Quarant’anni di referendum e poi la Consulta ferma il Sì

L’uomo di strada inizia a domandarsi come possa andare a finire questo referendum, percependo che la giustizia è una caverna buia da cui difficilmente si sortisce in buona salute. Senza parlare del rapporto tra normali cittadini e magistrati: nella maggior parte dei casi una sorta d’imbarazzo fantozziano (una profonda deferenza) prende i primi a cospetto dei secondi.

Per chi ha buona memoria, la situazione è a dir poco peggiorata dal novembre 1987: perché la politica, al crepuscolo della Prima Repubblica, non volle prendersi la responsabilità di legiferare, di mostrare i muscoli a caste e intrighi che poi getteranno l’Italia nella confusione di Tangentopoli.

In quei giorni di trentanove anni fa, il giovane cronista cercava di capire cosa stesse succedendo: saltava agli occhi che, quel referendum era l’ultimo frutto indigesto favorito al popolo dall’inerzia degli eredi di Ponzio Pilato (l’ultima Diccì). Un grande pasticcio: misero insieme tra gli “abrogativi” dell’87 il quesito sulla “responsabilità civile dei magistrati”, quello sulla “commissione inquirente”, poi il quesito sulla “localizzazione delle centrali elettronucleari da parte del Cipe”, quello sui “contributi agli enti locali che ospitavano centrali con combustibili diversi dagli idrocarburi” e, dulcis in fundo, il quesito sul “divieto di partecipazione dell’Enel a centrali elettronucleari all’estero”.

La politica, a parte Bettino Craxi che più volte aveva coraggiosamente invitato il Parlamento a fare il proprio dovere e legiferare, optava per giustificare quel referendum come una “giusta continuità con gli abrogativi del 1981”: ovvero quelli che poi non permetteranno all’Italia di produrre energia dal nucleare. Craxi e Marco Pannella ebbero così a convergere, optando per la via referendaria; e pensando potesse smuovere l’immobilismo della politica, fatta anche allora di silenti e viscide pastoie. Vinsero i SI con oltre l’80 per cento, e con quasi il 70 per cento d’affluenza alle urne: vinse la responsabilità civile dei magistrati, e limitiamoci a questo quesito.

A distanza di trentanove anni, è evidente come il Palazzo abbia saputo lentamente agire perché prevalesse il No: la “responsabilità civile del magistrati” non ha mai trovato applicazione. Il Palazzo non ha volto né nome, ma la sua anima ha un sentire assai diverso da quello della gente normale. Occorre aver buona memoria e annotare gli eventi. Francesco Cossiga, presidente emerito, in una intervista mi aveva detto che della “responsabilità civile dei giudici non se ne sarebbe fatto un fico secco”, aggiungendo che conosceva bene certi magistrati e per questo aveva mandato i Carabinieri in assetto antisommossa al Cms (in riunione plenaria) per farli arrestare: mi disse “i Carabinieri erano pronti a sfondare il portone di palazzo dei Marescialli…”. Poi tutto rientrava, Cossiga aveva capito che erano entrate in campo “forze internazionali” per buttare giù il sistema dei partiti.

Ma veniamo ai nostri giorni, perché il braccio di ferro sulla giustizia tra Sì e No va per i quarant’anni. Perché la visita imprevista di Mattarella al Csm, e dopo che Nordio ha accusato certi poteri e correnti di “metodi para-mafiosi”, non va interpretata come qualcosa dal sapore inedito. Il presidente della Repubblica presiede il Csm, quindi sappiamo logico debba difenderne la struttura anche avversando qualsivoglia volontà riformatrice che ne modifichi funzioni, assetto, uffici. Mattarella ha lanciato un messaggio chiaro a chi ha voluto il referendum: “…qualunque sia il risultato, poi non si debbano raccogliere macerie”.

Qualcuno ha subito interpretato questa sortita come un altolà della massima carica dello Stato al fronte del Sì. Della visita di Mattarella al Csm non era stata informata neanche la premier Giorgia Meloni.

Va detto che, la vittoria del Sì sarebbe solo l’ennesimo segnale che gli italiani desiderano un rapporto diverso con i poteri giudiziari, certamente una giustizia più giusta. Ma gli addetti ai lavori sanno bene che il Sì sarebbe solo l’ennesimo punto di partenza. E vale la pena rammentare nuovamente che fine abbia fatto il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, che ci portava alle urne l’8 e 9 novembre 1987: aveva sancito l’abrogazione degli articoli 55, 56 e 74 del Codice di procedura civile, che limitano la responsabilità diretta dei giudici; introducendo la volontà di un nuovo regime di responsabilità dei magistrati per “danni da dolo o colpa grave”.

IL MAGISTRATO NON PAGA

In trentanove anni nessun magistrato ha mai pagato per aver rovinato la vita di persone innocenti, o ridotto in povertà imprenditori per i classici errori giudiziari. Nei casi più eclatanti ha pagato solo lo Stato, quindi noi cittadini: quel magistrato è rimasto al suo posto o, come nel caso Tortora, è stato addirittura promosso.

