C’è chi attraversa il Mediterraneo per denunciare le ingiustizie del mondo e chi, forse, avrebbe semplicemente potuto limitarsi ad attraversare il corridoio della propria redazione. La parabola di Saverio Tommasi è tutta qui: una vita professionale spesa a raccontare soprusi, ingiustizie e diritti negati, da ultimo – ricorderete certamente – l’imbarco sulla Sumud Flotilla, giusto per ribadire ancora una volta da che parte stare. Il reporter che abbraccia le fragilità del pianeta, che ribalta i tavoli degli stereotipi, che accarezza le crepe dell’umanità. Eppure, mentre il mondo brucia, il cerino acceso era proprio sotto il suo naso, in casa propria.
La casa in questione si chiama Fanpage.it, testata online diretta da Francesco Cancellato e pubblicata da Ciaopeople Srl. Ed è proprio lì che, secondo quanto emerso da un’ispezione dell’Inps, sarebbero stati contestati contratti irregolari, con conseguente sanzione milionaria. Una vicenda che parla di “co.co.co.”, di contratti diversi da quelli Fieg-Fnsi, di inquadramenti Uspi pensati per piccole realtà locali e utilizzati – sempre secondo le contestazioni – per contenere i costi in una redazione che nel frattempo cresceva e macinava visualizzazioni.
Il paradosso è quasi letterario. Nella sua bio sul sito, Tommasi scrive: “Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi.” Un manifesto etico più che una presentazione. Ma in ogni matrimonio che si rispetti, prima di salvare il mondo, si sparecchia in cucina.
Perché le fragilità umane non abitano solo nei campi profughi o nelle periferie dimenticate. A volte siedono davanti a una scrivania, con un contratto leggero come carta velina e uno stipendio ancor più leggero. Ma d’altronde, si sa, spesso è molto più difficile interrogarsi sugli eventuali squilibri dentro il proprio perimetro professionale, dove l’ingiustizia non è un concetto astratto da raccontare in un reportage, ma una cifra piccola piccola scritta in fondo a una busta paga.
Ma il punto della questione, si badi bene, non è negare l’impegno umanitario di Tommasi, né ridicolizzare chi sceglie di esporsi per cause lontane. Il punto è la coerenza. È facile indignarsi per gli sfruttati di mezzo mondo: sono lontani, simbolici, narrativamente potenti. Più difficile è guardare in casa propria quando le contestazioni parlano di contratti farlocchi, inquadramenti non rispettati, stipendi al ribasso.
Il giornalismo che puntualmente inchioda gli altri al banco degli imputati dovrebbe accettare di sedersi allo stesso banco quando le ombre sfiorano la propria redazione. Altrimenti, il rischio è quello di trasformare l’umanitarismo in scenografia e la coerenza in optional.
In quanto a Saverio Tommasi, egli ha certamente girato il mondo per accendere i riflettori sulle “crepe dell’umanità”. Tuttavia, prima di salpare di nuovo verso altri lidi, dovrebbe forse fermarsi un attimo in redazione. Perché a volte la storia più amara da raccontare non sta dall’altra parte del mare, ma nella scrivania accanto.
Aggiornato il 19 febbraio 2026 alle ore 11:02
