Le dittature di nuovo tipo, inusitato, con il carattere della pervasività sociale, le quali comparvero nel periodo postbellico della Grande Guerra, furono tipi di reggimento politico mai visti prima, anche nel senso che non collimavano con nessuna delle forme di governo che, a partire dal celebre, il più antico della storia, “logos tripolitikòs” erodoteo, gli studiosi hanno cercato di classificare. Secondo Erodoto, infatti, Otane, Megabizo e Dario, tre dignitari persiani, nel 522 a.C. discussero sul miglior regime da adottare. Dario era favorevole alla monarchia, il governo di uno solo; Megabizo preferiva il governo dei pochi, l’oligarchia; Otane propendeva per il governo dei molti, il potere della maggioranza, ma non lo nominò democrazia bensì “isonomia” (uguaglianza di fronte alla legge) “il nome più bello di tutti”. Ed infatti fu l’isonomia a creare la democrazia, non viceversa come troppe volte si afferma, così evidenziando pure una certa concezione della politica.
Queste nuove dittature instaurate agli inizi del XX secolo, per bizzarria essendo al contempo in parte identiche, in parte somiglianti, in parte antitetiche, hanno nondimeno un carattere che le accomuna indiscutibilmente. Costituiscono la deliberata e perseguita “reazione totalitaria” alla democrazia liberale o, per meglio dire, alla libertà stessa, cioè alla “libertà dei liberali”, come bisogna chiamarla per distinguerla dalle tante adulterazioni del nome “libertà”, la quale nel XIX secolo registrò l’affermazione generale in Occidente, talché a ragione l’800 è detto il secolo liberale. “La reazione totalitaria” è il titolo dell’ultimo libro appena uscito, purtroppo incompiuto e postumo, di Lorenzo Infantino, uno dei maggiori studiosi appunto della “libertà dei liberali”, cioè del liberalismo classico (cfr. La reazione totalitaria, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2026, pag. 124, €18,00, con prefazione di Raimondo Cubeddu, a cura di Simona Fallocco e Nicola Iannello).
Fascismo, nazismo, comunismo conquistano il potere in modi diversi. I primi due mediante elezioni artefatte dalla violenza. Il comunismo tramite il colpo di Stato della fazione bolscevica, che rivoluzionò integralmente la società collettivizzando la proprietà privata. Furono diverse anche secondo il grado di pervasività sociale, che fu massimo nel comunismo di stampo sovietico, inferiore nel nazismo e minore dal fascismo. Eppure, tutti i tre regimi vanno sotto il nome di totalitarismo, a torto se messi a confronto tra di loro, ma a ragione se considerati nell’insieme alla stregua di tentativi riusciti di svellere le radici del “governo rappresentativo” e di conquistare gl’individui asservendoli ad una comunità plasmata dall’élite al potere o dal singolo dittatore: politburo, duce, führer, caudillo.
Molte e ben conosciute sono le cause remote della “reazione totalitaria”, incubate dallo stesso XIX secolo. Ma la causa prossima, la principale, fu la Prima guerra mondiale, i cui esiti misero fine ad un intero mondo, materiale e spirituale. Sembrò che i princìpi vitali grazie ai quali era rifiorita la civiltà europea, sviluppando libertà individuale, ricchezza nazionale, sapere d’ogni genere, con la democrazia parlamentare, il governo della legge, lo Stato di diritto, l’economia di concorrenza, gli scambi internazionali; sembrò dunque che non bastassero più, anzi dovessero essere accantonati e sostituiti dai loro opposti per soddisfare aspettative apparentemente nuove, impellenti quanto oscure.
L’individualismo fu deprecato come asocialità. L’indipendenza personale divenne sospetta se esprimeva autonomia o confliggeva con decisioni centralizzate. L’abalietà fu considerata una virtù civica. La convivenza civile finì preda del “genio della dissoluzione” (Salvatore Satta). Le “vite degli altri” furono fatte proprie dagli apparatcik che ne disponevano ad arbitrio e piacere. La massa inquadrata e compatta prese il posto delle manifestazioni volontarie. Con moto accelerato, la “reazione totalitaria” faceva scendere la china dell’umiliazione e della vergogna alle nazioni dove sembrava trionfare incontrastata. Il Parlamento, un orpello; la separazione dei poteri, una bestemmia; i giudici indipendenti, un pericolo; il pensiero libero, una minaccia.
Sembrò allora e purtroppo anche oggi sembra a molti che la democrazia liberale, per sua stessa natura, non sia in grado di tenere il ritmo del progresso tecnologico impresso dalle scienze. Così hanno preso a teorizzare la “democratura”, che sarebbe una dittatura insediata democraticamente però con un’elezione una tantum, sembrerebbe, e la “democrazia illiberale”, un ossimoro politico; a considerare i controlli e bilanciamenti (checks and balances) una dannosa complicazione; a biasimare e rifiutare il processo democratico, la competizione elettorale a cadenze prestabilite, le Camere rappresentative e sovrane; ad apprezzare il decisionismo oligarchico e l’oscurità governativa; a sprezzare le radici illuministiche e darwiniane della libertà perché torpide ed ostative dell’agognato matrimonio tra potere della tecnologia e potere della politica; ad incitare all’abbandono del costituzionalismo e del liberalismo; a fantasticare di un destino già scritto verso un mondo postmoderno che starebbe nascendo dalla concentrazione dei due poteri, la tecnica e la politica, verso un super potere salvifico, nelle mani di pochi uomini, non più “illuministi” ma “illuminati”, bisogna supporre stando alle loro millanterie.
L’unica certezza è che il vecchio mondo è finito, affermano. La stessa affermazione di un secolo fa, esattamente. E sappiamo come andò, assecondando e plaudendo alla “reazione totalitaria”. Oggi assistiamo ai prodromi di una reazione all’èthos liberale, sebbene non del pari totalitaria, nondimeno egualmente pericolosa. Il fascino della dittatura, compendiosamente cioè dell’Illiberalismo (un sostantivo che dovetti inventare perché sconosciuto al vocabolario italiano), permane visibile e manifesto. Il punto centrale di attacco della reazione in atto non è però il sistema politico complessivamente considerato o quel preteso fantasma che sarebbe diventata la democrazia liberale, “mai stata perfetta o assoluta ma la peggiore forma di governo eccettuate tutte le altre che sono state provate di tempo in tempo” (Churchill). Il punto di attacco è il “governo rappresentativo”, la supremazia del Parlamento, il cuore pulsante della sovranità popolare, che populismi, sovranismi, giustizialismi, suprematismi, tecnopolitica (i nomi nuovi del vecchio antiparlamentarismo) pretendono di rispecchiare. I reazionari di ieri e di oggi aborriscono le virtù capitali del Parlamento: non interpreta la sovranità popolare, bensì la rappresenta; non adultera il volere degli elettori, ma lo esprime; non decide sottoposto in soggezione, ma delibera sovrano in libertà. Pertanto, spetta soprattutto al Parlamento, l’istituzione politica più aristocratica e più popolare, conservarsi integro, attestarsi e attrezzarsi a resistere, memore delle tragiche esperienze passate, allorché, con le immortali parole di Salvatore Satta, “le istituzioni parlamentari anch’esse, diventate accademie di canto, mostravano che in canto appunto finiscono, per progressione naturale, le chiacchiere della democrazia dei legulei.”
Aggiornato il 20 febbraio 2026 alle ore 10:49
