
Precisamente 87 anni dopo Adolf Hitler, le ambizioni imperialiste di un autocrate rischiano di far sprofondare nuovamente l’Europa nella sua “ora più buia”. Ieri la necessità di uno “spazio vitale” verso est rivendicata dalla Germania nazionalsocialista, oggi le medesime esigenze di conquista avanzate con prepotenza dalla Federazione russa di Vladimir Putin. Due storie apparentemente così lontane, eppure, al contempo, così vicine, i cui destini risultano fatalmente accomunati da una città: Monaco di Baviera.
Proprio come nel lontano 1938, la capitale dell’omonimo Stato federale tedesco è sede di un’importantissima conferenza, i cui esiti risulteranno inevitabilmente cruciali per delineare gli assetti futuri del Vecchio Continente. Ieri, nel settembre del 1938, i leader politici di Regno Unito, Francia e Italia, rispettivamente Neville Chamberlain, Édouard Daladier e Benito Mussolini, pur di scongiurare lo scoppio di un conflitto europeo e nel tentativo di porre un freno alle pressanti ambizioni tedesche, cedettero scelleratamente alle rivendicazioni territoriali di Hitler, in particolare a quelle avanzate sulla regione cecoslovacca dei Sudeti, al tempo abitata prevalentemente da popolazioni di lingua germanica. Le conseguenze di quei disastrosi accordi di pace sono ormai tristemente note e facilmente riassumibili con le emblematiche parole attribuibili a Winston Churchill: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.
Oggi, quasi un secolo dopo, uno strano intreccio del destino ha voluto che le sorti dell’Europa fossero ancora una volta indissolubilmente legate alla città di Monaco, crocevia fondamentale per la scrittura del futuro di un continente, quello europeo, proprio come allora assai fragile e in preda ad istanze suicide-isolazioniste, lacerato al suo interno da logoranti lotte intestine e minacciato esternamente dalle politiche neo-imperialiste figlie dell’inappagabile desiderio di “annessione” nutrito dalla Russia di Putin. Proprio come nel 1938, i leader delle democrazie occidentali si ritrovano ancora una volta davanti a un bivio: da una parte l’appeasement di chamberlainiana memoria, rivelatosi poi decisivo per spianare la strada ai sogni di gloria nazisti. Dall’altra, perfettamente contrapposto a quell’accondiscendente servilismo che mise in ginocchio l’Europa, c’è la via del rigore, la cosiddetta politica di “lacrime e sangue” cara a Churchill, dimostratasi indispensabile al fine di scongiurare la definitiva nazificazione del Vecchio Continente.
La rotta da imboccare oggigiorno per ridimensionare l’ambizioso progetto di russificazione di una parte non del tutto indifferente dei territori europei ce la indica pertanto la storia, oggi come allora consigliera e maestra di vita, che illumina inequivocabilmente il tragitto da intraprendere in quell’importante bivio, decisivo per i destini del popolo europeo. Ai leader delle democrazie occidentali, investiti dalla storia del gravoso onere della decisione, l’ardua sentenza, con l’auspicio che non possano cadere anch’essi nel tragico errore in cui incapparono nel 1938 i loro sfortunati predecessori, i quali, attratti fatalmente dalle ingannevoli sirene pseudo-pacifiste, e convinti che l'accondiscendenza potesse essere la soluzione, finirono per assecondare i folli diktat hitleriani e per consegnare l’Europa intera nelle mani insanguinate dei boia nazisti.
Aggiornato il 18 febbraio 2025 alle ore 11:56