Al netto delle polemiche sollevate dall’intervento del ministro della Giustizia, e a prescindere o meno se siano condivisibili o meno le sue affermazioni, è necessario fare due osservazioni. Il sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo Antonino Di Matteo sostiene che le sue antiche dichiarazioni verrebbero strumentalizzate.
Dice: “A coloro i quali, in queste ore, cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura. Con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino”.
Poteva cavarsela semplicemente dicendo: “Quelle cose non le condivido più”. Certo, poi avrebbe dovuto spiegare cos’è che gli ha fatto mutare opinione. Invece no: si produce in un contorto panegirico. Ma quelle frasi le ha pronunciate. E non può negare di averlo fatto. Per inciso: nessuno degli scandalizzati di oggi, emise un solo gemito allora.

Si vede che Di Matteo può dire quello che Carlo Nordio non può dire; oppure (ma non lo si vuole credere), Di Matteo è personaggio che non merita replica e considerazione. Interviene, intervistato da Il Fatto, anche Sergio Lari, già procuratore a Caltanissetta, per tanti anni pm e procuratore aggiunto a Palermo. Sostiene che Giovanni Falcone credeva nella funzione del Csm. Nessuno lo nega. Di tutta evidenza però che non credeva nel sistema in cui il Csm era governato, visto che – lo dice lo stesso Lari – non si riconosceva nel sistema correntocratico, ed è stato tra gli animatori di un gruppo alternativo. Lari poi ricorda che Falcone si candidò al Csm “ma non fu eletto per pochi voti”. Andrebbe aggiunto che quei voti glieli fecero mancare proprio i suoi colleghi magistrati: che in omaggio a quei criteri che si vogliono superare con il referendum, votarono altri candidati, appartenenti alle “correnti” che sgovernavano il Csm.
Ancora non siamo a “’na manica de gente assai lasciva, finocchi e vacche ignude alla Godiva”. Descrizione sonettistica dei radicali e dei militanti della Lid da parte di Maurizio Ferrara. E ancora non siamo alla profezia fanfaniana ad Enna: se passa il divorzio, il giorno dopo le mogli scapperanno con le loro domestiche (non s’è mai saputo se per continuare, pur avendo abbandonato il tetto coniugale, ad avere un aiuto nelle faccende domestiche, o per finalmente coronare l’inconfessabile amore saffico). Nonostante quei toni, il Paese si rivelò più civile di chi lo governava, e non deve stupire più di tanto il tono che va assumendo la campagna referendaria. Si è sentito ben di peggio in passato. Per venire all’oggi: molti giudicano severamente l’affermazione del ministro della Giustizia Nordio sul Csm e i metodi “para-mafiosi”. Così dicendo avrebbe offeso i tanti caduti per mano di mafia. Mi chiedo dov’erano i tanti indignati il 15 settembre del 2019, quando il pubblico ministero Nino Di Matteo, presentando la sua candidatura al Csm si scagliò contro “la degenerazione del correntismo. L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”. Di Matteo invita a non strumentalizzare sue antiche dichiarazioni e convinzioni. Nessun commento. Solo domande: è differente “para-mafioso” da “molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”? Quello che valeva nel 2019 non vale nel 2026? Quello che poteva dire Di Matteo non lo può dire Nordio? Non lo chiedo per un amico. Lo chiedo per me.
Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 10:44
