Vannacci e lo spirito di servizio

Il generale Vannacci prosegue il suo percorso in politica, lanciandosi nell’avventura di fondare e condurre un nuovo partito politico. Viviamo in democrazia, crediamo nei suoi valori e quindi ciò è totalmente lecito; in una certa misura potrebbe anche risultare una cosa utile, fornendo un pulpito a chi la pensa come lui.

Per chi – come me – non lo apprezza, è importante partire dal punto fermo che qualsiasi critica al suo percorso deve partire dalla nozione che questo è assolutamente legittimo, e che qualsiasi intento di silenziarlo o delegittimarlo sarebbe del tutto arbitrario e illegale: Vannacci è un cittadino italiano e come tale gode del diritto garantito dalla Costituzione di esporre le proprie idee e di promuoverle attraverso l’azione politica.

Detto questo, chi ha prestato il suo stesso giuramento non può non porsi delle domande che risultano non solo scomode, ma anche un po’ sgradevoli; soprattutto se si prova a dar loro delle risposte.

La formula del giuramento recita: “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore tutti i doveri del mio stato, per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni.”

Il giuramento militare ha valore giuridico, ma non è una fonte di obblighi penalmente sanzionati in sé. Quindi, la violazione del giuramento, di per sé, non costituisce reato, se i fatti non integrano autonomamente una fattispecie penale. Per metterla in termini meno legalistici, infrangere il giuramento militare è un po’ come infrangere il vincolo matrimoniale: moralmente sbagliato, ma non illegale. In una democrazia liberale è come la differenza fra peccato e crimine: il primo è socialmente e culturalmente riprovevole, ma a differenza del secondo non è sanzionabile da parte dello Stato.

Pur perseguendo i suoi diritti costituzionali, il generale Vannacci ha deliberatamente scelto di ignorare tutta una serie di obblighi morali derivanti dal suo giuramento e di aspetti etici tipici della sua professione. Di fatto, ha approfittato della sua posizione istituzionale per trarre benefici personali di ordine economico e per porre le basi di una carriera politica. Nulla di tutto ciò costituisce reato, però moltissimi colleghi che hanno prestato lo stesso giuramento, non possono non trovarsi a disagio di fronte a quanto da lui messo in atto.

Innanzitutto, è buona norma per il personale in servizio di qualsiasi grado non pubblicare nulla senza aver prima chiesto l’autorizzazione alle superiori autorità; tanto più quando il materiale pubblicato sia di natura politicamente sensibile. Qualora lo si faccia ugualmente, è quantomeno consuetudine omettere il proprio grado – e quindi l’attestazione del proprio status di militare – nella firma dell’opera pubblicata: questo per evitare che si leggano nell’opera stessa non le idee del signor Vannacci, ma quelle delle istituzioni militari.

In secondo luogo, l’opera pubblicata – Il Mondo al Contrario – contiene opinioni del tutto legittime ma tali da creare imbarazzo alle stesse istituzioni di cui sopra, che in base al giuramento si era invece chiamati a salvaguardare. Imbarazzo per l’Esercito a cui attraverso la firma con il grado si attribuiscono opinioni niente affatto condivise, per il Ministero della Difesa chiamato a reagire, e per il Governo in carica posto di fronte alla necessità di rispondere di fronte al Parlamento per le azioni di un alto ufficiale; tutte istituzioni che si dovrebbe appunto difendere “anche a costo della vita”.

Talune affermazioni contenute nell’opera, inoltre, appaiono quantomeno avventate dal punto di vista professionale: laddove il generale scrive che le strade di Mosca sarebbero più sicure di quelle italiane, esprime un’opinione che sarebbe del tutto lecita da parte di un comune cittadino, ma che non lo è da parte di un professionista che ha prestato servizio presso l’Ambasciata d’Italia in qualità di addetto militare, con l’incarico fra l’altro di monitorare professionalmente le condizioni di sicurezza del Paese in cui si trova a prestare servizio. Paese in cui il rateo di crimini urbani violenti è da decenni fra i più elevati nel mondo. Da questo aspetto se ne deduce che Vannacci fosse poco competente nel suo lavoro, oppure che avesse motivazioni politiche per affermare il falso. Dal suo profilo di carriera la prima alternativa appare poco probabile, ma la seconda apre molti dubbi sulle sue reali motivazioni.

Se la pubblicazione in servizio di un testo con chiari contenuti politici a nome “generale Vannacci” appare quindi moralmente riprovevole secondo l’etica militare, le motivazioni che hanno portato a tale pubblicazione lo sono anche di più. La mera ricerca del profitto a spese dell’etica del giuramento appare disgustosa in sé; l’intento di aprirsi la strada ad una carriera politica, disegnata per di più intorno a proclamati valori militari e simbologia marziale lo è assai di più.

Non siamo formalmente in “tempo di guerra”: la guerra ibrida in cui siamo coinvolti si chiama così proprio perché è portata in quelle zone grigie non coperte dall’attuale ordinamento legale e quindi sfugge alla normativa specifica. Però il giudizio morale per ciò che in tempo di guerra rasenterebbe il tradimento non può che essere di condanna: indipendentemente da come ci si ponga politicamente di fronte ai contenuti politici da lui propugnati, Vannacci ha deliberatamente sfruttato la sua posizione e il suo grado sia per lucro che per ambizione politica, e questo è eticamente imperdonabile.      

Purtroppo, le scelte di Vannacci non sono estranee al comportamento generale di molte alte cariche dello Stato. Non sono solo i militari a prestare giuramento: lo fanno anche poliziotti, magistrati e medici, e lo fanno anche le cariche politiche elette. Lo scopo del giuramento, per chi ci crede, non è cerimoniale: è sostanziale. Chi giura pone liberamente la propria persona e le proprie azioni al servizio della Nazione. L’effetto del giuramento dovrebbe essere l’instaurazione e il mantenimento di una tensione etica volta al bene comune e non al proprio.

Servire la propria gente, la propria terra e le proprie istituzioni è una libera scelta, impone responsabilità e sacrifici sproporzionati rispetto alle retribuzioni, ma dona in cambio soddisfazioni morali che possono rendere una vita degna di essere vissuta.

Poi ci sono coloro che preferiscono perseguire una carriera volta alla soddisfazione delle ambizioni personali, e anche la loro scelta è non solo legittima ma anche eticamente irreprensibile laddove tale carriera sia percorsa con onestà e onore.

Infine, ci sono coloro che scelgono una professione che impone un giuramento, ma piuttosto che onorarlo preferiscono usarlo per inseguire i propri personali obiettivi di carriera. Non violano nessuna legge; se sono in politica, qualcuno darà anche loro il voto. Ma non sono sicuro che anche la loro sia una vita degna di essere vissuta.

(*) Ufficiale della Riserva dell’Esercito italiano

Aggiornato il 09 febbraio 2026 alle ore 13:22