Secondo l’enciclopedia della Treccani, la giustizia è: “Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”.
Il testo poi prosegue: “La giustizia, pertanto, è il principio che garantisce la possibilità di instaurare qualsiasi forma di coesistenza sociale e in quanto tale coincide con il diritto, ossia con l’insieme di pratiche sociali giuste, capaci di promuovere la coesistenza, garantendo la simmetria tra le parti sociali. Esiste quindi un nesso inscindibile tra diritto e giustizia: secondo una prospettiva giusnaturalistica, infatti, il diritto è giusto quando capace di dare a ciascuno il suo, garantendo la coesistenza tra gli uomini”.
La magistratura amministra la giustizia. Eppure, la sensazione che la magistratura sia una casta intoccabile, che prende anche decisioni ingiuste, diviene ogni giorno più forte nell’opinione pubblica. E i fatti, purtroppo, non fanno che amplificare questa sensazione. Gli ultimi in ordine di tempo sono legati, da una parte, alla diffusione dei dati sulle sanzioni alle toghe e, dall’altra, al nuovo accordo tra Csm e Inps.
Ma procediamo con ordine. Enrico Costa, esponente di Forza Italia, ha condiviso su X i dati aggiornati sulle azioni disciplinari intraprese contro i magistrati, ove accertati gravi errori. Sul social si legge: “Dal 2017 a ottobre 2025 risarcite 6485 persone per ingiusta detenzione, innocenti arrestati per sbaglio. Lo Stato ha speso 278,6 milioni di euro”. Eppure, “sono state avviate 93 azioni disciplinari nei confronti dei magistrati (75 dal Ministro, 18 dal Procuratore Generale della Cassazione) per l’emissione di un provvedimento restrittivo della libertà personale fuori dei casi consentiti dalla legge, determinata da negligenza grave ed inescusabile”. L’esito, purtroppo, si commenta da solo grazie alla forza dei numeri: “49 non doversi procedere, 29 assoluzioni, 5 ancora in corso, 10 sanzioni disciplinari ai magistrati (9 censure, 1 trasferimento)”. Costa conclude il suo post con una presa di coscienza amara: “Su 6485 persone ingiustamente detenute, 10 sanzioni disciplinari. Lo 0,015 per cento”.
Ma perché i magistrati sono gli unici a non dover pagare per i propri errori? È giusto?
Proseguendo, citiamo l’accordo approvato in Plenum mercoledì 28 gennaio tra il Consiglio superiore della magistratura e l’Inps.
Grazie al voto decisivo del vicepresidente Fabio Pinelli, che vale doppio, verrà istituito un servizio di “consulenza specialistica” dell’Inps dedicato esclusivamente ai magistrati. Servizio al quale non avranno accesso, però, né il personale del Csm, né gli amministrativi e i cancellieri che lavorano nei vari tribunali.
Il personale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale fornirà gratuitamente informazioni e assistenza in materia previdenziale, assicurativa e pensionistica, sia in presenza, presso la sede del Csm, sia da remoto tramite web meeting. Il Consiglio, da parte sua, metterà a disposizione locali e propri funzionari per agevolare l’attività. Un privilegio evidente dato che, nel resto della Pubblica amministrazione, chi ha bisogno di una consulenza Inps deve prenotarsi attraverso i canali ordinari. Così come tutti i cittadini.
Va dato atto che il dibattito ha spaccato letteralmente l’assemblea in due, con 14 voti favorevoli, 14 contrari e un astenuto, arrivando a mettere in dubbio sia l’opportunità politica dell’accordo che la sua stessa coerenza istituzionale. Per esempio, il consigliere laico Isabella Bertolini (FdI), ha posto una questione prioritaria: se davvero esiste l’esigenza di un supporto previdenziale dedicato ai magistrati, perché l’accordo non è stato stipulato con il Ministero della giustizia, che è l’amministrazione competente per stipendi e pensioni della magistratura?
Perché il Csm si occupa di questioni che oltrepassano il proprio perimetro istituzionale di azione? Oltretutto per ottenere un servizio privilegiato precluso a tutti gli altri cittadini. È giusto?
Eppure, l’Italia ha avuto il privilegio di avere magistrati del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Che furono abbandonati dai loro stessi colleghi. Per questo bisogna andare al referendum di marzo. Il Sì al cambiamento è necessario per tentare di riequilibrare delle storture non più accettabili. Perché i cittadini hanno il diritto di avere una magistratura giusta. E la magistratura ha il dovere di riabilitarsi agli occhi dei cittadini. Perché è arrivato il momento di ridare dignità alla Giustizia.
Aggiornato il 30 gennaio 2026 alle ore 10:57
