
Le vicende che coinvolgono alcuni esponenti della politica siciliana hanno fatto dire al Ministro e già presidente della Sicilia, on. Nello Musumeci, che la “Regione siciliana è fondata sul sistema clientelare e sul consociativismo parlamentare, lo diceva Giuseppe Alessi parlando nell’immediato dopoguerra. Quindi, nessuno si sorprenda. Il problema è capire se si accetta questo sistema e si diventa complici o se invece ti metti di traverso e allora ti isolano e diventi divisivo, diventi un problema. Questa purtroppo è la tara che si porta dietro la politica siciliana. Non aggiungo altro, per carità di patria.”
Una dichiarazione che però, oltre all’amarezza per non essere stato candidato per un secondo mandato dal centrodestra, non mette in luce il vero nodo della questione: se è sufficiente affidarsi ad un onesto brav’uomo per risolvere il problema della commistione tra interessi privati e pubblici mediati dalla politica politicante o se, come qualcuno dice, basta commissariare l’ente per liquidare la faccenda della corruzione (vera o presunta).
A prescindere che qualsiasi commissario altro non è che un uomo con tutte le sue lacune e debolezza e non un Arcangelo con la spada di fuoco, il fatto è che attorno alle regioni, da quando sono state istituite, gira un mondo che rappresenta interessi che sono sotto gli occhi di tutti, solo che gli stessi si tengono ben chiusi per non dover prendere atto del sistema che ciclicamente finisce sotto inchiesta giudiziaria.
Tutto questo però era già stato previsto: infatti l’8 marzo 1962 in Parlamento Giovanni Malagodi, segretario del Partito Liberale Italiano aveva detto con chiarezza che “le quattro regioni a statuto speciale spendono 135 miliardi di lire, cioè il doppio di quello che spendevano cinque anni fa; e cinque anni fa spendevano tre volte tanto quello che spendevano all’inizio. La Regione Siciliana rende straordinariamente ai membri dei Consigli di amministrazione dei 265 enti autonomi, che sono stati creati per poter fare tutto quello che si vuole al di fuori di qualsiasi controllo! Questa è la realtà che si può trovare negli atti della commissione e nelle osservazioni, non del primo venuto, ma del presidente della Corte dei conti. Le regioni significano un’immensa spesa! ... Avremo una doppia burocrazia. Anche quando si sono fatte le regioni a statuto speciale si è detto che si doveva riempire i ruoli con funzionari dello Stato, con personale già in servizio; al contrario, si sono aggiunti nuovi uffici statali per esercitare quegli scarsi controlli, che, nonostante tutto, la Costituzione permette ancora di esercitare”.
Anche Alfredo Covelli, segretario Partito Nazionale Monarchico, afferma nel periodo in cui il governo di Amintore Fanfani pensava di istituire le regioni a statuto ordinario, che “il maggior pericolo in ordine alla politica interna è l’istituzione integrale delle regioni. Non c’è elettore o cittadino italiano di destra, di centro, o di sinistra che non senta tutto il rischio che corre la nostra unità nazionale con l’attuazione piena dell’istituto regionale… Le ragioni conducono inevitabilmente alla disintegrazione dell’unità nazionale; e le stesse prerogative di legge accordate all’Ente Regione, tra cui la facoltà di creare e organizzare corpi armati di polizia regionale, rendono possibile tale disintegrazione… Non è tanto il costo reale e globale delle regioni quanto la facoltà di imporre nuovi tributi, di decretare nuove tasse che sarà riservata ad ogni singolo consiglio regionale. Tassazione comunale, tassazione provinciale, tassazione regionale, tassazione di Stato: io mi domando quale immensa mole di tributi dovrà pagare il contribuente italiano… In questo modo si scardina lo Stato, in questo modo si abolisce la felice congiuntura economica attuale, in questo modo si consegna il Paese all’anarchia amministrativa voluta dalle sinistre socialcomuniste. (Camera dei deputati Archivio storico, a cura del Crd della Camera dei deputati dicembre 2009, pagine 157-159)”.
È in questo solco si colloca l’intervento di Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, che riprende e amplifica tali temi, contestualizzandoli nel dibattito sulla legge quadro del 1970. Almirante, intervenendo contro l’articolo 15 (che attribuiva alle regioni competenze legislative su materie come l’agricoltura, ex art. 117 della Costituzione), denunciava la politicizzazione delle regioni come un “punto nodale” che le elevava a entità quasi sovrane, rischiando di condurre “ben al di là del federalismo, [fino] in piena anarchia ma [con] un testo nuovo per una regione nuova per uno Stato nuovo” (Fondazione Giorgio Almirante, Seduta del 26 gennaio 1970).
Sosteneva il capo del Msi che “nel momento stesso, infatti, in cui si attribuisce alle regioni una potestà legislativa praticamente indiscriminata (sia pure su diciotto materie, ma diciotto materie che comprendono l’agricoltura, per cui non si tratta di materie di scarsa importanza), nel momento in cui questo meccanismo si metterà in movimento, nessun ragionevole contenimento di spesa sarà pensabile… ci troveremmo ad avere in Italia, ancora una volta a ritroso nei secoli, una miriade di staterelli, ciascuno di per sé esercitante potestà legislativa, ciascuno capace di attuare nell’ambito del proprio territorio chissà quali riforme, differenti da quelle della vicina o lontana regione” (ibidem).
