Candidati Pd, prevale il Fair play: “Dopo la sfida lavoriamo insieme”

Il ritorno dei fuoriusciti di Articolo uno non convince tutti i candidati alla segreteria del Partito democratico. Il primo confronto televisivo tra Stefano Bonaccini, Elly Schlein, Gianni Cuperlo e Paola De Micheli registra un unico distinguo. Il recupero di Roberto Speranza, Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Le parole dei quattro non sono sovrapponibili. Se Schlein, De Micheli e Cuperlo hanno fatto capire di brindare alla “ricomposizione familiare”, Bonaccini è apparso piuttosto freddo: “Mi interessa poco che rientrino dirigenti ed ex dirigenti, ognuno ha il diritto, a me interessano gli elettori e le persone che abbiamo perso per strada”. Seduti attorno al tavolo rettangolare di Mezz’ora in più, il programma settimanale condotto da Lucia Annunziata su Rai 3, i candidati alla guida del Pd hanno cercato di marcare le differenze. Quattro nomi, quattro programmi, diverse le radici, diversi i percorsi politici. In realtà, sono emersi numerosi punti di contatto. A partire dall’azzeramento della classe dirigente del partito.

Quando la giornalista ha chiesto un “No o un sì corali” alla domanda “lavorerete insieme?”, sono arrivati solo “Sì”. Scontati, visto che per tutto il dibattito c’è stato un abbondare di sorrisi e l’assenza quasi totale di accenni polemici: non un urlo, non una frecciata. Però, nel partito, le preoccupazioni di addii nel caso in cui vinca Schlein o Bonaccini ci sono, e allora quella domanda e quelle risposte finali restano come impegno e promessa a evitarli, a frenarli. La sintesi l’ha fatta Bonaccini: “Lavoreremo tutti insieme. È indispensabile per non ricommettere quegli errori della classe dirigente che abbiamo visto alternarsi ma combattersi”. Ecco lì il punto di accordo fra i quattro: non rinfacciare il chi appoggia chi, ma impegnarsi a portare una squadra nuova al Nazareno. Per dirla con Cuperlo: “Lasciamo da parte la malattia del trasformismo di chi ha attraversato tutte le stagioni”. Così si parla degli strumenti di selezione, come le primarie per chi si candida a cariche elettive nelle istituzioni.

Una polemica a dire il vero c’è stata, seppure affrontata in punta di fioretto. Quando Bonaccini ha rivendicato di essere stato l’unico, in assemblea, ad avere citato la parola “impresa”. Per una volta Cuperlo non ha rispettato il turno e lo ha ripreso: “Allora Stefano non mi hai ascoltato, anche io ne ho parlato”. Sul cambio del nome, invece, c’è stato un piccolo riavvicinamento. Quando Annunziata ha chiesto se fosse auspicabile, Bonaccini, Cuperlo e De Micheli hanno risposto “No” quasi insieme. Schlein, che nei giorni scorsi aveva aperto alla proposta del vicesegretario uscente Peppe Provenzano di sottoporre la questione agli iscritti con un referendum, ci ha girato attorno: “Non è fondamentale cambiare nome se non cambiano facce e metodo”.

In un’ora, è arrivata solo un’apertura – timida – al governo. L’ha fatta Bonaccini: “Accordi col centrodestra? Subito. Giorgia Meloni convochi sindacati, associazioni di impresa, regioni e comuni e insieme vediamo come rivedere i prezzi e far ripartire i cantieri. Non si può fare una opposizione sguaiata che dice no a tutto”. Mentre per Schlein “una opposizione efficace deve inserirsi nelle pieghe delle divisioni del governo”. Sul renziano Jobs act c’è stato un coro di critiche. Hanno partecipato Cuperlo, Schlein e De Micheli. Bonaccini non ne ha parlato direttamente: “Dobbiamo introdurre politiche che rendano il lavoro stabile più conveniente di quello precario”. Nessuno ha usato il termine “armi” parlando dell’Ucraina, anche se tutti sono favorevoli all’invio.