La via giudiziaria per la democrazia non è democratica

La separazione dei poteri, che fu un cardine delle democrazie, sta portando gravi problemi a livello mondiale dopo che la magistratura, legittimo controllore della politica, è sempre più diventata un soggetto politico incontrollato e in grado, con la stampa mainstream diventata fintamente “indipendente”, di modificare la struttura degli Stati democratici. La politicizzazione della magistratura finora è stata uno dei tratti infami delle dittature, dove è sottoposta al potere del tiranno di turno. Oggi però è un’arma in mano anche delle democrazie, dove – a seconda dei casi – interviene sia a sostegno sia contro chi governa.

In Francia la leader dell’estrema destra Marine Le Pen è stata condannata a quattro anni di carcere (due sospesi e due con braccialetto elettronico) e dichiarata ineleggibile per cinque anni perché il suo partito Rn avrebbe utilizzato i fondi destinati agli assistenti del gruppo per pagare invece il personale. La sentenza sembra fatta per sbattere fuori Le Pen dalle Presidenziali del 2027, dato che in altri casi (come i processi a carico di François Chirac e Nicolas Sarkozy) il giudizio era stato meno tagliente. Annalisa Chirico scrive su X: “La leader prima in tutti i sondaggi in Francia, con picchi di consenso che sfiorano il 40 per cento, sarebbe esclusa da future presidenziali per una vicenda che riguarda i rimborsi dei collaboratori. Ce lo devono spiegare gli americani che ciò fa a pugni con la democrazia?”. Certo che se poi Elon Musk e il Cremlino, con Viktor Orbán e Matteo Salvini solidarizzano con i lepenisti, si ricreano i soliti fronti opposti, e così la confusione regna sovrana sul popolo sovrano. Il problema è grave e diffuso, se pensiamo a casi recenti come l’invalidazione delle elezioni in Romania e l’arresto di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e possibile vincitore delle prossime Presidenziali in Turchia che saranno un referendum sulla democratura di Recep Tayyip Erdoğan.

ITALIA

Al solito tutto cominciò nell’Italia degli anni Ottanta, quelli che videro la maggiore crescita economica dell’Italia dai tempi di Roma imperiale. Jean Baudrillard sosteneva che l’Italia politica anticipa ciò che poi succederà negli Stati Uniti. Parliamo dei processi contro Bettino Craxi, secondo alcuni frutto di un golpevole accordo tra sinistra politica (uscita con le ossa rotte dal crollo del comunismo) e sinistra giudiziaria. Certo la corruzione, diffusa non solo tra democristiani e socialisti nel sottobosco delle province, non aiutò il leader socialista, sul quale giorni fa è apparso un articolo su La Repubblica che svela un pentimento finora inaudito. Andrea Marcenaro cita l’articolo (“Craxi potrebbe insegnare ancora alla sinistra” e “statisti come lui non ce ne sono più”), ma chiosa amaramente, dicendo che le attuali parole di scusa sono forse sincere ma che tutto potrebbe ripetersi, anche se con “un poco di training autogeno, utile ad evitare, la prossima volta, di lasciare impronte sul cadavere”.

Dopo Craxi, come non citare il caso di Silvio Berlusconi? Parliamo di 33 processi subiti, da moltiplicare per tre gradi di giudizio, con una sola condanna per “frode fiscale”, a testimonianza un problema che non si è svolto a Houston, ma è sgorgato dalle parti di chi era rimasto orfano della dittatura sovietica, ma senza dimenticare la crudele lezione leninista.

IN ROMANIA

Si deve citare il caso di Călin Georgescu, candidato presidente filo russo che non poteva vincere le elezioni (annullate dalla Corte costituzionale), anche perché la Romania sta diventando una linea del fronte russo-occidentale, con la costruzione della base americana più grande d’Europa, che supererà quella tedesca di Ramstein, con alloggiamenti per 10mila militari Usa. La base in costruzione ha sede a Costanza (a due passi dalla Crimea). In Romania quindi la questione è diversa, dato che le infiltrazioni russe in Europa sono un dato non pretestuoso di cui tener conto fin da quando si scoprì che Vladimir Putin finanziava i giovani socialdemocratici tedeschi in Westfalia.

IL DOMINIO DELLE LEGGI IN DEMOCRAZIA E DITTATURA

Non è così che le democrazie liberali e garantiste potranno contrastare i Putin, gli Orbán, Erdoğan e via lacrimando. Nelle dittature leggi e politica coincidono: in Iran la shaari’a khomeinista sovrasta tutto e tutti. Erdoğan non lo smuovi. Putin non lo smuovi. Xi Jinping non lo smuovi. La repressione in Algeria non la smuovi (vedi l’arresto dello scrittore Boualem Sansal, motivato da “attentato all’unità nazionale”, atti lesivi all'economia nazionale e balle ficcando). Il castrismo a Cuba e il bolivarismo in Venezuela non li smuovi. Dove c’è dittatura la magistratura è serva del potere. Le democrazie in ogni caso e comunque non possono utilizzare la magistratura a scopo politico. Meglio piuttosto fare come in Germania, con un governo di unità nazionale che tiene fuori partiti potenzialmente antidemocratici, ma politicamente e senza cooptare la magistratura “indipendente ed equanime”. In Occidente non serve meno democrazia ma più democrazia, purché vera, non farlocca o burocratica o parolaia in salsa woke e gattopardesca. Se no si fa come in Italia.

Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi, hanno abbattuto regimi non democratici, restando decine di anni in carcere. Per questo motivo vedere Le Pen col braccialetto elettronico non è un bel vedere per la Francia dei diritti umani. Perché i benpensanti della sinistra caviale e champagne dovrebbero piangere solo per Ilaria Salis senza almeno protestare anche per casi più gravi? Che si turino il naso, quindi.

EKREM İMAMOĞLU E LE ELEZIONI TURCHE

Due milioni in piazza contro il presidente Erdoğan a Istanbul, per una manifestazione organizzata dal Partito repubblicano del popolo (Chp), cui hanno partecipato anche forze della sinistra e il Partito curdo Pkk. Dopo l’arresto di İmamoğlu, l’Europa si è dissociata dall’arresto. Nel Regno Unito ci si chiede come mai i laburisti al governo non stiano protestando per via diplomatica e a mezzo stampa contro la grave violazione della legalità elettorale avvenuta in Turchia. Si turino il naso anche loro. La democrazia non può accettare l’esclusione di un partito o di un leader con trucchi da avvocati di bassa lega.

PROBLEMI ANCHE IN ISRAELE

Contro il governo di Benjamin Nethayahu sia l’Onu sia la Corte internazionale dell’Aja hanno agito in maniera non equanime, rispetto ad Hamas. In questi giorni la responsabile della Corte suprema di Israele, Gali Baharav-Miara, ha notificato al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, il divieto di sostituire l’ex direttore dello Shin Bet e persino di avviare i colloqui per un sostituto. Le leggi dell’età moderna sono state scritte per essere di aiuto e non di ostacolo per le società civili. L’iperattivismo della magistratura politica mondiale – anche se in forme diverse – ci dice che tutto il “contratto sociale” di matrice illuminista va ripensato e riscritto, a partire dal Dei diritti e delle pene di Cesare Beccaria, ribilanciando diritti e doveri, agenti fondamentali di una comunità nazionale davvero efficiente, coesa, giusta.

Aggiornato il 03 aprile 2025 alle ore 09:33