Nell’editoriale apparso su La Stampa il 6 marzo 2026, Massimo Cacciari affronta la crisi iraniana con una franchezza che merita di essere riconosciuta. “Questa volta, almeno, ci vengono risparmiate le ideologie sulla guerra di liberazione”, esordisce, liquidando l’armamentario retorico che solitamente accompagna le avventure belliche dell’Occidente.
“Trump non ci fa certo leva come il suo collega Bush jr., ancora zavorrato da consuetudini di pseudo diritto internazionale”: niente più finzioni, niente più appelli a un ordine giuridico che nessuno dei grandi attori prende più sul serio. L’Iran va colpito perché “abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa che andava maturando tra Iran, Cina e Russia”: è il linguaggio della realpolitik nella sua forma più pura, il riconoscimento che ciò che conta non è il diritto ma la forza. E fin qui Cacciari ha ragioni da vendere.
Eppure, proprio a questo punto l’analisi si arresta sulla soglia della domanda decisiva. Se il diritto internazionale è divenuto “pseudo diritto”, se la pura potenza è rimasta l’unico criterio residuo, occorre domandarsi: perché? Cacciari descrive la deriva con precisione, ma non ne interroga le cause. La realpolitik, per sua natura, non può mettere in discussione i propri fondamenti: assume la lotta per la potenza come dato ultimo, senza chiedersi se questo dato non sia l’effetto di una trasformazione più profonda.
La risposta va cercata in una dimensione che l’analisi geopolitica tende a ignorare: quella del nichilismo come destino dell’Occidente. Se oggi la pura potenza è l’unico criterio, è perché ogni altro criterio è tramontato. Dio, la Ragione, il Bene, la Legge naturale: tutte queste incarnazioni di un Assoluto che avrebbe dovuto orientare l’agire sottraendosi alla presa del tempo sono cadute una dopo l’altra. È la “morte di Dio” di cui parlava Nietzsche, ma intesa come conseguenza inevitabile della contraddizione originaria dell’Occidente: la pretesa di porre un Assoluto eterno al di sopra di un divenire che non tollera nulla di eterno. Ciò che resta non è il vuoto: è la tecnica, la pura capacità di realizzare scopi senza che alcuna istanza superiore indichi quali meritino di essere perseguiti. Sennonché, il tramonto degli assoluti è già avvenuto, ma l’avvento totale della tecnica come principio ordinatore non si è ancora dispiegato: viviamo in questo interregno, in questa terra di nessuno nella quale le vecchie legittimazioni sono morte e la nuova forma di dominio non ha ancora preso pieno possesso del campo.
Cacciari evoca la possibilità di un “nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito in forza della Seconda Grande Guerra”. Ma l’analogia richiede di essere interrogata. L’ordine del secondo dopoguerra nacque dall’accordo di Yalta, che poté reggersi per decenni perché ciascuna parte disponeva di un principio di legittimazione trascendente il mero calcolo della forza: l’una si appellava alla libertà, l’altra all’emancipazione del proletariato. Erano assoluti antagonisti, ma pur sempre assoluti.
Soprattutto, per l’Europa occidentale i decenni della Guerra Fredda costituirono una bolla protetta, un’anomalia nella quale ci si poté permettere il lusso di credere che la guerra appartenesse al passato, che la storia fosse giunta al proprio compimento. Quella bolla è scoppiata con il crollo dell’Unione Sovietica, e paradossalmente proprio la vittoria dell’Occidente ne ha accelerato la dissoluzione: venuto meno il nemico, sono venuti meno anche gli assoluti in nome dei quali ci si opponeva.
Ciò che emerge oggi non è un semplice disordine congiunturale. È una fase di transizione, che potrebbe durare decenni, nella quale il vecchio principio ordinatore è venuto meno ma il nuovo non si è ancora affermato: e quel nuovo principio non sarà di natura politica.
Chi può oggi fungere da ordinatore? Nessuno. La Cina non dispone delle risorse strategiche necessarie: arsenale nucleare un decimo di quello americano, proiezione militare embrionale, vulnerabilità geografiche strutturali. La Russia possiede l’arma nucleare, ma la sua economia non supera quella della Spagna, e una nazione che perde centinaia di migliaia di abitanti ogni anno non può aspirare all’egemonia: può distruggere, ma non costruire un ordine. Gli Stati Uniti dispongono di tutte le carte necessarie, ma sono attraversati da una crisi di volontà: una polarizzazione politica che non si vedeva dai tempi della Guerra Civile e una parte crescente dell’opinione pubblica che si domanda se valga la pena sostenere gli oneri dell’egemonia. Il trono dell’ordinatore è vacante: la Cina non può occuparlo, la Russia non può, gli Stati Uniti sempre meno vogliono.
Il rimpianto di Cacciari per Ventotene e Camaldoli assume dunque i tratti di una nostalgia impotente. “Ventotene e Camaldoli dove siete?”, chiede con tono elegiaco. Ma quegli ideali non sono stati traditi: sono tramontati, come tutto ciò che è nel tempo. L’ordine federale, la centralità della persona, il ripudio della guerra erano incarnazioni di un Bene che pretendeva di sottrarsi al divenire, e che proprio per questo non poteva reggere. Non si può invocarli come se fossero ancora disponibili: appartenevano a un mondo che credeva nella possibilità di fondare l’agire su principi eterni, e quel mondo non c’è più.
“A forza di realpolitik”, scrive Cacciari, “siamo passati dal ripudio al non ripudio della guerra, al ritenerla una situazione normale”. Ma questa deriva non è il frutto di tradimenti morali: è conseguenza necessaria. Venuto meno ogni assoluto capace di stabilire una gerarchia tra i fini, la forza è rimasta l’unico criterio. La normalizzazione della guerra è il volto politico di una civiltà che ha perduto ogni fondamento.
La domanda con cui Cacciari chiude, “chi è più forte?”, andrebbe rovesciata. La questione decisiva non è chi sia più forte, ma che cosa stia realmente comandando. Gli Stati lottano per il primato tecnologico convinti di servirsi della tecnica, ma è la tecnica che si serve degli Stati per incrementare la propria potenza. Il capitalismo investe nel potenziamento tecnico per vincere la competizione, e così trasforma il profitto da fine in mezzo.
Ciò che si profila all’orizzonte non è la vittoria di una potenza sulle altre, ma una pax technica nella quale tutti saranno integrati nei flussi di un apparato che si legittima da sé attraverso i propri risultati. È questo il destino che la realpolitik di Cacciari non riesce a scorgere, perché resta prigioniera della logica delle potenze proprio mentre le potenze stanno diventando strumenti di qualcosa che le trascende.
Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 11:27
