
Dalle tirate di capelli alle male parole, ma non solo. Atteggiamenti scomposti, che gettano una luce diversa sul professore. Un breve itinerario sulle conquiste e sulle scelte di un uomo indomito, dal 1978 al centro della scena.
Un vizio antico, un modus operandi che ritorna, come una profezia che si autoavvera costantemente, infrangendo le barriere del tempo. È quello che accade da sempre a Romano Prodi, definito in modo fallace il professore bonario. L’ultimo caso di cronaca, lo abbiamo visto tutti, è la tirata di capelli alla giornalista di Quarta repubblica, Lavinia Orefici, che lui prima ha provato a negare, poi, messo alle strette dalle prove video, oltretutto da un programma “amico” come quello di Giovanni Floris a La7, ha tentato di minimizzare autoassolvendosi ma mai scusandosi. Non bastasse questo, ha provato ad aggredire un’altra giornalista qualche giorno dopo. Questa volta il programma era Lo stato delle cose, condotto da Massimo Giletti su Rai 3. Provvidenziale è stato l’intervento di una guardia del corpo, che si è frapposto tra il professore e la giornalista. Nello stesso programma abbiamo visto anche un video di qualche anno fa in cui Prodi diede dello stronzo a un barista che lo stava contestando.
Per completezza di cronaca menzioniamo anche la manifestazione di intolleranza e maleducazione nei confronti di Cristiana Bono nel novembre del 2005. La giornalista, oggi a TeleReggio, rimase incredula davanti alla reazione scomposta del professore. Ma molti anni prima le guardie del corpo di Prodi strattonarono Dario Miceli, giornalista del Tgr Rai Sicilia. Chiudiamo l’elenco con un fatto accaduto a chi scrive. Nel gennaio del 2005, con i colleghi di Rai International stavamo allestendo una diretta televisiva su Piazza Santo Stefano, a Bologna. Una sorta di non luogo, bellissimo, impropriamente definito piazza: è infatti uno slargo originato dalla via omonima. Quasi un borgo a sé, sospeso nelle dispute medioevali in cui era denominato Trebbo dei Beccadelli, luogo di riunione (trebbo infatti significa riunione) dei notabili dell’epoca. Improvvisamente appaiono, come in un’epifania laica, molto laica, due energumeni che si identificano come poliziotti e cominciano, in modo poco urbano, a chiedere se fossimo autorizzati; ad affermare che stavamo occupando la piazza; che eravamo molesti. Ovviamente avevamo tutte le autorizzazioni del caso, non solo, dovevamo intervistare il sindaco Sergio Cofferati.
Proprio in quegli attimi così sgradevoli arrivò il sindaco, che non si accorse di nulla, e io invitai i due personaggi a rivolgersi a lui, oltretutto persona gentilissima che ci agevolò in ogni modo, considerato che in quella diretta sarebbe stato il protagonista. Ovviamente, dopo tale osservazione non dissero nulla e se ne andarono anche velocemente. Quei due erano guardie che sostavano nei pressi dell’abitazione di Romano Prodi, che si trova in via Gerusalemme, sul lato destro della basilica di San Vitale e Sant’Agricola, una delle tre chiese che costituiscono il complesso disposto su piazza Santo Stefano. Episodi di un professore che è rimasto nei modi e nei gesti in un mondo novecentesco in cui l’accademico era una sorta di dominus, anche molto arrogante. Oggi non è più così, fortunatamente, e anche il sottoscritto, docente universitario, mai si sognerebbe di fare certe sceneggiate. Essere autoritari non significa essere autorevoli. Vincere facile quando i tuoi allievi sono in una condizione di evidente asimmetricità sarebbe come pretendere di correre con le scarpe tecniche più innovative e far gareggiare i tuoi avversari con le scarpe ortopediche, magari con il rialzo in una delle due e i plantari di ferro.
Al netto di tutto, sono solo queste le nefandezze commesse da Prodi? Sono queste le cose che hanno danneggiato, infastidito gli italiani? Dovremmo tornare all’incipit, alla profezia che si autoavvera, per capire come il personaggio Prodi si affaccia sul palcoscenico della storia e quali sono stati i suoi meriti per arrivare a calcare le scene internazionali. Già l’esordio fu tutt’altro che usuale, anzi fu “incredibile” in tutte le sue forme e in tutte le versioni che ne diede, una diversa per ogni stagione. Era il 2 aprile 1978 e il presidente Aldo Moro era da 17 giorni nelle mani delle Brigate rosse. Uno sconosciuto professore di Bologna si accingeva, insieme ad altre persone, a partecipare a una seduta spiritica in cui apparve per la prima volta la parola Gradoli, che poi si seppe essere il nome della via in cui si trovava uno dei covi dei terroristi.
