A Roma, il Comitato Nazionale per il Sì precisa perché votare per la conferma della Riforma Nordio
Perché votare Sì al referendum confermativo del 22-23 prossimi, per la conferma della Riforma Nordio. All’hotel “Donna Laura Palace” di Roma, lo studio legale “Reboa Law Firm”, dell’avvocato Romolo Reboa, e l’altro studio Beatrice Scibetta, hanno organizzato un convegno su questo tema, per il Comitato Nazionale per il Sì (uno degli organismi nazionali operanti per la conferma, al prossimo referendum, della legge del 2025 di riforma dell’ordinamento giudiziario). Al convegno, intitolato “Professionisti per il Sì”, son stati affrontati ˗ sempre con occhio laico e pratico, senza cedimenti all’ideologia ˗ i punti principali del problema.
Dopo l’introduzione di Maria Beatrice Scibetta, vicepresidente del Comitato nazionale per il Sì, i relatori (presente il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Alessandro Graziani) han chiarito al pubblico le ragioni del Sì: imperniate sull’obiettivo di correggere varie storture del nostro sistema giudiziario per renderlo più equilibrato, trasparente ed efficiente. La Costituzione, all’articolo 104, definisce la magistratura “un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e che comprende due funzioni diverse: quella giudicante, svolta dai giudici che emettono le sentenze, e quella requirente, esercitata dai pubblici ministeri, rappresentanti l’accusa. Questa struttura ˗ han proseguito i relatori ˗ nel tempo ha generato però un sistema in cui le due funzioni risultano troppo interconnesse, quasi mischiate tra loro. “Il giudice ˗ ha sottolineato la vicepresidente del Comitato per il Sì ˗ deve essere pienamente terzo e imparziale rispetto alle parti del processo; mentre il pubblico ministero è una parte processuale che sostiene l’accusa. La riforma nasce proprio dall’esigenza di rendere più netta questa distinzione”.
Un ruolo centrale è svolto poi dal Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), organo costituzionale che garantisce autonomia e indipendenza dei giudici, rappresentante circa 9.000 magistrati e composto da 33 membri: dei quali due terzi sono magistrati eletti dai loro colleghi – giudici e pubblici ministeri – e il restante terzo consiste in membri laici, scelti dal Parlamento tra docenti universitari di diritto e avvocati. Il Csm ha rilevanti competenze, decidendo su nomine e trasferimenti dei magistrati, progressioni di carriera e procedimenti disciplinari. Durante gli anni, però, dentro la magistratura si è consolidato un sistema di correnti organizzate, come anzitutto Magistratura democratica, e altre associazioni interne. Correnti – hanno spiegato i relatori – che partecipano attivamente alle elezioni interne del Csm e finiscono per esercitare una forte influenza sulla gestione delle carriere e delle stesse decisioni dell’organo di autogoverno dei giudici: dinamica, questa, marcatamente corporativa e autoreferenziale, e, soprattutto, inevitabilmente influenzata dalla politica. Il peso delle correnti in seno al Csm, e della conseguente lottizzazione ˗ ha ricordato Domenico Gramazio, senatore emerito ˗ arrivava, dentro Palazzo dei Marescialli, addirittura a riservare, ai giudici membri di Magistratura Democratica o altre associazioni ad essa vicine, persino autisti e donne delle pulizie...

Più del 90 per cento dei giudici italiani, poi, aderisce all’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), fondata nel lontano 1909: che ˗ leggiamo sul suo sito ˗ deve tutelare i valori costituzionali, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura: “Ma l’Anm - ricorda l’avvocato Romolo Reboa - è una semplice associazione privata, non è il Consiglio Superiore della Magistratura”.
Il dibattito ha ricordato, poi, anche casi che hanno giustamente impressionato l’opinione pubblica: nei quali, cittadini poi risultati innocenti (vedi, anzitutto, il caso Enzo Tortora) hanno trascorso lunghi periodi in custodia cautelare.
Il primo, e più importante, cambiamento nell’organizzazione della magistratura voluto dalla riforma sottoposta al voto popolare del 22 marzo riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: le due figure avranno percorsi professionali distinti, e non sarà più possibile passare, nel corso della carriera, dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa. Inoltre, saranno istituiti 2 diversi organi di autogoverno: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. A completare il nuovo assetto è prevista la creazione di un’Alta Corte disciplinare, che avrà il compito di giudicare eventuali responsabilità disciplinari dei magistrati.
Altro elemento molto discusso del progetto di riforma riguarda il ricorso al sorteggio per la selezione di parte dei componenti degli organi di autogoverno della magistratura. Questo sistema affiancherebbe il tradizionale meccanismo elettivo, e, secondo i fautori della riforma, ridurrebbe il peso delle correnti interne alla magistratura e favorirebbe una maggior pluralità nella composizione dei suoi organi di governo. “Il sorteggio per la formazione di organi di governo – ha spiegato Italo Bocchino, parlamentare emerito – in realtà vanta un’antica tradizione democratica: basti pensare alla storica democrazia ateniese e ad alcuni Comuni medioevali, N.d.R.). E permetterà di creare un organismo nuovo, quest’Alta Corte Disciplinare che giudicherà su tutte le situazioni connesse all’operato dei magistrati: riducendo senz’altro, in futuro, la possibilità di errori giudiziari”.
Va ricordato poi ˗ ha detto l’avvocato Fabrizio Valerio Fabrizio Bonanni Saraceno ˗ che la celebre legge Vassalli del 1989, sul passaggio del nostro sistema giudiziario dal rito inquisitorio a quello accusatorio, in realtà contemplava già diverse delle riforme introdotte, in seguito, dalla Riforma Nordio: ma rimase in sostanza inapplicata, essendo una semplice legge ordinaria, non costituzionale.
Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 11:05
