
Il carcere o le pesanti sanzioni pecuniarie si confermano ancor oggi il miglior viatico a far esplodere nella popolazione il diffuso senso di rancore, di ribellione, di odio verso la classe dirigente. Ancora è aperto e viscerale il dibattito tra coloro che reputano educativo il carcere duro ed i tanti paladini della semilibertà, delle porte aperte per scongiurare l’esclusione sociale del condannato. Ormai è acclarato quanto l’esclusione sociale contribuisca al non reinserimento dell’essere umano: perché il carcere incrementa la violenza e la povertà nelle classi con meno possibilità economiche.
In Italia abbiamo uno storico riscontro alle conseguenze del rigore carcerario introdotto nel 1861 nell’ex Regno delle Due Sicilie con l’Unità d’Italia. Ovviamente in troppi oggi ci diranno che il carcere lo facevano i nemici del Borbone e chi autore di efferati delitti, mentre per briganti, camorristi e mafiosi dopo i processi ci sarebbe stata una sorta di semilibertà. A conti fatti il carcere vero e proprio era destinato a nobili ed altissima borghesia, mentre il popolo quando sbagliava se la cavava: e questo era un retaggio della cultura cattolica spagnola che rimpiangevano anche i milanesi.
Resta il fatto che l’8 dicembre 1816, oltre alla festa dell’Immacolata Concezione, la popolazione del Regno si aspettava il miracolo, un segno divino dal restaurato Borbone; che nel frattempo aveva assunto il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie. Quest’ultimo, da buon napoletano per nascita e frequentazioni, conosceva il popolo meglio di qualsivoglia consigliere. Così quell’8 di dicembre pensò bene di firmare prima di tutto l’amnistia generale, un vero e proprio svuota carceri, e poi le varie convenzioni secondo il Trattato di Casalanza che era stato stipulato il 20 maggio 1815: ovvero scambio dei prigionieri, riconoscimento del debito pubblico, garanzie d’incarichi alla nobiltà e onori e pensioni ai dipendenti della corona prossimi alla pensione. Insomma, Napoli era tornata a prima dell’amministrazione napoleonica (quella di Gioacchino Murat): a quel permissivismo che, grazie alla letteratura francese, qualche decennio dopo verrà ricordato dal conquistatore sabaudo una sorta d’anarchia causa principe d’una popolazione meridionale poco rispettosa delle leggi. Il rigore dei piemontesi non poteva proprio accettare che, in certe plaghe del Regno delle due Sicilie, la detenzione fosse un qualcosa di elastico: una sorta di semilibertà che permetteva a non pochi detenuti di uscire al mattino e poi fare ritorno a sera; questo perché spesso il carceriere era compaesano, forse anche lontano parente, del detenuto. Le amnistie, il perdonare e condonare erano costumi propri dell’amministrazione borbonica che, tra l’altro, non prevedeva nemmeno la leva obbligatoria per i giovani; così da non distrarli dal lavoro dei campi o, comunque, dal portare il pane a casa. Dopo il 1861, l’incremento di banditismo e brigantaggio furono dovute al sommarsi di rigore carcerario e leva obbligatoria: nasce nel nostro Sud il “banditismo sociale”, ed Eric Hobsbawm ravvede tutti gli ingredienti di questo atto creativo nella politica sabauda del rigore carcerario, dello stato di polizia; in Primitive Rebels, suo primo saggio sul tema, individua proprio la stretta relazione esistente tra misure coercitive e consenso del popolo verso il ribellismo banditesco. In pratica il mito del malavitoso nella popolazione del Sud Italia è stato incrementato, ed ancora lo è, da uno Stato manettardo e persecutorio. Il fenomeno criminale e la questione meridionale non sarebbero mai esplosi se lo Stato unitario avesse chiuso più d’un occhio su traffici e costumi del popolo dell’ex Regno di Napoli.
Va ricordato che in quell’epoca di passaggio alla modernità, all’800, la politica era ancora retaggio degli alti gradi militari: il Regno borbonico aveva in Pietro Colletta (napoletano di padre e molfettese di madre) una sorta di Joseph Fouché in salsa napoletana. Per chi ha buona memoria Fouché era stato politico e diplomatico con l’ultimo Luigi, poi rivoluzionario, quindi deputato giacobino alla Convenzione nazionale, poi congiurante contro Robespierre, quindi bonapartista e, dopo la restaurazione viennese, nuovamente nel partito borbonico per tentare di servire il fratello del sovrano decapitato: Fouché consigliava la legge contro i regicidi e, purtroppo, lui stesso ne pativa le conseguenze con l’esilio.