Dopo due commissioni parlamentari e diverse versioni del prof non si è arrivati a comprendere nulla. Parlare di seduta spiritica oggi fa sorridere. Ho cercato di raccontarlo a un amico che crede nelle favole, ma niente da fare: persino il suo cane, colpito da sindrome da disfunzione cognitiva, ha tentato di bullizzarmi. Ora potreste pensare che uno così mai avrebbe potuto fare carriera in un Paese normale. In un paese normale no, in Italia e in Europa ha scalato tutti i vertici. Pupillo di Beniamino Andreatta, Prodi diventò negli anni Ottanta, esattamente dal 1982 al 1989 e poi dal 1993 al 1994, presidente dell’Iri. In questa veste e poi come presidente del Consiglio dei ministri riuscì a vendere tutti i gioielli di famiglia. L’Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat e, secondo Prodi, questa fu una scelta obbligata perché, a differenza della Ford, l’azienda degli Agnelli decise di acquisire anche tutte le azioni dell’azienda meneghina. Al di là di quello che afferma il professore i fatti sono altri: la Commissione europea in seguito a questa cessione condannò per ben due volte Iri-Finmeccanica per aiuti di Stato. La Commissione ritenne che i conferimenti di capitali all’Alfa Romeo non erano compatibili con il mercato comune; altresì il prezzo di acquisizione fu giudicato minore di quello di mercato. L’ultima sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, datata 21 marzo 1991, ha condannato la Repubblica italiana, che si era appellata contro le decisioni della Commissione europea. Insomma, una decisione, quella di Prodi e non quella europea, alquanto scellerata, ma tanto paghiamo noi.
Non vi basta, vero? Siamo ancora a metà del racconto, e ora arriva il coup de théâtre. Si tratta della svendita della Cirio-Bertolli-De Rica, avvenuta sempre tramite la regia del professore. Per completezza d’informazione tutta questa vicenda fu oggetto di indagini, storie nei tribunali e quant’altro, ma Romano Prodi fu scagionato già in istruttoria. Cosa accadde? Beh, la storia la illustrò bene Massimo Pini, membro del Consiglio di presidenza dell’Iri fra il 1986 e il 1992, nel suo celebre libro Boiardi di Stato e crepuscolo della repubblica. Il 2 marzo del 1993 Franco Nobili, allora presidente dell’Iri, decise di vendere Cirio-Bertolli-De Rica con asta pubblica, come prevede lo statuto. Il 15 marzo dello stesso anno il Credito italiano ne stimò il valore tra i 900 e i 1350 miliardi di lire. Il 29 luglio succede qualcosa; quel qualcosa riguarda specificamente l’iniziativa del nuovo presidente, Romano Prodi, che sospende il consiglio d’amministrazione che si apprestava a deliberare in merito alla cessione. Convoca un’assemblea straordinaria che, nel corso di 30’, dalle 12.10 alle 12.40, modifica 10 articoli dello statuto. Alla ripresa dei lavori il consiglio decide di abbandonare l’asta, che avrebbe potuto generare molti introiti, e decide di procedere per trattativa privata. La beneficiaria fu una finanziaria lucana, la Fisvi di Saverio Lamiranda, che aveva offerto 310 miliardi e 708 milioni di lire per il 62,12 per cento delle azioni possedute dall’Iri. Fin da subito fioccarono le polemiche e le strumentalizzazioni, tanto che la stessa finanziaria sembrava essere legata alla sinistra Dc campana e sembrava dare l’impressione di non essere in grado di pagare le rate all’Iri, ma anche di provvedere poi all’Opa sul resto delle azioni, calcolata in altri 200 miliardi.
Inoltre, dopo l’acquisizione, la finanziaria avrebbe rivenduto il tutto a Sergio Cragnotti, del quale poi si conosce la vicenda giudiziaria. In questa particolare dinamica, Romano Prodi fu tirato in ballo dagli inquirenti perché dietro la Fisvi, che appariva da sola, c’era il colosso anglo-olandese Unilever, del quale Romano Prodi era stato dal 1990 advisor director, fino a pochi mesi dalla vendita. Questi sono i ricordi, sintetizzati, di Massimo Pini. Insomma, le polemiche furono roventi. Addirittura tutta la vicenda della privatizzazione Sme-Sidalm, gestita dal professore, costò allo stato 7.344 miliardi di vecchie lire. In questa vicenda, inoltre, Prodi fu assolto beneficiando, legittimamente, della riforma dell’articolo 323 del codice penale, che di fatto aveva stravolto e derubricato il reato di abuso d’ufficio.
