Ieri è stato celebrato il Giorno del Ricordo, la solennità civile nazionale istituita con la legge numero 92 del 30 marzo 2004, per conservare e rinnovare la memoria della tragedia di tutte le vittime delle foibe, delle persecuzioni e dell’esodo delle antichissime popolazioni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia nel Secondo dopoguerra. Le foibe sono i grandi “inghiottitoi”, le cavità carsiche dove furono gettati i corpi, tanti ancora in vita, di migliaia tra militari e civili italiani, massacrati dai partigiani jugoslavi del dittatore comunista maresciallo Josip Broz Tito, tra il 1943 e il 1947. Da cui infoibare per significare giustiziati, uccisi e deportati nei campi di prigionia e nei campi di concentramento jugoslavi. Secondo gli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali tra i 3mila e 5mila. Più alto è il computo complessivo del regolamento di conti tra regime nazista, partigiani, civili cittadini e le milizie del “maresciallo” oltre ai sopravvissuti alla pulizia etnica. L’altro conteggio riguarda il drammatico e straziante esodo degli oltre 350mila connazionali istriani, fiumani e dalmati dalle terre passate alla Jugoslavia, tramite i Trattati di Pace di Parigi del 1947.

Il Governo presieduto da Giorgia Meloni ha voluto quest’anno dedicare alla commemorazione una cerimonia significativa portando per la prima volta nell’Aula di Montecitorio il presidente di Federesuli e i presidenti delle 5 associazioni che la compongono, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dei presidenti delle due Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, del ministro degli Esteri Antonio Tajani e degli ex presidenti della Camera dei deputati e del Senato, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Per sancire che fu l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante il suo secondo più longevo Governo della storia repubblicana (1.412 giorni) a voler istituire il Giorno del Ricordo, “il seme del bene e della riconciliazione”, come spiegò, ottenendo un voto quasi all’unanimità, soltanto 12 furono contrari.
Ieri, alle ore 9, la giornata si è aperta con la Deposizione all’Altare della patria, presenziata dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, dal vicepresidente nazionale Angvd Donatella Schürzel e dal comandante Guardia Altare della Patria per il saluto ai caduti di tutte le guerre. Alle ore 10 è iniziata la diretta su Rai 1, a cura di Rai Parlamento. Salutato da un lungo applauso ha fatto il suo ingresso a Montecitorio il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Emiciclo pieno, tutti i banchi occupati, nei banchi anche gli studenti delle scuole vincitrici del Concorso nazionale “Il Giorno del Ricordo”, indetto dal Ministero dell’Istruzione, da parte del presidente della Camera dei deputati, del presidente del Senato e del ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara.
Inizio dei discorsi. Per primo ha preso la parola il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, che ha ricordato ciò che avvenne a guerra finita come costante monito contro l’odio dei popoli: “Mi auguro dunque che questa giornata contribuisca a rinnovare e rafforzare la memoria collettiva di un dramma che ci riguarda da vicino, e che non può più essere taciuto”, ha concluso. Da parte sua, il presidente del Senato Ignazio La Russa, rivolto in particolare agli studenti, ha spiegato che nei libri di scuola ci sono tutte le pagine, ma mancava questa giornata di tutti i caduti di quei quattro anni di dolore e miseria, di fame e sete, di morte e spietatezza. “Non sono pagine strappate – ha precisato La Russa – proprio annullate, alle quali andava dato il riconoscimento necessario. Per questo siamo qui, oggi, a onorare la storia contro le sacche riduzioniste e negazioniste. Non solo per ricordare e tramandare, ma per chiedere perdono per il lungo e troppo silenzio”. La seconda carica dello Stato ha voluto intendere che “ricordo e perdono” contengono l’implicita assunzione di responsabilità: “Ricordarsi e vergognarsi, sempre, io mi vergogno di questo silenzio e chiedo perdono per una simile tragedia, che richiede amore, consolazione, sostegno. E ricordare significa mettere a posto le pagine della storia, non strappare fatti e memorie”.
Sono seguiti gli interventi del presidente onorario dell’Associazione dalmati, Toni Concina, che oltre alle date storiche ha voluto, per una nota di allegria, rammentare “siamo una generazione in estinzione” citando la più longeva testimone, “la nostra decana” come l’ha definita, la zardina scomparsa di recente all’età di 109 anni. Poi ha sottolineato l’importanza del capitolo dell’esodo giuliano-dalmata: “La fuga di 350mila che hanno dovuto abbandonare case, famiglie, beni, cose e persone, perseguitati, uccisi, madri che hanno cercato di nascondere i figli rimasti intrappolati nelle foibe, le quali ancora oggi cercano le spoglie in quell’assurdo tentativo di recupero, che restituisce brandelli. Fuggivano, per rimanere italiani. È l’esodo, durato fino agli anni Cinquanta”. Come hanno confermato lo storico Gianni Oliva e il campione olimpico italiano Abdon Pamich, di cui in prima serata su Rai 1è stata trasmessa la fiction Il marciatore, tratta dal libro autobiografico dell’esule fiumano, 92enne, uno degli atleti italiani più medagliati nella specialità dei 50 chilometri di marcia ai Giochi olimpici, evento a cui prese parte per cinque volte vincendo la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964.
Glorie nazionali, 30 chilometri a piedi in tre ore, che hanno patito l’indicibile, come dimostrato dal brano del libro Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio di Mario Ravalico, letto da Silvia Siravo, attrice del Teatro Stabile del Friuli Venezia-Giulia, diretto da Paolo Valerio. Solo perché italiani, solo il ricordo per uomini, donne e quei bambini che non torneranno? “La memoria delle foibe serve per dire mai più pulizie etniche”, ha commentato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il fragile confine della verità, le foibe, le cavità della vita e della storia, gli odi contrapposti e il male, le guerre e la banalità di ogni conflitto che non sia giustizia e sollevazione dall’ignoto. In apertura, l’Inno nazionale Il Canto degli italiani eseguito, insieme alla Sinfonia di Antonio Vivaldi “Al Santo Sepolcro”, dagli Archi del Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste. A conclusione, l’Inno alla gioia di Ludwig van Beethoven il movimento scelto per l’inno europeo. A condurre la cerimonia dei giovani premiati la giornalista Rai Maria Antonietta Spadorcia. Bandiere a mezz’asta in segno di lutto e, in serata, il Tricolore è stato proiettato sull’intera facciata di Palazzo Chigi. Per dare ai fatti del 1943-1945 le loro pagine. Tutto questo compiuto da due donne. Donatella Schürzel, presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia Anvgd, che da anni coordina, si batte, propone e realizza eventi. Anche quest’anno l’intenso programma si protrarrà per tutto il mese, coordinato dalla Casa del Ricordo, istituita nel 2015 presso il Campidoglio insieme con l’Istituto di studi fiumani. L’altra donna, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha voluto fortemente questo Giorno 2026. “Una giornata – ha scritto su X – che chiama l’Italia a fare memoria di una pagina dolorosa della nostra storia, vittima per decenni di un’imperdonabile congiura del silenzio, dell’oblio e dell’indifferenza. Perché questa storia non è una storia che appartiene a una porzione di confine o a quel che resta del popolo giuliano-dalmata. È una storia che appartiene all’Italia intera. Ad ognuno di noi”.
Aggiornato il 11 febbraio 2026 alle ore 12:06
