Nel 2019 il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che affermava un principio semplice, che dovrebbe a tutti risultare ormai evidente: nazismo e comunismo sono stati entrambi responsabili di crimini di massa, deportazioni, soppressione sistematica della libertà. Non si tratta di un giudizio accademico, ma di una presa d’atto storica. Nel testo si ricordava anche il patto del 23 agosto 1939 tra Adolf Hitler e Iosif Stalin, atto che segnò l’avvio della tragedia europea e pose i due regimi su un piano di corresponsabilità nello scoppio della guerra. La risoluzione si inseriva in una linea già tracciata dalla Dichiarazione di Praga del 2008: costruire una memoria europea condivisa che includa anche le sofferenze dei popoli dell’Est, oppressi prima dal nazismo e poi dal comunismo sovietico. Per molti, tuttavia, equiparare nazismo e comunismo significa ignorare le differenze ideologiche di partenza: il primo nasce come progetto razziale e genocidario; il secondo come promessa di emancipazione universale. Al riguardo, si ricorda di solito il contributo dell’Armata Rossa alla sconfitta del Terzo Reich, e in Italia si aggiunge il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella nascita della Repubblica.
Tutto vero, ma c’è dell’altro. Nel XIX secolo aderire al comunismo poteva essere razionalmente comprensibile. Quando il nazismo non esisteva ancora, il marxismo si presentava come critica al capitalismo selvaggio, alle fabbriche insalubri, allo sfruttamento minorile, alle disuguaglianze della Prima rivoluzione industriale. Non esisteva ancora un bilancio dei suoi esiti storici e non si poteva pretendere che tutti vedessero le implicazioni autoritarie insite in una teoria complessa che coinvolge diversi tipi di conoscenze e discipline. Anche nei primi anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, l’esperimento sovietico poteva apparire come un tentativo di costruire una società più giusta. L’illusione poteva reggere, complice la distanza geografica, la propaganda e le particolari condizioni in cui si trovava la società russa. Ma dopo settant’anni di governi comunisti in Europa e nel mondo il giudizio non può più fondarsi sulle intenzioni: deve fondarsi sui risultati. Sotto Iosif Stalin l’Unione Sovietica conobbe gulag, purghe, deportazioni di interi popoli, carestie indotte, repressione sistematica del dissenso. Altri regimi comunisti produssero analoghe forme di controllo totale, soppressione del pluralismo, economia pianificata inefficiente e coercitiva. La promessa di una società senza classi non si tradusse in una libertà più ampia e in una società più giusta, ma in una concentrazione estrema del potere e in una sistematica repressione di ogni forma di dissenso.
Un’ideologia non dovrebbe essere giudicata per ciò che promette, ma per ciò che produce quando conquista il potere. Se ogni volta che viene applicata su larga scala genera partito unico, polizia politica e repressione, il problema non può essere liquidato, come ancora oggi in molti tendono a fare, come una deviazione accidentale o l’effetto di qualche leader particolarmente crudele. La concentrazione del potere in nome di una verità assoluta – razziale o classista – tende strutturalmente ad annullare il pluralismo e i fondamentali diritti politici e civili. Le buone intenzioni, di cui com’è noto sono lastricate le vie dell’inferno, non assolvono i risultati, anzi: un’ideologia che si presenta come moralmente superiore può risultare più insidiosa di una che si dichiara apertamente aggressiva, perché giustifica la coercizione in nome della salvezza collettiva e di un ideale messianico che sembra inoppugnabile. Il Novecento ha dimostrato che sia la divinizzazione della razza sia la mitizzazione della lotta di classe conducono comunque a uno Stato totalitario, con la conseguente riduzione di ogni cittadino a mero strumento per la conquista e la conservazione del potere.
Sostenere che nazismo e comunismo dovrebbero essere entrambi ripudiati nella Costituzione di una futura federazione europea non significa dunque equiparare le loro radici teoriche, ma riconoscere che i regimi che li hanno incarnati hanno prodotto sistemi oppressivi incompatibili con una concezione liberale e democratica dello Stato. Il problema, per l’Italia, è più complesso che altrove. In molti Paesi dell’Europa orientale la condanna del comunismo è stata parte integrante della liberazione nazionale dopo il 1989. In Italia, invece, il Partito comunista ha avuto un ruolo nella Resistenza, nella Costituzione, nella vita parlamentare. Questo ha reso più difficile una presa di distanza netta dal comunismo come sistema totalitario. Ma se l’Europa vuole fondarsi su una memoria condivisa, non può ignorare le sofferenze dei popoli che hanno vissuto sotto quei regimi. Il vecchio “fattore K”, evocato da Alberto Ronchey in famoso articolo apparso sul Corriere della sera del 30 marzo 1979 per spiegare l’esclusione del Partito comunista dal Governo durante la Guerra fredda, potrebbe oggi ripresentarsi in forma diversa in relazione a un diverso divieto, questa volta autoimposto, in virtù del quale una comunità politica fondata sui valori comuni della liberaldemocrazia non può accettare ambiguità sulla condanna dei totalitarismi e dovrebbe pertanto escludere dal Governo del Paese chiunque non aderisca in modo chiaro a questa condanna.
Ma il ripudio di ogni forma di totalitarismo dovrebbe essere inserito già oggi in modo esplicito all’interno di ogni Costituzione democratica di ogni Paese europeo, ancor prima che in quella degli Stati Uniti d’Europa, perché non si tratterebbe di un esercizio retorico, ma del riconoscimento di una condizione minima per poter garantire il pluralismo, la libertà individuale e lo Stato di diritto. Senza una presa di posizione condivisa su questo tema ogni progetto di integrazione europea è infatti destinato a rimanere precario, perché verrebbe a mancare l’unico fondamento morale e politico in grado di differenziare un’Europa federata da una qualsiasi autocrazia, rendendo così perfettamente vana anche la sua stessa esistenza. La storia del Novecento, così come quella di questo ultimo decennio, dovrebbe essere sufficiente per farci percepire la necessità di un chiarimento risolutivo in proposito. Il Novecento non è un archivio di fantasmi polverosi: è una memoria sempre presente e viva, e quindi anche un avvertimento, così come oggi lo sono le connivenze e le complicità che in Occidente stanno supportando i crimini di Vladimir Putin. Ignorarle o sottovalutarle significa lasciare aperta la porta alla possibilità che altre tragiche occupazioni del territorio europeo possano essere intraprese da chi, avvalendosi di una guerra ibrida sempre più spregiudicata, efficace e cinica, è riuscito a penetrare nei social media occidentali proprio facendo leva sull’antico risentimento verso la democrazia e il pluralismo ancora oggi ben presente nelle coscienze di molti, troppi, cittadini americani ed europei.
Aggiornato il 12 febbraio 2026 alle ore 12:28
