Reddito di cittadinanza: gli effetti collaterali

C’era una volta lo “Stato Provvidenza” che garantiva tutto a tutti. La prima volta, verso l’inizio degli anni Ottanta, questa utopia sessantottarda, sconsideratamente egalitaria, portò l’Italia dell’epoca a un passo dal letterale default del debito pubblico nazionale, per cui chi allora aveva denaro da proteggere dall’inflazione a due cifre investì sui Buoni del tesoro. Molti cittadini italiani si sono così assicurati nei decenni rendite che poi si riveleranno molto superiori ai successivi tassi di inflazione annuali (come quelli verificatisi dall’entrata dell’Italia nell’Eurozona), impoverendo così un Paese che aveva disperato bisogno di crescita economica e di alleggerirsi dall’enorme macigno del debito.

Una cosa simile accadde a beneficio dei proprietari di immobili, in occasione del changeover, che dopo soli sei mesi dall’introduzione dell’euro si videro raddoppiato in lire il valore delle loro proprietà! Oggi sta accadendo una cosa simile a quella degli anni Ottanta, a quanto pare. Dal 2019 in poi, il sistema economico ha subito ben due contraccolpi negativi sulla crescita. Il primo, com’è noto, è derivato dalle chiusure temporanee di molte attività produttive a causa della pandemia e della necessità di ricorrere a un generoso “deficit spending”, con sussidi e bonus a pioggia per centinaia di miliardi che, se da un lato ha garantito la pace sociale, dall’altro ha immesso nella massa monetaria complessiva moltissimo denaro circolante.

Si possono ben immaginare quindi gli effetti primari che questa condotta obbligata ha comportato, dato che i molti milioni di ore perse hanno significato un corrispondente calo della produzione di ricchezza. Il che ovviamente si è riverberato sul costo unitario dei beni di consumo, in base alla legge per cui a una scarsità di un determinato prodotto cresce il suo prezzo unitario, dato che l’offerta rimane più bassa della domanda. Come tale era del tutto scontato un intervento successivo della Bce per il rialzo dei tassi di interessi.

Il secondo aspetto destabilizzante si è verificato a seguito della scelta politica di realizzare l’utopia del Movimento 5 stelle di “abolizione della povertà”, che poi non è altro che una riedizione dei miti sessantottini, stavolta però con una base ridotta di beneficiari, tra cui si annoverano le figure più deleterie in economia e nel mercato del lavoro. Infatti, le tipologie di percettori mettono assieme pochissima acqua santa e moltissima farina del diavolo, con importanti volumi di denaro pubblico dispersi in truffe e raggiri.

In particolare, il sistema vigente ha foraggiato centinaia di migliaia di “Neet” (“Not in education, employement, or training”) rimasti nullafacenti, anche grazie a una porosità non si quanto voluta della scombinata norma che regola l’attuale reddito di cittadinanza, che ha confuso l’assistenzialismo (ai disabili, ai lavoratori disoccupati over cinquanta, a famiglie numerose) con il sostegno a chi cerca lavoro. Sotto quest’ultimo aspetto, si può serenamente affermare il totale, prevedibilissimo fallimento dello schema del tutto approssimativo e illogico dei Navigator: coloro, cioè, che si volevano dotati di una qualche specifica competenza per sostenere come consulenti l’avvio dei percettori alla ricerca di un’occupazione, in una condizione palese di assoluta scarsità di posti non qualificati nell’ambito delle offerte di lavoro.

La cosa è ancor più inaccettabile se si pensa che per fare funzionare il tutto bastava letteralmente “copiare” l’organizzazione tedesca di formazione-lavoro, che presenta un assetto fortemente centralizzato, dove un unico database a livello nazionale opera il mixing tra offerta e domanda di lavoro, con la clausola specifica che un solo rifiuto da parte del percettore comporta la graduale cessazione del beneficio.

