Il giudice è naturale se è separato dal Pm

Sì alla separazione delle carriere e poi dritti a irrobustire il principio del giudice naturale in Costituzione con una successiva legge costituzionale

La riforma sulla giustizia del governo Meloni, con la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, con l’istituzione di due Consigli superiori della magistratura per ciascuna carriera e con la nomina per sorteggio dei membri di tali Csm, rappresenta un atto di civiltà giuridica.

Una riforma costituzionale attesissima. In tema di garanzie vive dello Stato di diritto, infatti, è meglio avere una garanzia in più che una in meno: soprattutto se da quella garanzia dipendono la libertà, la proprietà, la vita stessa di persone e famiglie.

Da decenni troppi magistrati che lottano contro la mafia e la criminalità, lontano dai riflettori, sono succubi di un sistema di correnti politicizzate che ne opprime il merito. Sono state portate avanti logiche di lottizzazione del potere, tra incarichi ad hoc e interpretazioni ideologiche delle leggi, a seconda dei governi di volta in volta in carica. Adesso che finalmente con tale riforma si sta perseguendo il bene della Nazione, inscindibilmente fondato sulla garanzia di ogni cittadino, le opposizioni mentono spudoratamente. In metro, per le strade, sui social si vedono spot referendari con la scritta “vorresti giudici che dipendono dalla politica? No”. Nulla di più falso: il testo della legge costituzionale (basta leggerlo) non tocca in alcun modo l’indipendenza della magistratura rispetto alla politica.

Con la separazione delle carriere e con i due Csm diversi, divisi e a sorteggio, la maggior parte dei pubblici ministeri e dei giudici verrebbe finalmente liberata dal giuoco e dal giogo delle correnti interne alla magistratura. Queste, seguendo lo stile dei partiti politici, militano nell’Associazione nazionale magistrati, contribuendo a spostare l’asse politico dell’Italia, alleandosi di fatto con peculiari perni del giornalismo e delle partitocrazie attualmente all’opposizione. Pur svolgendo mestieri ben diversi, giudici e Pm finiscono con l’accordarsi su chi nominare a capo di procure della Repubblica, di tribunali e sezioni di tribunale: gli stessi giudici e Pm che invece dovrebbero rimanere ben separati, sia nelle cause, sia nella gestione delle nomine di carriera. Il Pm, infatti, non deve influenzare il giudice sugli affari legali trattati, e viceversa. Un sistema che invece vede giudici e Pm dipendere gli uni dai capi corrente degli altri, per fare carriera e ottenere nomine, è obiettivamente malsano, poco rispettoso dello spirito costituzionale sul giusto processo.

Il sistema descritto da Palamara negli scorsi anni ha tolto il velo sul fatto che molti magistrati, quando votano per il Csm, lo fanno sperando di compiacere e favorire i colleghi amici di corrente, per fare a propria volta carriera.

Molto incisiva con la sua militanza nella magistratura è la corrente di sinistra e progressista, Magistratura Democratica, che spesso si pone in aperta antitesi rispetto ai governi di destracentro e centrodestra. Il problema della giurisprudenza creativa, sostenuta anche da questa corrente, è ad oggi un tema scottante, che vede alterato lo stesso classico equilibrio tra i diversi poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario). Sul piano disciplinare non si ricordano particolari provvedimenti nei confronti dei magistrati che, violando alcuni peculiari divieti, fanno serenamente politica senza dimettersi, o andare in aspettativa o fuori ruolo dall’ordine giudiziario.

L’aspetto disciplinare è dunque molto importante per un garantismo maturo. A tal proposito, la riforma promossa dal governo e approvata dal Parlamento ha istituito una Alta corte di giustizia, al fine di trattare gli aspetti disciplinari a carico dei magistrati. Nell’intenzione dei riformatori tali aspetti, per la propria peculiarità, non sono attribuibili ai Consigli superiori della magistratura. Su questo aspetto il fronte del No lamenta una presunta incoerenza nella riforma, per una separazione delle carriere non estesa all’Alta corte di giustizia. Anche qui il fronte del No, sbagliando, non vuole discernere. Agli intellettuali di bandiera che si dichiarano contrari alla riforma dobbiamo spiegare qual è la ratio dell’unicità giurisdizionale di una Corte alta ad hoc, ideata per i procedimenti di natura disciplinare a carico sia dei giudici che dei Pm.

