Ipocrisia e potere

Recenti avvenimenti, se interpretati alla luce dell’allegoria del mito della caverna di Platone, dove le ombre assumono agli occhi dei prigionieri forme terribili e al contempo verosimili, ci fanno comprendere come “ipocrisia” e “potere” siano legati. Proprio per questo, è illuminante analizzare alcuni episodi, i più significativi, come il pio transito di Benedetto XVI, che testimonia il grado altissimo di fariseismo a cui si è arrivati, visto il profluvio di parole in suo elogio che ne è seguito. Soprattutto da parte di coloro i quali lo hanno osteggiato prima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Romano Pontefice, vituperandone in ogni modo il pensiero, il magistero e il ministero petrino. Un’ostilità così forte che lo stesso Papa Ratzinger ha continuato ad avvertire anche dopo le sue dimissioni. Per questo ha chiesto che il suo ultimo libro “Che cos’è il cristianesimo” fosse dato alle stampe solo dopo la sua morte. Un testo in cui il Santo Padre parla addirittura di un “vociare assassino” contro di lui.

Anche da parte di chi doveva encomiarne l’azione non ci fu vicinanza, come per esempio dagli ambienti politici conservatori. Anzi, come ha affermato recentemente il senatore Marcello Pera, il “sostegno era timido, serpeggiava la paura, la circospezione, la prudenza. Fino a che, dopo la lezione di Ratisbona, tutto precipitò. Nessun capo di Stato o di Governo si alzò a difendere Benedetto XVI, a dire che non era questione di libertà di religione dell’islam, ma degli strumenti violenti che l’islam usava e non rinnegava”. Però, di fronte alla sua salma in tanti si sono affollati a piangerne le doti, anche perché l’enorme tributo di persone semplici ha restituito l’immagine di un Pontefice amato molto dal popolo e pochissimo dalle élite dominanti. Il più grande esempio di insincero cordoglio visto negli ultimi anni. Ovviamente, del morto si parla sempre bene con la stessa intensità di quanto se ne era parlato male da vivo.

L’ipocrisia è sempre segno di falsità e di doppiopesismo, per cui le identiche categorie moralistiche, ma rovesciate, si applicano agli amici. Così ciò che in uno sembra il “male”, in un altro risulta il “bene”. Quindi, se un presidente del Senato appartenente alla sinistra fonda un partito mentre è ancora in carica, vedi Pietro Grasso, non succede nulla. Ma se un altro, di destra, va a una riunione di quel partito che anche lui ha fondato a suo tempo, vedi Ignazio La Russa, si aprono i cieli. Subito ci si indigna e i commentatori dei “giornaloni” fanno a gara nel rimarcare come per una figura istituzionale sia poco consono partecipare attivamente alla vita politica, quando invece sarebbe preferibile stigmatizzare il comportamento in Aula, se scorretto. Se poi degli attivisti imbrattano la sede del Senato della Repubblica italiana, c’è chi è pronto a giustificarli, perché sono individui impegnati a “salvare il pianeta”. Addirittura le tv li hanno portati davanti alle proprie telecamere, come fossero eroi tornati dal fronte con il petto pieno di medaglie al valore.

E se i burocrati dell’Unione europea bacchettano l’Italia per l’eccessivo debito pubblico, i soliti soloni radical chic applaudono fragorosamente. Contemporaneamente, però, se il Governo guidato da Giorgia Meloni mantiene un profilo di responsabilità, non aumentando la spesa ma cercando il modo di muoversi verso la sua riduzione, allora si alza un polverone sul taglio delle accise sui carburanti, che nel frattempo sono tornati al prezzo precedente alla guerra russo-ucraina. A loro avviso, bisognava “insindacabile” “fare di più”, magari per poi addossare la colpa dell’enorme buco precedentemente creato con politiche di bilancio allegre.

Se contestualmente il presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, lancia la sua proposta di innalzare ulteriormente i tassi d’interesse, con il risultato immediato di far crollare le borse, nessuno alza la voce per dirle che sta preparando le condizioni per la prossima crisi. E viene trascurato un aspetto: l’inflazione che si vuole combattere non è altro che la misura – e la risposta – all’infezione dell’eccessivo interventismo statalista nell’economia. E nel ciclo economico rappresenta un accomodamento e un aggiustamento del sistema. D’altronde, almeno due condizioni che ne hanno determinato l’innalzamento sono sotto gli occhi di tutti: l’eccessivo intervento dirigista, attraverso lo strumento di stampo keynesiano del Quantitative easing (Qe) e i vari bonus voluti dai governi di centrosinistra e da quello giallorosso, come il Superbonus 110 per cento.

Se poi andiamo alla questione dell’Ucraina, dove la strage continua inesorabilmente, e per la quale stiamo mandando al macello migliaia di persone anche innocenti come i bambini, senza peraltro avere una strategia per il raggiungimento della pace o di una tregua che non passi solo per la sconfitta di una delle due parti, sfioriamo il massimo del mascheramento. Per cui, chi si azzarda a dire che bisogna fermare le armi prima che sia troppo tardi viene etichettato semplicemente come un “traditore” filorusso amico di Vladimir Putin, con cui peraltro molti Stati europei fino a un anno fa facevano affari (vedi il caso della Germania). E in Italia la gran parte dei cosiddetti pacifisti di una volta sono diventati i peggiori guerrafondai di oggi.

Vi starete chiedendo perché tutta questa ipocrisia? Perché sono sempre e solo questioni di potere, per conquistarlo e poi mantenerlo sempre, comunque e con qualunque mezzo. E quando non si può criminalizzare chi non la pensa in maniera conforme, si cerca di ridicolizzarlo: è questo il caso del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, per le ultime, forse un po’ azzardate dichiarazioni su Dante, che se dette al contrario avrebbero avuto un risvolto diverso. Non è Alighieri il padre della destra, ma essa è figlia della sua visione del mondo e delle istituzioni, tipo l’Impero, come propugna il padre della lingua italiana. Gli intellettuali della sinistra avrebbero poco gioco a riderci sopra, anche perché il “De Monarchia” contiene tesi politiche che loro, penso, mai si sognerebbero di sposare. Certamente, oggi come allora sono scorrette e allo stesso tempo sorrette da una visione spirituale, ripresa poi anche da John Ronald Reuel Tolkien. Pensiamo, inoltre, alla presenza nella Divina Commedia di esponenti ed elementi che fanno riferimento al catarismo, cioè quanto di più eretico il sommo poeta potesse inserire, forse condividendone anche, come sostiene la studiosa Marisa Soresina, la filosofia di fondo che parla di creazione, anima e spirito. D’altronde, la poesia di Dante evoca personaggi, immagini e idee che mal si conciliano con Karl Marx e Georges Eugène Sorel.

Certamente, il ministro poteva esprimersi in termini diversi, ma la capziosità di chi ha voluto farne un caso è evidente. Si elogia Dante grande poeta e, come per Benedetto XVI, se ne disprezza il pensiero politico, soprattutto se è scorretto, non conforme e libero. Parafrasando al contrario le ultime parole di Ottaviano Augusto – “se lo spettacolo non vi è piaciuto, per favore fischiate forte” – siamo solo all’inizio del primo atto. Perché nella vita è tutta una questione di ipocrisia e potere. E al pubblico non rimane che dissentire rumorosamente.