Vannacci a destra della destra

Parafrasando Clemenceau, la politica è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai generali. Un generale di carriera è preparato per comandare, non per governare. Anche nel governare si impartiscono comandi, ma l’obbedienza politica è essenzialmente diversa dall’obbedienza militare. Il generale Vannacci, divenuto l’onorevole Vannacci, appare come l’attestazione che quel suo “Mondo al contrario” non è soltanto un fortunato libro di successo, ma un programma politico vero e proprio. Il suo “Mein Kampf”, detto senza offesa. Oppure, detto a maggior ragione senza offesa, il suo “Manifesto del partito comunista”. Fatto sta che lo spezzino Vannacci ha messo in scena una carnevalata viareggina. Il meno che si possa dire della sua capriola è che non sia propriamente una prestazione elegante, se non del tutto biasimevole. Eh sì, perché prendendo la tessera della Lega e poi accettandone addirittura la carica di vicesegretario nazionale egli ha pronunciato, di fatto, un giuramento di fedeltà. E, per un generale, un giuramento è un giuramento, alla Patria come al Partito.

Comunque, affari suoi e dei suoi, sia dei cinquecentomila elettori che gli hanno creduto e l’hanno votato, sia dello sprovveduto Salvini, che entusiasticamente l’ha accolto in seno ed elevato, con atto d’imperio, al rango di suo vice, ma non per errore di giudizio bensì esattamente giudicandolo tale. Ora la giravolta di Vannacci ne ha fatto la mina vagante del partitismo italico. Tanto è vero che i giornali gli hanno dedicato pagine e pagine, molte di più di quelle assegnate all’Ucraina martoriata da Putin o al vento di guerra spirante nel Medio Oriente, da Gaza al Golfo Persico. Possibile che il Vannacci stia all’Italia come Trump al mondo? Certo che no! Tuttavia, la nazione italiana, come a taluni piace chiamarla sebbene fuori tempo massimo, resta quel ch’è da sempre, lo Strapaese compiaciuto dei personaggi stravaganti e compiacente verso le “célébrité du clocher” (celebrità di campanile), amante delle tradizioni paesane, sprezzante del cosmopolitismo e dell’esterofilia: oggi diremmo sovranista e antiglobalizzazione.

Secondo i più accreditati esegeti del sistema politico nostrano, il Vannacci, generale puro e duro, occuperà la posizione più estrema dello spettro parlamentare interno e internazionale. Sarà la destra della destra. Che ci sia, ognun lo dice. Cosa sia nessun lo sa. Infatti, dacché esistono le lotte democratiche, la destra della destra somiglia alquanto alla sinistra della sinistra, fino a compenetrarsi alla maniera dell’uroboro. L’estremismo, di per sé, è comprensibile come stato d’animo, ma distruttivo come politica. Pure autodistruttivo, aggiungo.

Ovviamente non mancano gli interessati alle evoluzioni del Vannacci. Interessati non a lui personalmente, ma agli sconquassi che potrà provocare nella maggioranza e nell’opposizione. Già calcolano come sfruttarlo politicamente oppure come neutralizzarlo elettoralmente: gli uni coprendosi di scorno, gli altri di disdoro. Del resto, l’imbarazzo e la bassezza non hanno mai fatto arrossire d’ipocrisia le “tre diverse qualità di uomini che sono in tutte le città, cioè primai, mezzani e ultimi” (Machiavelli).

Aggiornato il 05 febbraio 2026 alle ore 10:18