Pietro Colletta era certamente meno spregiudicato dell’omologo francese, resta il fatto che Murat lo promuoveva nel 1813 “maresciallo di campo”, proprio per fruire da vicino dei suoi consigli su come gestire il popolo. La tarantella di Nicola Valente “Scurdammoce o passato” pare tragga spunto proprio dalla tradizione di perdonare per rimuovere le vicende più amare, e secondo certi sarebbe stata tra i consigli che Murat ricevette da Colletta in merito al perdonare il popolo con amnistie e invece punire nobiltà infedele e burocrazia scellerata. Colletta fu tanto vicino a Murat da consigliargli, dopo la sconfitta di Lipsia dell’ottobre 1813, di abbandonare Napoleone e tentare d’unire l’Italia, e prima che la mossa venisse fatta da regni non degni di governare il Mezzogiorno. Colletta tentava trattative con Austria ed Inghilterra, pur di salvare il suo Sud e l’incosciente Murat: ma il destino era segnato, per l’Inghilterra era comodo che il Sud venisse governato dal Savoia. Colletta rimaneva a fianco di Murat fino alla fine, conscio della propria abilità affiancava poi il risorto Borbone a Casalanza: Colletta voleva ingraziarsi il Ferdinando I, e il re non disdegnava l’aiuto d’un politico che probabilmente non aveva mai escluso il suo ritorno.
L’osmosi tra popolo e potere preunitario era nel Mezzogiorno un dato di fatto acquisito, ed alla base della sicurezza di cui godevano corona e nobiltà: infatti la caduta del Borbone è tutta imputabile al tradimento dei vertici dell’esercito e della burocrazia, di quella nobiltà che voleva cambiare le regole. Infatti, l’ultimo Borbone, Francesco II, che si rifugiava a Roma fino all’occupazione sabauda del 1870 e compiva alcuni tentativi di organizzare la resistenza armata nelle Due Sicilie occupate militarmente dai piemontesi, si convinceva che il popolo meridionale non avrebbe a lungo sopportato la ricetta dei Savoia, ovvero rigore ed educazione punitiva. Probabilmente aveva indovinato, o solo rileggeva i consigli che il nonno aveva ricevuto da Pietro Colletta: di fatto i Savoia portarono nel Regno di Napoli le stesse metodiche giustizialiste che avevano sperimento nel 1720 in Sardegna, l’occupazione coloniale dell’isola coincise con la fine d’una vita bucolica e l’inizio dall’arresto di massa di non pochi pastori per banditismo e ribellismo.
Queste metodiche le ritroviamo con l’arrivo dei Savoia a Napoli: lo conferma anche un acerrimo nemico del potere borbonico come Silvio Spaventa, che ebbe a dimettersi nel 1861 da un incarico ricevuto da Torino perché in aperto contrasto con la politica repressiva del Luogotenente generale Enrico Cialdini; non dimentichiamo che il non aver aperto le carceri palermitane scatenava la rivolta del Sette e Mezzo a Palermo, e anche a Napoli la politica dell’arresto facile creava l’immediato odio verso il neonato Regno d’Italia.
L’estensione all’ex Regno di Napoli del Codice penale sabaudo emanato nel 1859 poneva di fatto fine a quella sorta di semilibertà di cui godevano i condannati d’estrazione popolare, situazione che peggiorava dopo il 1889 con la promulgazione della riforma Giuseppe Zanardelli dell’ordinamento carcerario. Da considerare che certi costumi carcerari risalivano nel Mezzogiorno agli Aragonesi, ai tempi di Alfonso il Magnanimo, e dopo ben quattrocento anni arrivava nel Regno di Napoli il rigore carcerario. È con l’Italia unita che vengono pianificate le traduzioni di detenuti nei vari bagni penali come Pianosa, l’Asinara, Ventotene, Ponza. Durante il Regno delle Due Sicilie a Ponza c’erano solo autori di delitti e nobiltà con il passatempo salottiero della cospirazione antiborbonica. Il regime del 41bis, una vera e propria tortura, è figlio della filosofia del rigore carcerario.
