Una decisione che segna un confine netto: il segreto tutela le fonti, non l’irresponsabilità. La parola torna a rispondere delle sue conseguenze.
La libertà non inizia quando si può parlare. Inizia quando si deve rispondere di ciò che si dice. È questo il confine che distingue la libertà dal privilegio. Ed è proprio questo confine che la sentenza n. 6847 del 19 febbraio 2026 della Corte di Cassazione ha riportato al centro del diritto di informazione, interrompendo una deriva silenziosa che, sotto il nome di diritto di critica, aveva progressivamente normalizzato l’idea più pericolosa: che la parola pubblicata potesse sottrarsi al rischio delle proprie conseguenze.
Il caso riguardava un articolo nel quale un alto funzionario veniva descritto come il “regista” occulto di una nomina istituzionale, il “padrone di fatto” di un sistema di potere. Espressioni pesanti, capaci di ridefinire agli occhi dei lettori il significato stesso della sua posizione pubblica. Frasi che, nei precedenti gradi di giudizio, erano state ritenute coperte dal diritto di critica politica. Ebbene, gli Ermellini hanno rovesciato questa conclusione, annullando l’assoluzione agli effetti civili e riaffermando un principio che precede ogni norma: la libertà non elimina la responsabilità. La presuppone.
Il punto centrale della decisione è netto. Il segreto professionale del giornalista, previsto per proteggere la riservatezza delle fonti e garantire la circolazione delle informazioni, non può essere trasformato in uno scudo per sottrarsi all’onere della verifica. Non può diventare il mezzo attraverso cui attribuire a qualcuno comportamenti o influenze sulla base di affermazioni che nessuno può controllare. Perché quando la verifica diventa impossibile, il rischio non scompare. Cambia solo destinatario, si sposta da chi parla a chi subisce.
Ed è proprio questo trasferimento del rischio che segna il passaggio dalla libertà al potere. La reputazione non è un bene pubblico, né un riconoscimento concesso da un’autorità. È una costruzione individuale, fragile, cumulativa, che dipende dalla fiducia degli altri. Shakespeare nell’Otello lo aveva espresso con precisione definitiva: “Chi mi ruba la reputazione mi rende povero davvero”. In questa frase non c’è solo una verità morale, c’è anche una verità sociale. Perché la reputazione è una forma di proprietà immateriale. E colpirla senza assumersi il costo delle proprie affermazioni significa esercitare un potere unilaterale, privo di reciprocità.
Questo meccanismo non è nuovo. Tacito negli Annales raccontava, ad esempio, un’epoca in cui bastava un’accusa insinuata per distruggere un uomo, perché “più nessuno osava parlare liberamente, e nemmeno tacere senza pericolo”. Il problema non era la parola, quanto l’assenza di responsabilità. In pratica, la possibilità di colpire senza esporsi. In quel contesto, la parola non era più uno strumento di conoscenza. Era diventata uno strumento di selezione sociale, un mezzo per ridefinire i rapporti di potere senza passare per la prova dei fatti.
Il segreto professionale nasce per impedire il silenzio imposto, non per consentire l’accusa irresponsabile. È uno strumento che serve a rendere possibile la verità quando il potere tenta di impedirla, non a rendere impossibile la verifica quando la verità non c’è. Usarlo come scudo per evitare la responsabilità significa rovesciarne la funzione, e trasformarlo così da garanzia della libertà in garanzia dell’impunità.
Rimanendo sempre nell’ambito letterario, è il caso di ricordare come Manzoni ne I promessi sposi avesse colto la natura di questo processo con lucidità quasi clinica, osservando che “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Quando l’insinuazione diventa sufficiente, la verità diventa superflua. Non perché sia assente, ma perché non è più necessaria. Il danno si produce prima. La difesa arriva dopo. E spesso arriva troppo tardi.
Ogni sistema sociale fondato sulla cooperazione si regge su un presupposto invisibile: la responsabilità individuale. Ogni individuo sopporta le conseguenze delle proprie azioni. Quando questo legame si rompe, quando qualcuno può trasferire sugli altri il costo delle proprie decisioni, si introduce un elemento di distorsione che altera l’intero equilibrio. La parola pubblicata diventa una forma di potere privo di rischio. E il potere privo di rischio tende sempre a espandersi.
La sentenza della Cassazione interviene esattamente su questo punto. Non limita la libertà di stampa, la restituisce piuttosto alla sua natura originaria. La libera dall’equivoco che la confonde con l’assenza di responsabilità. Ricorda che la libertà non consiste nell’immunità dalle conseguenze, ma nella possibilità di agire accettandole.
In questo senso, la decisione citata ha un significato che supera il caso specifico. Riafferma che nessuno, nemmeno chi informa, può esercitare un’influenza senza esporsi al rischio delle proprie affermazioni. Che la protezione delle fonti non è una protezione delle accuse. Che la parola non è libera perché è protetta, ma perché è responsabile.
Alexis de Tocqueville aveva intuito che il pericolo più grande per una società libera non è il silenzio imposto, ma la pressione invisibile che modifica i comportamenti senza bisogno della forza. Questo potere colpisce la reputazione, si insinua nel giudizio sociale e si realizza nella parola, capace di ridefinire la posizione dell’individuo agli occhi degli altri. Quando questa parola non risponde delle proprie conseguenze, diventa uno strumento di dominio più efficace di qualsiasi coercizione.
La libertà autentica è esigente. Non protegge dall’errore, né protegge dal rischio, neppure protegge dalla responsabilità. Al contrario, li presuppone. La parola libera non è la parola senza conseguenze. È la parola che accetta le conseguenze.
La Cassazione, con questa sentenza, ha semplicemente ricordato ciò che dovrebbe essere ovvio e che invece è diventato raro: la libertà non è il diritto di colpire senza costo.
È il dovere di rispondere delle proprie parole.
Aggiornato il 25 febbraio 2026 alle ore 11:07