D’altra parte, già nella II Legislatura (1948-1953), Almirante aveva firmato unitamente ad altri esponenti missini, proposte di iniziativa parlamentare volte a ridimensionare proprio lo Statuto siciliano. Un esempio significativo è il disegno di legge presentato il 28 febbraio 1955 da Arturo Michelini e altri, che mirava a modificare gli articoli 15 e 16 dello Statuto, riguardanti le competenze legislative e amministrative della Regione in materia di finanze e rapporti con lo Stato (Camera dei deputati, proposta di legge C.1488, Portale storico della Camera, sezione atti di Giorgio Almirante). I firmatari avevamo ben presente che l’autonomia era un buco nero che assorbiva denaro pubblico senza un contraltare in termini di servizi per i cittadini con un aumento esponenziale della spesa.
In questo dibattito vanno ricordate le critiche di don Luigi Sturzo, ad un certo tipo di regionalismo figlio della partitocrazia, il quale sosteneva un federalismo municipale e provinciale contro le regioni immaginate solo come centri di spesa.
Fatto sta che tutte le destre di quegli anni, liberale, monarchica, identitaria e cattolica popolare, sostanzialmente si trovarono unite sullo stesso punto: il no alla parcellizzazione dello Stato nazionale che avrebbe comportato la duplicazione della burocrazia, un aumento delle tasse per i cittadini e la decuplicazione della spesa pubblica a danno del pubblico erario.
L’istituzione delle 15 regioni a statuto ordinario ha comportato peraltro la consegna a tempo indeterminato di intere parti del territorio nazionale, vedi l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Campania, per esempio, alle forze di sinistra che avevano bisogno di uno sfogo istituzionale permanente, che perdura tuttora. Poi la stessa Democrazia Cristiana che aveva voluto le Regioni usò quelle rosse come spauracchio nei confronti dell’elettorato moderato al quale additava il pericolo marxista che loro stessi avevano creato ad hoc. Un perverso gioco a danno degli italiani che ha trascinato nel compromesso tutte le forze politiche del cosiddetto arco costituzionale, ma da cui erano escluse le destre.
Va riconosciuto, però, che il regionalismo non ha prodotto la disintegrazione nazionale né la guerra civile paventata da Covelli e Almirante, ma ha generato costi abnormi, duplicazioni burocratiche e un terreno fertile per il clientelismo, come già Malagodi denunciava nel 1962 parlando della Sicilia.
Pertanto appare oggi ancor più necessario puntare su una profonda e radicale riforma costituzionale con l’introduzione rigorosa del pareggio di bilancio regionale (già previsto ma finora aggirato) con decadenza automatica della giunta in caso di scostamento significativo e responsabilità personale erariale dei singoli assessori; con la riduzione drastica delle materie concorrenti (tornando alle 18 originarie e togliendo sanità e istruzione dalla competenza esclusiva regionale); con la fusione obbligatoria di tutti gli enti strumentali e agenzie regionali sotto i 5.000 abitanti serviti; con tetto costituzionale alla spesa corrente regionale (es. 95 per cento del gettito fiscale prodotto nel territorio magari aggiungendo con una quota proveniente dallo stato centrale); con il rafforzamento del controllo concomitante della Corte dei conti e la possibilità per il Governo nazionale di commissariamento diretto in caso di dissesto certificato. Andrebbero poi ridefinite le autonomie in generale, con l’abolizione delle regioni a statuto ordinario e ridistribuendo alcune delle loro competenze ai comuni e alle province, in cui il controllo diretto dei cittadini è più facile essendo dimensionalmente più piccole. Per quelle a statuto speciale, come la Sicilia, andrebbero ridotte drasticamente le loro competenze ed al contempo implementate regole grazie alle quali anche se dovesse diventare presidente Gaio Licinio Verre redivivo o uno peggio di lui, sarebbe messo comunque nelle condizioni di fare meno danni possibili. Passeremmo così dal governo degli uomini a quello della legge.
Il problema delle regioni per questo, oggi come allora, non è affrontabile sperando nella buona fede o nell’onestà dei singoli, sarebbe una minimizzazione della questione “morale” da un lato e “istituzionale” dall’altro, oltre che una foglia di fico temporanea.
Solo correggendo le distorsioni accumulatesi in settant’anni, si potrebbero onorare le preoccupazioni di Sturzo, Malagodi, Covelli e Almirante senza cadere nell’utopia centralista o nell’immobilismo consociativo.
Tuttavia, continuare a ignorare la questione “Regioni” per “carità di patria”, significa perpetuare colpevolmente un sistema che, come dimostrano le cronache giudiziarie da un lato e l’astensionismo crescente dall’altro, ha fallito il proprio scopo istituzionale, trasformando l’autonomia in occasione di malgoverno. Proprio per questo il dibattito non può più essere rinviato, anzi andrebbe sempre più incentivato, con la consapevolezza che a coloro i quali popolano la “foresta del potere” sembra non interessare. D’altronde, come potrebbe festeggiare la Pasqua un agnello?
Aggiornato il 29 novembre 2025 alle ore 10:17