Sul piano della ragionevolezza e della parità di trattamento, è stato ritenuto opportuno far “tornare uniti” giudici e Pm soltanto nelle ipotesi eventualmente patologiche dei percorsi giudiziari dove, ordinariamente, sarebbero separati. Mentre nel fisiologico esercizio dei poteri giudiziari preme infatti garantire coloro che sono sottoposti a tali poteri (indagati, imputati e tutti) tenendo ben separate le carriere, nell’accertamento delle patologie giudiziarie di carattere disciplinare è opportuno assicurare a tutti i magistrati una parità trattamentale, che solo una medesimezza istituzionale – con una stessa Alta Corte – può fornire. L’importante è che le istituzioni preposte alla gestione di nomine e avanzamenti di carriera, ossia i due Consigli superiori, siano distinti e diversi, separati.

A ben vedere, in futuro si potrà accentuare e blindare ulteriormente la separazione delle carriere, a maggior garanzia dei cittadini. Sarebbe opportuno inserire la netta separazione di carriera tra giudici e Pm anche nel contenuto del principio di naturalità giurisdizionale, meglio noto come principio del giudice naturale. Questo, vantando radici plurisecolari, rappresenta un cardine costituzionale ineliminabile, ed anzi irrobustibile. Nella sua ineliminabilità, esso può essere soltanto arricchito, mai sminuito. Sarebbe il caso di farlo.

Il primo comma dell’articolo 25 della Costituzione italiana, appunto, sancisce che “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”: ecco il principio di naturalità giurisdizionale. Affinché il giudice sia davvero “naturale” occorre la precostituzione per legge, ma dovrebbe anche occorrere la netta separazione carrieristica dell’organo giudicante rispetto all’organo inquirente-requirente; e questa specificazione andrebbe inserita. La acclarabile evoluzione dei tempi richiede di elevare la separazione delle carriere dal rango costituzionale puro e semplice, in cui se vince il fronte del Sì al referendum la riforma attuale la posizionerebbe, al rango dei valori insopprimibili della Costituzione, tra cui rientra il principio del giudice naturale. Sarebbe dunque necessario e opportuno, in un futuro non lontano, riformare anche il primo comma dell’articolo 25 della Costituzione, specificando per esempio che “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge, quale organo indipendente inserito in una carriera separata da quella della magistratura inquirente e requirente”.

Non si tratterebbe di una tautologia, o di un mero anticipo normativo delle norme che attualmente si sta provando a riformare in Costituzione (gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107, 110). Modificare in tal senso un articolo – come il venticinquesimo – che non a caso è inserito nella Parte prima della Carta, e che si occupa dei diritti e doveri dei cittadini, riveste un’importanza paradigmatica. In tal modo, tra alcuni decenni eventuali diversi riformatori incontrerebbero maggiori difficoltà ordinamentali per ritornare al sistema di carriere non separate, per ritornare a un unico Csm eleggibile nonché dominabile dalle correnti.

Andare a votare Sì al referendum per confermare la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere nella magistratura ordinaria è importantissimo.

Non è vero che la società è divisa tra il Sì dei cittadini e il No dell’intera magistratura. Sono tanti in realtà i magistrati favorevoli alla riforma del governo Meloni, malgrado l’Associazione nazionale magistrati stia facendo una battaglia referendaria irrispettosa, in quanto monopolizzata soltanto dal fronte antiseparatista. Il procuratore capo di Lecce Giuseppe Capoccia, in una intervista, ha giustamente sostenuto che “l’Anm si è messa a lottare come un soggetto politico che va a contrastare il potere politico”, aggiungendo che essa “è peggio della attuale Cgil”.

In questa sede si vuole aggiungere qualche auspicio: ché l’Anm si impegni parimenti a contrastare le interpretazioni penalistiche creative e filo-woke sulle scriminanti culturali, onde evitare il rischio di far divenire le nostre aule di giustizia l’anticamera del khomeinismo giudiziario.

Sulla separazione delle carriere, l’augurio è che l’Anm non diventi la piccola Flotilla dell’antiriformismo.

Aggiornato il 28 gennaio 2026 alle ore 12:53