Invece, tenendo in piedi l’assurdità del contesto normativo italiano, per cui al sistema dei navigator si affiancavano agenzie del lavoro regionalizzate, non c’è stata nemmeno l’ombra di una coerente mobilità territoriale per cui si va dove il lavoro c’è, invece di pretendere che il lavoro venga magicamente da te! Ovviamente, per “copiare” adeguatamente il sistema della formazione-lavoro tedesca occorreva mettere mano alla divisione costituzionale dei compiti tra Stato e Regioni, cosa fattibilissima considerando che si è trovata una maggioranza sufficiente per ridurre con riforma costituzionale il numero dei parlamentari.

Possibile che, in quell’occasione, visto che la legge costituzionale porta la data del 21 ottobre 2020, in piena pandemia e con la prova ben misera che in materia sanitaria avevano già dato di sé stesse le Regioni italiane, non si è trovato il modo di modificare nuovamente la irrazionale specificazione del Titolo V della Costituzione, così come riformato nel 2001 per volontà della sinistra dell’epoca? Ma gli effetti perversi di questa tipologia prescelta di reddito di cittadinanza non si fermano qui. In assoluto gli effetti più gravi e deleteri sono costituiti dall’aggravamento del blocco dell’ascensore sociale, e dalla scarsa o nulla propensione da parte dei beneficiari di spostarsi dove il lavoro c’è, ma mancano le risorse umane qualificate per la copertura di centinaia di migliaia di posti vacanti.

Così com’è oggi congegnato il reddito serve soltanto ad abbattere la fondamentale componente motivazionale, fatto quest’ultimo drammaticamente riscontrato nella scorsa stagione turistica estiva, in cui un elevato numero di piccole-medie aziende del settore non sono riuscite a trovare lavoratori stagionali. Da che mondo è mondo, le persone che avevano voglia di lavorare e migliorare la propria condizione sociale si sono sobbarcate notevoli sacrifici, con la migrazione interna da Sud a Nord o cercando un’occupazione all’estero di manodopera generica.

In altri termini, quella che è venuta a mancare nei giovani e nei meno giovani è l’educazione al “valore lavoro”, per cui non è etico essere percettori di un reddito a medio-lungo termine se a fronte del compenso relativo non si offre una prestazione adeguata. Invece, una società perduta e persa nei social ha dato spazio ai Super Ego che mettono in linea e sullo stesso piano tutti gli interlocutori virtuali, scambiando sogni al posto dei sacrifici, per cui si ha diritto a essere mantenuti perché non si trova mai l’occupazione giusta all’altezza delle proprie aspirazioni.

Un cinismo, quindi, che rasenta la follia poiché elimina alla radice l’aspetto fondamentale della “gradualità”, in base al quale si fa un passo alla volta: si inizia con un’occupazione anche molto al disotto delle proprie ambizioni, per poi migliorare gradualmente la propria posizione sociale con il dovuto impegno e i necessari sacrifici. Ecco, tutto questo è venuto completamente a mancare a seguito del crollo valoriale nell’educazione dell’obbligo e in quella superiore, universitaria compresa.

Questa tremenda distopia sociale ha dato a sua volta luogo all’involuzione del Principio dei lumi. Si pensi soltanto a una formazione superiore che si voleva egalitaria (nel senso che si debbono offrire a tutti i cittadini le stesse condizioni di partenza), e che da ormai molto tempo si è degenerata fino ad assecondare il ritorno alla vecchia divisione per classi, in cui sono privilegiate le caste nobili ad alto reddito, a discapito delle fasce non abbienti della popolazione. Prevalgono sempre di più, cioè, le differenze marcate per ceto e per censo. Nel caso specifico degli studi superiori, chi può manda i figli a studiare all’estero presso università selettive e qualificate internazionalmente.

Con la conseguenza nefasta di vedere l’ascensore sociale bloccato ancora per decenni, e di favorire in parallelo la devoluzione di enormi volumi di ore lavorative alla manodopera immigrata. Sono infatti gli extracomunitari e gli immigrati (irregolari, prevalentemente, disposti a lavorare in nero con salari ben al di sotto della metà del minimo sindacale!) a presidiare le attività lavorative meno ambite dagli autoctoni, aggiudicandosi così molte centinaia di migliaia di posizioni vacanti nei servizi, nei commerci e nell’assistenza alla persona. Modificare il reddito sanerà qualche stortura di troppo, senza per nulla cambiare le teste di chi il lavoro non lo vuole e non lo cerca.