Impegno coerente e cristallino contro le mafie. Giorgia Meloni ha affidato ai social la risposta alle accuse di commistione con la criminalità organizzata. Per la premier la lotta del governo contro le mafie parla da sé, con il salvataggio dallo smantellamento del carcere duro e l’arresto di diversi boss malavitosi. “Oggi la redazione unica, composta da Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre – rimarca la presidente del Consiglio – questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze”, si legge nel lungo post di Meloni.
La replica è arrivata dopo la diffusione di alcune anticipazioni di un’inchiesta realizzata dal giornalista Giorgio Mottola per la trasmissione televisiva Report. La fotografia al centro della polemica ritrae Meloni accanto a Gioacchino Amico, indicato dagli investigatori come presunto referente del clan Senese in Lombardia. “Nessuno mette in discussione l’onestà della premier, ma lei omette di dare particolari su quello che emerge dall’inchiesta di Giorgio Mottola. Forse la premier farebbe bene a guardare in casa, dentro FdI, e capire chi e perché dava i pass a questa persona”, ha commentato Sigfrido Ranucci stamattina ai microfoni di Rai Radio 2. La fotografia, pubblicata sui profili social della trasmissione, sarebbe stata scattata il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano durante un’iniziativa politica organizzata da Fratelli d’Italia in vista delle elezioni europee di quell’anno. Secondo quanto riportato nel messaggio che accompagna l’immagine, tra i presenti in sala “c’era, in prima fila, anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia”. La trasmissione solleva quindi l’interrogativo: “Che ci fa Giorgia Meloni in foto con il referente del clan Senese in Lombardia?”.
Nel momento in cui venne scattata la foto incriminata, Amico non risultava indagato per mafia, ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato in passato per truffa e associazione a delinquere. Oggi figura tra i principali imputati nel processo Hydra di Milano e, secondo le intercettazioni citate dagli inquirenti, avrebbe svolto un ruolo di collegamento tra diversi gruppi criminali operanti in Lombardia. Originario della Sicilia, Amico è ritenuto dagli investigatori una figura di raccordo tra ambienti mafiosi diversi: dai referenti milanesi legati al boss Matteo Messina Denaro ai rappresentanti delle locali lombarde della ’Ndrangheta, fino al clan guidato da Michele Senese, storica figura della criminalità organizzata romana.
I parlamentari di Fratelli d’Italia della Commissione parlamentare antimafia, hanno difeso la premier e denunciato questa ricostruzione parziale. “Il giornalismo del campo largo in servizio effettivo e permanente oggi ha sfornato una tesi che va ben oltre la strumentalizzazione politica alla quale ci hanno abituati, sfociando quasi nella calunnia. La batteria dei quotidiani di riferimento delle sinistre infatti, partendo da un selfie scattato da un malavitoso assieme al presidente Meloni, con una ricostruzione assurda e paradossale, adombrerebbe dei legami con il clan dei Senese. È evidente che il selfie sia stato scattato in una occasione pubblica, non dal presidente ma dallo stesso soggetto che riferiscono essere collegato al clan. Circostanza impossibile da evitare per ogni politico in occasioni pubbliche. L’impegno del presidente Meloni e di questo governo contro ogni mafia è però testimoniato dai fatti, che raccontano di miriadi di arresti di super latitanti, nonché del merito esclusivo di aver strenuamente mantenuto in piedi l’istituto del carcere duro per i mafiosi. Non si può dire che il medesimo impegno sia stato assolto con tanta solerzia dalle forze politiche che oggi si scagliano irragionevolmente contro Giorgia Meloni. La storia personale del presidente Meloni nella lotta alla mafia parla da sola e come gruppo di Fratelli d’Italia della Commissione antimafia, ci diciamo indignati da questo modo di fare giornalismo e tributiamo al presidente del Consiglio tutta la nostra solidarietà”.
Aggiornato il 07 aprile 2026 alle ore 13:44