Il modello carcerario napoletano era totalmente in antitesi a quello sabaudo: Zanardelli si ispirava alle prigioni costruite in Gran Bretagna, Olanda e Prussia secondo il modello americano di Pentonville, dove era vietato qualsiasi contatto sociale: il cibo veniva distribuito automaticamente ed i detenuti erano obbligati ad indossare una maschera ogni qualvolta uscivano dalla cella; ovviamente questi particolari “tecnologici” non vennero mai estesi in Italia. Nel regno di Napoli, se escludiamo le carceri di Montefusco in Irpinia, di Ponza ed il Borbonico di Siracusa, il resto erano tutte carceri paesane dove sovente il carceriere era amico o quasi del recluso: non è un mistero che i funzionari sabaudi parlassero di una forma di complicità nel Mezzogiorno tra guardie e detenuti, un misto di favori, semilibertà e corruzione con olio, vino, regali. Al momento della promulgazione dell’Unità d’Italia nel carcere di Siracusa c’erano scarsi dieci detenuti, con lo stato di polizia sabaudo le celle vennero riempite fino all’inverosimile di contadini e braccianti accusati di banditismo. Il carcere borbonico di Siracusa ha anche conosciuto una sorta di notorietà internazionale nel 1986, quando ospitava i quattro terroristi responsabili della morte di un cittadino americano Leon Klinghoffer: vi furono detenuti quelli del sequestro dell’Achille Lauro.
Ma non dimentichiamo che Ferdinando I, finanziando il Borbonico di Siracusa e l’Ucciardone di Palermo, diceva che necessitasse ispirarsi alle concezioni filosofiche di Jeremy Bentham. Ovvero, come ricordava il sociologo Giovanni Tessitore, una logica che puntasse alla riduzione del personale di sorveglianza unita alla trasformazione del carcere in struttura produttiva, socialmente utile. Ben si comprende perché la compressione delle libertà personali fosse stata poco accettata dalla popolazione meridionale.
Infatti, il sogno dell’Italia unita s’infrange per i meridionali con la mancate amnistie del 1863 e 1866, che diedero la stura alla nota rivolta palermitana del “sette e mezzo” (perché durava sette giorni e mezzo): oltre ai contadini vi parteciparono garibaldini delusi, artigiani e parenti dei detenuti. E dopo pochi giorni altre rivolte scoppiarono in tutte le carceri siciliane e poi del Mezzogiorno fino a Napoli. Le cause le abbiamo già elencate: la leva obbligatoria introdotta tra nel 1862 decuplicava gli arresti dei giovani, il colera nelle carceri siciliane sovraffollate mieteva circa quattromila vittime in meno di una settimana, l’introduzione del monopolio piemontese dei “sali e tabacchi” portava arresti massivi per contrabbando in tutto il Sud d’Italia.
L’integralismo dei funzionari sabaudi introduceva quel rigore carcerario che non permetteva più ai detenuti di ricevere generi di conforto dai parenti. In quella neonata Italia le caserme dei Carabinieri venivano coadiuvate dall’esercito nell’arresto dei giovani renitenti di leva, e su dieci ben otto fuggivano all’obbligo. È il caso di dire che il problema del sovraffollamento carcerario nasce con l’Italia unita. E quanti non condivideranno questa ricostruzione, possono comunque consolarsi col dato di fatto che il “rigore carcerario” rimane una delle ricette cardine dello Stato italiano. E l’adagio “in carcere non ci va più nessuno” è probabilmente la grande leggenda metropolitana messa in giro da una piccola borghesia che, ancor oggi, prova piacere nello spettacolo di un arresto di cui non conosce i motivi. Sono gli stessi borghesi che trasversalmente motiverebbero una reintroduzione europea della pena di morte, che reputano il carcere utile a togliere dalla strada i nullafacenti. Solo rigore e angherie, ecco perché in certe plaghe del Sud c’è chi rimpiange un re che faceva amnistie e poi usava festeggiare la libertà partecipando a banchetti fatti in suo onore da un popolo di lazzaroni: di quest’ultimo fatto abbiamo come prove solo racconti e dipinti di scuola napoletana.
Aggiornato il 02 aprile 2025 alle ore 11:33