Le bugie del No: se il Pm fa anche il giudice (tributario)

Tra le favole che raccontano i sostenitori del No, va per la maggiore quella che i cambi di casacca da Pm a giudice sarebbero irrilevanti.

Secondo i dati del Csm, infatti, si tratterebbe “solo” di una cinquantina di casi l’anno, in media, e quindi il significato statistico del fenomeno sarebbe minimo.

A parte che questo numero, in valore assoluto, non sembra comunque irrilevante, e che ˗ come sosteneva il buon Trilussa col suo pollo ˗ quando parliamo di statistica è bene mettersi in guardia, perché quando a una persona capita il caso statisticamente improbabile, chissà perché, poi cambia idea sulla irrilevanza, ciò che gli strenui difensori della corporazione togata omettono di dire è che non esiste solo la giurisdizione ordinaria, ma vanno messe nel calcolo dei possibili cambi di casacca anche le altre giurisdizioni, e in particolare quella tributaria.

E qui casca l’asino, perché la casacca, addirittura, non viene neppure cambiata, ma conservata senza problemi, perché il magistrato requirente è contemporaneamente anche magistrato giudicante.

Sono infatti moltissimi i giudici tributari che provengono dai ruoli della magistratura requirente (non solo ordinaria); per cui, c’è il rischio, neppure troppo remoto, che un Pm che ha istruito (o addirittura stia ancora istruendo) un procedimento penale per reato fiscale possa trovarsi a giudicare, come giudice tributario, l’imputato dello stesso fatto, nelle vesti di contribuente cui viene contestata l’evasione d’imposta derivante dall’accertamento fiscale correlato.

Un’evidente anomalia del sistema-giustizia da eliminare al più presto.

Aggiornato il 18 marzo 2026 alle ore 13:18