La visita di Mattarella al Csm ci rammenta tanti incontri del passato. Con questo non si vuole certo asserire ci siano state influenze sulla sentenza n. 49 del 2 marzo 2022: con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’inammissibilità della “richiesta di referendum popolare sulla responsabilità civile diretta dei magistrati per i danni arrecati nell’esercizio delle funzioni loro demandate”, ma è questa la fine che ha fatto dopo tre decenni la volontà referendaria popolare dell’87; la Corte costituzionale ha dichiarato che non ci può essere responsabilità dei magistrati per “danni da dolo o colpa grave”.

La Corte costituzionale solo nel 2022 s’è ricordata di bollare quel referendum del 1987 come “manipolativo e creativo, e non meramente abrogativo”. In pratica, dopo tre decenni la Consulta ha deciso che lo “statuto costituzionale della magistratura” va preservato con l’introduzione di “condizioni e limiti alla responsabilità dei magistrati”. Quindi se un magistrato sbaglia, anche con “dolo o colpa grave”, non può essere per il suo rango messo alla stessa stregua di altri pubblici funzionari o dipendenti d’alto grado: se un conducente del servizio pubblico fa un incidente perde il posto e paga anche con la galera, stesso discorso per un medico come per un amministratore, invece per il magistrato vige l’intangibilità anche e soprattutto patrimoniale. Però, in caso di errore giudiziario, la vittima può chiedere un risarcimento: difficilmente concesso, in pochi casi erogato con difficoltà e contagocce. Ergo, non si può chiedere direttamente il risarcimento al magistrato, anche quando l’errore si manifesti come un vero e proprio reato. In pratica ne risponde astrattamente e patrimonialmente sempre e solo lo Stato. Così ogni azione risarcitoria deve essere indirizzata nei confronti dello Stato; e a soccombere sono i soliti cittadini con le loro tasse. Così ogni azione di rivalsa nei confronti di qualsivoglia magistrato è a dir poco impensabile.

Certo, prima del 2022 (quando la Corte Costituzionale sentenziava) era intervenuta la legge del febbraio 2015 (la numero 18), che aveva ampliato le ipotesi di responsabilità del magistrato, eliminando anche il filtro di ammissibilità. Ma la Consulta è andata dritta al nocciolo del problema, evitando che un qualsiasi cittadino danneggiato possa proporre azione civile nei confronti del magistrato, e senza alcun filtro. Così la Corte Costituzionale ha nel 2022 affermato che, nonostante il referendum, la responsabilità civile del magistrato non si presta alla piena applicazione comune della normativa vigente in tema di “responsabilità dei funzionari dello Stato”; sottraendo così i magistrati al pericolo di dover risarcire col proprio patrimonio le cosiddette “vittime della giustizia”.

VITTIME DI VASSALLI

La Consulta, per ammantate d’inammissibilità il quesito dell’87, ha parlato di scarsa chiarezza, ambiguità, inidoneità a conseguire il fine: insomma, non è possibile l’autonoma azione risarcitoria contro un magistrato. Parimenti, la Corte costituzionale ha dimostrato come non sia possibile garantire al corpo elettorale italiano il pieno esercizio del suo potere sovrano, ovvero lasciare alla gente la possibilità di una scelta chiara in materia di giustizia. Un duro colpo all’istituto del referendum, che in quel 2022 ha dimostrato i limiti alla cosiddetta sovranità popolare.

Ecco che, dopo trentasei anni di riforma Vassalli, alle vittime della giustizia non è mai stata data speranza che a pagare sarebbe stato chi ha travisato i fatti, oppure chi ha ordinato provvedimenti illegittimi sulla libertà personale, o abbia omesso o ritardato il compimento di atti giudiziari. Lo Stato ha dimostrato la consolidata abitudine nel non esercitare azioni di rivalsa contro i magistrati responsabili di persecuzioni ed ingiuste condanne. Anzi, troppe voci autorevoli hanno consolidato il concetto che, non costituirebbero colpa grave le interpretazioni dannose delle norme di diritto e nemmeno l’errata valutazione del fatto, delle prove insomma. Al magistrato è stata così tolta ogni colpa, con la solita scusa che si debba “comunque e sempre preservare l’autonomia e l’indipendenza nello svolgimento delle funzioni”.

Mattarella al Csm giustamente difende i magistrati e Nordio la sua riforma. Ma sarebbe interessante approfondire come, aldilà del Sì o del No, possa continuare a sussistere il problema delle vite normali rovinate da carcerazioni o da risarcimenti a potenti di turno, ad alti dirigenti, a magistrati, a multinazionali e vertici di banche. Perché negli ultimi anni è aumentato il numero dei cittadini che hanno subito carcerazioni, soprusi o anche chiamati a risarcire enormi cifre a uomini di potere e grandi società. Il presunto offeso di potere sempre più spesso sta trascinando l’uomo normale in cause civili dal valore milionario, forte della propria rendita di posizione professionale, sociale ed economica. Il potente evita così la causa penale e punta direttamente alla sentenza civile. Sono aumentate le liti temerarie e le ingiuste detenzioni, ma sono problemi della gente normale, che poco riguardano il Palazzo.

Aggiornato il 20 febbraio 2026 alle ore 14:39