La sinistra discute nei suoi comodi salotti ma servono strumenti concreti per agenti e cittadini
“Gli avevamo detto: fermo, polizia. Lui si è avvicinato ancora, era a una ventina di metri e mi ha puntato l’arma contro”. A Milano un poliziotto si è trovato davanti a un sospetto che ha puntato una pistola contro di lui. Ha reagito sparando. Solo dopo si è scoperto che l’arma era finta. Per gli investigatori, la vittima stava andando a rifornire dei pusher nella zona e portava con sé l’arma – riproduzione a salve – probabilmente per intimidire e minacciare. Questo episodio è l’emblema della realtà quotidiana: ogni giorno in Italia gli uomini e le donne in divisa affrontano situazioni analoghe, tra rapine, aggressioni, spaccio e violenze di ogni genere. Senza norme chiare e pene adeguate, il rischio non riguarda solo chi è in servizio, ma anche tutti i cittadini, che hanno il diritto fondamentale di uscire di casa senza temere per la propria incolumità. Oggi, finalmente, il Governo sta intervenendo concretamente. Vuole rafforzare le pene e chiarire le regole sulla legittima difesa. Non si tratta di annunci vuoti: chi affronta pericoli reali potrà contare su strumenti più efficaci. Proteggere chi protegge è una priorità concreta, perché la sicurezza dei cittadini e delle forze dell’ordine non può più essere rimandata a dibattiti ideologici o a interpretazioni giuridiche indefinite.
Le pene attuali non bastano. Chi aggredisce agenti o ostacola la legge troppo spesso resta impunito, oppure riceve sanzioni così blande da non avere effetto deterrente. Servono sanzioni severe, certe ed efficaci. Non è populismo, è buon senso. È sicurezza reale per cittadini e forze dell’ordine. Non si può chiedere a un agente di rischiare la vita, affrontare un sospetto armato, e poi trovarsi lasciato solo davanti a lunghe indagini e procedimenti complessi. Il caso di Milano è emblematico. Il sospetto ha puntato la pistola. Il poliziotto ha sparato per legittima difesa. Procedimenti giudiziari? Ci stanno. Ma senza leggi più chiare e pene più dure, chi rischia la vita resta esposto a incertezze e pressioni enormi. Questo non è solo un problema dei singoli agenti: è un problema della società intera, perché un apparato di sicurezza indebolito finisce per mettere a rischio la vita dei cittadini stessi. E non è solo l’Italia a fare i conti con queste sfide.
Negli Stati Uniti, l’agenzia Us Immigration and customs enforcement (Ice) nasce nel 2003 sotto George W. Bush, con il Homeland security act, per dare efficacia alle leggi sull’immigrazione e proteggere la sicurezza interna. Funzioni civili e penali combinate. Uno Stato può e deve organizzare strutture efficaci per difendere la legge e proteggere i cittadini, senza cedere a pressioni ideologiche.
Siamo in un mondo completamente diverso dall’11 settembre 2001 in poi, dove anche il terrorismo ha cambiato la percezione del rischio e la necessità di avere apparati statali capaci di operare rapidamente e con strumenti adeguati. Dare sicurezza alle forze dell’ordine, agli agenti, ai militari, significa proteggere e proteggerci tutti, garantendo che lo Stato possa intervenire quando necessario senza esitazioni. E qui la sinistra farebbe bene a mettere un po’ di silenzio nella propria sala riunioni ideologica. Per anni hanno criticato a testa bassa certe politiche di sicurezza, dimenticando che anche sotto Barack Obama l’agenzia Ice ha lavorato a pieno regime. Durante la sua presidenza, l’amministrazione Obama ha supervisionato milioni di deportazioni di immigrati irregolari, tanto da guadagnarsi il soprannome – non da destra, ma da gruppi di attivisti – di deporter-in-chief. Ironico, vero? Il presidente “progressista” che sotto certi riflettori viene dipinto come difensore dei diritti umani, nella pratica ha mantenuto e ampliato le operazioni di enforcement, dando a Ice ampi poteri per eseguire rimozioni formali e accordi di rimpatrio.
Ignorare questi fatti non è semplice dimenticanza: è fare politica con lo sguardo rivolto solo allo specchio della propria ideologia, non alla realtà dei numeri e delle politiche effettive. La sicurezza – che si parli di ordine pubblico o di immigrazione — non ha colore politico. Chi governa deve garantire protezione e rispetto della legge, e chi viola le regole deve subirne le conseguenze, senza che si accendano riflettori o indignazioni di comodo a seconda dell’appartenenza. In Italia per fortuna non ci sono deportazioni di massa. Ma c’è un diritto fondamentale: uscire di casa senza rischiare la vita, vivere in sicurezza, vedere le forze dell’ordine tutelate e supportate. Questo è ciò che il Governo vuole garantire con gli inasprimenti mirati delle pene: sanzioni più severe per chi aggredisce agenti, chi usa armi improprie, chi ostacola l’azione dello Stato. Non repressione fine a sé stessa, ma difesa concreta della sicurezza dei cittadini. La sinistra, quando ha governato, ha dimostrato di avere un talento speciale: parlare molto di sicurezza senza mai fare nulla di concreto. Tra il 2013 e il 2018, passando per i governi Renzi e Gentiloni, il centrosinistra ha ridotto le politiche urbane a fragili piani di “prevenzione sociale” – una bella parola per dire “guardiamoci intorno e speriamo che vada tutto bene”.
Nel frattempo, quartieri come Scampia e alcune periferie romane o milanesi continuavano a brillare per microcriminalità e violenze quotidiane, mentre agenti e cittadini restavano esposti a rischi reali, mica a chiacchiere da salotto. Insomma, Renzi parlava di “rottamare il passato”, Gentiloni prometteva “continuità con stile”: peccato che il passato continuasse a fare danni e lo stile non fermasse né rapine né spaccio. La legittima difesa? Ambigua e indecifrabile come un rompicapo, lasciando chi provava a proteggere sé stesso o gli altri in balia di lunghe indagini e sanzioni che fanno ridere (per non piangere). Nelle scuole e nei locali pubblici, le iniziative di prevenzione erano spesso dei proclami di buonismo, incapaci di fermare bullismo, risse o aggressioni, ma perfetti per fare bella figura in tivù e sui social.
Naturalmente, lo sport preferito della sinistra è urlare come sempre al fascismo ogni volta che qualcuno osa parlare di pene certe. Interviene solo quando fa comodo, un po’ come quel prete che ricorda Dio solo a Carnevale. Qui, però, non siamo a una sfilata di slogan: la priorità è proteggere vite e ordine, non alimentare dibattiti ideologici da salotto. Servono norme solide, pene certe, deterrenti chiari. Serve mandare un messaggio agli aggressori: chi mette in pericolo la vita altrui pagherà subito e pesantemente – e stavolta non con parole, ma con la legge. La sicurezza non è un optional. È un diritto di tutti.
Aggiornato il 29 gennaio 2026 alle ore 10:25
