L’egemonia culturale non è il prodotto di decreti governativi. È una pianta che cresce e ramifica sull’humus fertile della società nella quale grandi pensatori hanno seminato con opere insigni. Il puerile battibecco tra il ministro aspirante (a detta del competente) e il ministro competente, conoscitore delle aspirazioni di lamentosi critici, suggerisce che la questione culturale riguarda piuttosto le postazioni che le creazioni, dell’intelletto magari. La destra (già chiamarla così, semplicemente e vagamente, non sembra un’operazione di precisa cultura politica) ha conquistato il Governo della Repubblica, ma sarebbe insoddisfatta per non aspirare a sostituire quell’egemonia culturale imputata da decenni alla sinistra, la quale sinistra, nondimeno, come formazione politica sarebbe poco inquadrabile a parere di suoi stessi critici esponenti.
E infatti sono gl’intellettuali della destra, rimasti indietro, non appesi al carro del Governo, i quali lamentano che soltanto il potere di comandare, benché sia meglio che copulare, tuttavia non basta affatto senza il potere di influenzare la mentalità comune con indirizzi di pensiero in grado di scardinare la (opposta?) mentalità delle formazioni della sinistra. Insomma, a destra fa capolino una coscienza critica della destra. La quale coscienza non impensierisce come concorrenza politica ma punzecchia come un tafano fastidioso l’esuberante signora di Palazzo Chigi.
Lo scambio delle opinioni tra la destra ufficiale e la destra ufficiosa, complici le vacanze natalizie e la finanza pubblica, è durato poco ed ha consumato gli argomenti tra miserelli giudizi e sentimenti piccoli. Insomma, dopo tanto parlare in astratto contro la settantennale asfissiante egemonia culturale della sinistra, il primo accenno di una discussione sull’egemonia culturale della destra ha francamente fatto flop. Con tutto il rispetto per i dibattenti, chi è disposto a credere all’uno e all’altro? L’egemonia culturale, quella vera, profonda, generalizzata esige dei campioni, cioè eccellenze di quel campo. Comunque la concepiscano a destra o a sinistra, strettamente intesa ha a che fare con regimi meno autoritari che totalitari. In una società davvero aperta, che in generale definiamo succintamente liberale, non può esistere una supremazia imposta, la preminenza assoluta di una cultura politica, se non la cultura della libertà stessa. Possono esistere culture prevalenti, ma non esclusive, che nascano dall’autorità degli autori che le rappresentano e diffondono. Lo chiamano pluralismo culturale, che non dev’essere confuso con multiculturalismo, espressione modernizzante che ingloba ahimè culture anche antitetiche in essenza o incompatibili di fatto con la cultura della libertà.
Occorrono dunque creazioni intellettuali, spirituali, ideali per primeggiare culturalmente, non postazioni politiche da cui diffondere simulacri di idee. Le postazioni della comunicazione non conferiscono autorevolezza culturale, figuriamoci egemonia. Sono effemeridi che registrano con acritica passività gli accadimenti attuali. Al massimo, diffondono idee di seconda mano. Senza scadere in lodi del tempo passato, negli ultimi tempi la storia della Repubblica parrebbe mostrare una sorta di inaridimento dell’humus politico e letterario, da cui nacquero e prosperarono i polloni delle antiche piante culturali del secolo ventesimo, quali salutari, quali utili, quali dannose, quali velenose. La “reazione totalitaria” fascio-nazi-bolscevica del Novecento, che rischiò di svellere del tutto le radici della società liberaldemocratica che vigoreggiò nell’Ottocento, anche dopo ha indotto purtroppo l’abbassamento delle difese immunitarie del “governo rappresentativo” e l’innalzamento della diffidenza verso la vera cultura, direttamente o indirettamente “politica”.
I grandi pensatori mancano o sono ben mimetizzati da apparire piccoli, e senza costoro cede l’egemonia con la cultura stessa. Inaridisce e viene meno l’energia spirituale capace di frapporsi come un muro insuperabile (una cortina di ferro?) alla politica “che si fa col fabbricare quotidianamente il falso, eccitare le immaginazioni, stordire con le vuote parole”. E qui, cent’anni prima, Benedetto Croce sembra alludere alle sciatterie prenatalizie ascoltate sull’egemonia culturale, alle quali partecipano comprimari obbligati a richiamare al mondo personaggi morti anche spiritualmente, non trovandone altri vivi e vitali di potente e feconda cultura politica, mentre i pochi veri intellettuali che il Novecento ci ha lasciato giacciono in riserva o dimenticati addirittura perché discordanti con la destra e la sinistra d’oggi.
Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 11:04
