversa a seconda della religione, ci comporteremmo esattamente come coloro che deprechiamo per il settario autoritarismo dei loro ordinamenti. La discriminazione dei cristiani negli Stati islamici non può essere invocata per giustificarne una simmetrica negli Stati liberali, sebbene sia intuibile il perché dell’invocazione.
Se amiamo la libertà religiosa, intrecciata alla libertà politica, non possiamo dire al musulmano “aprirai la tua moschea a casa mia quando io potrò aprire la mia chiesa a casa tua”, bensì “aprirai la tua moschea qui secondo le prescrizioni della mia Costituzione e delle mie leggi”. E dovremmo soggiungergli che il nostro è uno Stato di diritto che non obbedisce ai ministri di culto, comunque nominati.
La pretesa di una “reciprocità religiosa”, inammissibile costituzionalmente parlando, manifesta una sorta di sghemba islamofobia o, peggio ancora, esprime una tiepida e insicura adesione alle fondamenta della libertà religiosa. Nelle società liberali il radicalismo islamico pretesta le persecuzioni e le prevaricazioni che vorrebbe infliggere alla società che disprezza. E talvolta incomincia a riuscirci, per l’indole degli estremisti e la condiscendenza delle autorità.
Aggiornato il 10 aprile 2026 alle ore 10:13
