Gli ingannevoli sondaggi

Titoli di giornale: “Azione cresce dopo il congresso. M5s in calo”. D’accordo: un congresso e la conseguente visibilità mediatica, generalmente garantiscono “attenzione” che si traduce in consenso, spesso effimero. È, comunque, opportuno osservare meglio i risultati di questi sondaggi. Il partito di Carlo Calenda parte da un “gruzzolo” del 3,6 per cento, dopo il congresso arriva al 3,9. La “crescita” c’è, ma insomma. Stesso discorso per il Movimento 5 stelle: il partito di “Giuseppi” Conte segna un meno 0,3 per cento. Di cosa si sta parlando? Ancora: sia Fratelli d’Italia che il Partito democratico guadagnano entrambi lo 0,1 per cento. Il partito di Giorgia Meloni passa al 29,8 per cento; quello di Elly Schlein al 22,5. Questo sarebbe il premio alle loro politiche? Forza Italia perde lo 0,2 per cento, passa al 9,1. La Lega di Matteo Salvini, nonostante il suo quotidiano strepitare rimane inchiodato all’8,4 per cento; Verdi e Sinistra perdono lo 0,2 per cento, passano al 6 per cento di consensi. Hanno motivo di gongolare Matteo Renzi (Italia viva) e Più Europa, per l’incremento (entrambi) di un impercettibile 0,2 per cento, e passano il primo al 2,6 per cento l’altro al 2 per cento? A parte l’irrilevanza delle fluttuazioni del borsino politico, se si fa una banale sommatoria, il risultato è un fenomeno simile ai vasi comunicanti: perde un partito di uno dei due schieramenti, guadagna l’alleato, non l’avversario.

Anche il cosiddetto “Terzo polo”: Azione, Italia viva, Più Europa, sommati tra loro ottengono la cifra di sempre (ammesso che in politica le sommatorie diano risultati positivi: l’esperienza dimostra che le “unità”, alla fine della fiera, portano sempre il segno “meno”, mai il “più”). Questi sondaggi hanno una grave lacuna: riflettono l’orientamento di voto di chi ancora utilizza lo strumento della scheda elettorale. È però ormai un dato consolidato che circa la metà degli aventi diritto al voto rinuncia ad esercitarlo; manda un semplice univoco messaggio: siete tutti uguali, nessuno di voi merita fiducia, vi respingiamo. Quanti sono quelli che non votano? Gli eletti rappresentano solo una parte dei cittadini; i leader dei partiti premiati sbagliano quando dicono di aver conquistato il consenso della maggioranza dei cittadini. Hanno “semplicemente” conquistato la fiducia della maggioranza di chi ha votato. Che però non è la maggioranza nel Paese. Indicativo quanto accaduto il 17 e 18 novembre scorso in una regione, l’Emilia-Romagna, da sempre “affezionata” al voto. Si trattava di eleggere il presidente della Regione, istituzione di indubbia rilevanza nella vita quotidiana degli abitanti. Candidato l’ex sindaco di Ravenna, espressione della locale realtà, non un “estraneo”. Alla chiusura dei seggi l’affluenza è stata del 46,42 per cento. A Bologna dal 70,94 per cento dei votanti alle Regionali del 2020 si è passati al 51,67 per cento. In nessuna delle altre province si è superata la soglia del 50 per cento.

La più “virtuosa” Ravenna (città del candidato): 49,72 per cento; poi: Modena (47,20); Forlì-Cesena (45,50); Reggio Emilia (45,44); Ferrara (43,14); Parma (42,70); Piacenza (41,49); Rimini (40,73). Un vistoso scollamento dovrebbe preoccupare tutti e in particolare la segretaria del Partito democratico e il suo presidente. Elly Schlein, ha sì il tripassaporto (italiano, svizzero e statunitense), ma risiede a Bologna, della regione è stata vicepresidente. Stefano Bonaccini in quella circoscrizione è stato eletto al Parlamento europeo, e in precedenza è stato presidente della Regione. Chissà se è una coincidenza: avevano escogitato le “primarie” quale strumento per ridurre la distanza tra eletti ed elettori. Da quando Schlein è stata eletta segretaria grazie a bizzarre primarie a due tempi, non ne hanno più fatte. I candidati per tutte le elezioni sono stati scelti a livello “centrale”. L’elettore ha solo ratificato. È per questo, per tornare ai sondaggi, che si hanno i risultati che si hanno?

Aggiornato il 02 aprile 2025 alle ore 10:19