La storia del professore prosegue per puntate, quella più interessante riguarda l’euro. Nel 1996, in qualità di presidente del Consiglio dei ministri negoziò con Helmut Kohl un cambio di 990 lire per un marco; questa trattativa, all’apparenza vantaggiosa per noi, portò poi all’entrata nell’area dell’euro a 1936,27 lire per una unità euro. Prodi festeggiò al momento della trattativa a 990 e si diceva pronto anche a sfondare la quota mille. Questo avrebbe facilitato il nostro export. Si, quando ancora c’era la lira e tutte le capacità di manovra della Banca d’Italia. Ma l’accettazione di questa trattativa fu onerosa per noi, in quanto Prodi mise sul piatto della bilancia una manovra correttiva di 16mila miliardi di lire. In poco tempo il cambio era scivolato a 1250 lire per marco. Il governo del professore, insieme a Mario Draghi, Pier Luigi Bersani, Tiziano Treu e compagnia cantante si dimostrò subito propenso a cedere all’Europa anche con riforme richieste a più voci. Se il cambio non fu sfavorevole, come ha ribadito più volte Prodi, però c’è da considerare una cosa di vitale importanza: in pochi anni gli Stati, invece di cooperare tra loro, iniziarono azioni poco corrette, tanto che in un lasso di tempo irrisorio la Germania cominciò una politica aggressiva, di dominio del mercato basata sulla deflazione interna, erodendo significative fette di mercato di alcuni Paesi, in particolare dell’Italia. Chi avrebbe dovuto vigilare affinché non accadesse ciò? Ricordiamo che dal 1999 fino al 21 novembre del 2004 Romano Prodi fu presidente della Commissione europea, proprio l’istituzione deputata a vigilare. Cosa fece nei primi anni dell’entrata in vigore dell’euro? Assolutamente nulla. Eppure quelli erano gli anni nevralgici, in cui si doveva frenare lo strapotere della Germania, che avanzava arrembante, senza remore. Questa è la causa, o una delle cause, del malfunzionamento dell’economia europea. Invece che collaborazione tra Stati, solo la politica dell’homo homini lupus.
Altre problematiche sorte durante la sua permanenza alla Commissione europea: lo scandalo Eurostat, per esempio. Il direttore generale Michel Vanden Abeele dichiarò che il Governo greco aveva falsificato le statistiche economiche e finanziarie in modo che la Grecia potesse entrare nell’eurozona. Tutti sapevano tutto, eccetto i vertici della Commissione europea. E poi l’affossamento della Costituzione europea, bocciata dai referendum di Olanda e Francia e criticata persino dal Vaticano, in quanto non si faceva menzione, in quella carta, alle radici comuni cristiane. Infine l’allargamento a 25 Paesi dell’Unione, che comportò non pochi problemi. Oggi gli stati membri sono ben 27 e vediamo che c’è un’Europa a due, se non a tre velocità. Durante i due governi Prodi, aggiungiamo, la pressione fiscale raggiunse cifre record: si arrivò al 43,3 per cento del prodotto interno lordo. Ma questa è un’altra storia, che magari si potrebbe approfondire successivamente.
Oggi Prodi è di nuovo in scena, a 85 anni tesse ancora la sua tela politica. L’obiettivo è quello di riequilibrare verso il centro un partito, il Partito democratico, da tempo alla deriva. Lo sta facendo con l’ausilio dell’ex direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, avvocato, figlio d’arte (il padre Attilio era il ministro della Difesa durante il rapimento Moro), che fece il praticantato presso lo studio di Augusto Fantozzi, il fu commissario liquidatore dell’Alitalia, che per quel piccolo lavoro part time presentò allo stato una parcella complessiva di quasi nove milioni di euro. Alla fine ne incassò sei. Visto i risultati raggiunti con Alitalia non sembra un compenso congruo. Se gli uomini e i presupposti sono questi Elly Schlein può dormire sonni tranquilli. Il centrino non riuscirà.
Rimane, però, il quesito di fondo: qual è il Prodi più maldigerito? Quello astioso, arrogante che cede alle provocazioni dei giornalisti non allineati? Perché alcune sono anche provocazioni, questo glielo si concede. Oppure il Prodi nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali in cui, concedendogli la buona fede, si trova sempre al centro di decisioni controverse, a volte poco comprensibili? Un arrovellamento di meningi che lasciamo volentieri al lettore. Ci siamo già fatti del male a sufficienza.
Aggiornato il 03 aprile 2025 alle ore 10:11