Se il referendum diventa il mattatoio dell’informazione

Mancano pochi giorni al 22 e 23 marzo, e l’aria intorno al referendum sulla giustizia non è più solo pesante: è diventata irrespirabile.

Quello che doveva essere un esercizio di democrazia si è trasformato, con una puntualità quasi scientifica, in un regolamento di conti a cielo aperto.

Un duello all’ultimo sangue tra poteri che, invece di confrontarsi sul merito delle riforme, preferiscono scambiarsi messaggi in codice e minacce più o meno velate.

Al centro di questo fuoco incrociato, come sempre, c’è chi prova a raccontare i fatti: i giornalisti.

IL “CODICE ENIGMA” DELLE MINACCE

Non si tratta solo di urla nei talk show. Siamo passati a una fase molto più subdola: le minacce cifrate.

Un sottobosco di avvertimenti che viaggiano tra le righe di comunicati stampa, dichiarazioni sibilline e post sui social, dove “chi deve capire, capisce”.

È un linguaggio da guerra fredda applicato alla magistratura e alla politica, dove l’obiettivo non è convincere l’elettore, ma intimidire l’avversario e chiunque osi fare da megafono a tesi sgradite.

GIORNALISTI: BERSAGLI MOBILI DI UN POTERE NERVOSO

Diciamocelo chiaramente: in questo clima, il giornalismo è diventato il sacco da boxe di ogni fazione.

Se non scrivi come fa comodo a una parte, sei un venduto.

Se non sostieni ciecamente le tesi dell’altra, sei un nemico del popolo.

Se provi a mantenere una parvenza di equidistanza, vieni denigrato, isolato o minacciato.

È lo sport nazionale del momento: attaccare il cronista per non dover rispondere della notizia. Se l’informazione non è un tappeto rosso steso ai piedi del potente di turno, allora diventa un ostacolo da abbattere.

UN PAESE (ANCORA) IMMATURO

La verità è che questo scontro rivela una fragilità strutturale: non siamo ancora un Paese maturo. Una democrazia sana protegge l’informazione proprio quando questa è scomoda.

Qui invece l’indipendenza viene vista come un’anomalia da correggere, un disturbo alla comunicazione di regime (di qualunque segno sia).

L’informazione deve essere preservata dagli attacchi del potere, ma in Italia sembra che il potere consideri il giornalismo come una proprietà privata o un’arma da guerra.

ORA BASTA

È tempo di dire basta. Basta con la retorica dell’odio verso chi scrive, basta con le intimidazioni mascherate da “critica”, basta con l’uso dei tribunali o della piazza virtuale per silenziare le voci fuori dal coro.

Se il 22 e 23 marzo segneranno un verdetto sulla giustizia, il clima che stiamo vivendo oggi ha già emesso una condanna: quella verso una libertà di stampa sempre più sotto assedio.

Aggiornato il 13 marzo 2026 alle ore 12:17