Aiutiamoli a casa loro: come? Con la colonizzazione inversa

Davvero le migrazioni di massa sono una risorsa? Semmai è vero il contrario, sotto ogni punto di vista. In primo luogo, perché la strategia di allentare la pressione demografica in continenti iperpopolati danneggia l’economia locale, dato che a fuggire per primi all’estero, una volta aperte le frontiere domestiche, sono coloro che possiedono adeguate conoscenze e formazione professionali per essere ricollocati rapidamente sui mercati del lavoro occidentali. Successivamente, i maggiori e più consistenti flussi di partenze riguarderanno (come già sta accadendo!) le loro giovani generazioni, sempre più disposte a lasciarsi alle spalle i propri Paesi economicamente disastrati, essendo prive ormai dei legati tradizionali perché attirate esclusivamente dal miraggio del rapido arricchimento. Stato d’animo, quest’ultimo, fondato sulle false illusioni del denaro facile e dei modelli di consumo occidentali, propagandati dalla Rete e dai media televisivi internazionali attraverso i loro messaggi pubblicitari, che in nulla rispecchiano il vero funzionamento delle nostre attuali società in piena crisi economica ed esistenziale.

Queste enormi masse di potenziali profughi economici sono la diretta conseguenza di uno scellerato calcolo politico, che vede come massimi responsabili due grandi soggetti collettivi élitari. Il primo, rappresentato come insieme omogeneo da leader locali, corrotti, dispotici e irresponsabili che hanno rinunciato a priori a qualunque strategia di contenimento delle nascite, lasciando spazio al degrado delle proprie grandi realtà urbane, devastate da immense, invivibili e delinquenziali baraccopoli in cui si addensa un’umanità derelitta di decine di milioni di disperati, pronti a tutto pur di conquistare il diritto a un’esistenza migliore.

Il secondo soggetto collettivo corresponsabile di questa strategia folle delle migrazioni epocali di massa è rappresentato, come ha messo in evidenza la parte più illuminata e colta della stampa conservatrice anglofrancese, da alcune decine di migliaia di Apparatčiki (un termine colloquiale russo per indicare i funzionari a tempo pieno del Partito comunista sovietico), che si auto qualificano come i grandi sacerdoti di una nomenclatura élitaria mondializzata e fortemente ideologizzata, in cui confluiscono i funzionari d’apparato progressisti. Tutti costoro, letteralmente drogati dall’ideologia del multiculturalismo, del politicamente corretto e della libera migrazione senza frontiere, si muovono all’unisono come una qualsiasi mafia planetaria che agisce a danno dei popoli e delle loro identità. I loro poli di riferimento appartengono a un coeso network di migliaia di lobbies che fanno capo a Ong e a Fondazioni di sostegno culturale e finanziario, iperattive per mare e per terra nell’impegno umanitario per l’accoglienza indiscriminata dei migranti.

Questa vasta élite culturale, che proviene dai campus universitari progressisti più prestigiosi d’America e d’Europa, sta infestando come una gramigna inestirpabile le burocrazie europee, americane e onusiane, per promuovere un attacco in grande stile contro le identità nazionali, grazie al suo monopolio dell’informazione corretta sui media e sui social network mondiali. Come tutti gli sciagurati pifferai magici, questi guru senza più religione e valori etico-morali di riferimento, si rendono più o meno consapevolmente responsabili di condurre verso l’abisso esistenziale parecchie centinaia di milioni di esseri umani, attratti dal miraggio dell’arricchimento e da una migliore qualità della vita.

Illusioni queste ultime destinate in gran parte al fallimento, con i nuovi venuti presi in trappola dai più biechi circuiti di sfruttamento, legali e illegali, che fanno riferimento alla macina spietata della globalizzazione. Infatti, per far funzionare la macchina produttiva, mondialmente interconnessa e interdipendente, saranno sempre più necessarie in futuro masse sterminate di nuovi schiavi del lavoro, da impiegare in particolare nei circuiti assistenziali alla persona e alle famiglie, a beneficio quindi di una popolazione che invecchia sempre più rapidamente in questo nostro Occidente obeso, in via di spopolamento. Allora, come si inverte questo processo delle migrazioni incontrollate, mettendo così fuori gioco i suoi folli fautori?

In due modi: in primis utilizzando le corazzate e l’esercito per respingere in mare l’arrembaggio verso le coste europee e americane di centinaia di milioni di disperati e, contestualmente, blindando le frontiere con ogni forma di barriera fisica e giuridica. L’Umanità, però, che fine farebbe in questo caso? Probabilmente, la reazione “buonista” travolgerebbe i governi democratici occidentali, obbligandoli a rinunciare alla loro prova di forza. Praticamente, si farebbe peggio nel tentativo di fare meglio. Rimane così in piedi solo la strategia alternativa seguente, definibile come “La teoria dell’inversione del principio colonialista”.

Per capirci, per secoli l’Europa e l’America del Nord si sono arricchiti sfruttando le ricchezze di territori appartenenti ad altri continenti, oggetto di conquista militare e di occupazione amministrativa, cosa che ha consentito di sostenere a buon mercato le loro economie agricole e della prima industrializzazione ad alta densità di manodopera, con lo sfruttamento delle classi proletarie urbanizzate e degli immigrati, anche facendo ricorso alla deportazione di milioni di schiavi dall’Africa. Ora “basta” (si fa per dire!) invertire questo processo. La lezione (distorta) sul “come” ce la sta dando la Cina con i suoi finanziamenti e i mega progetti intercontinentali relativi alla “Road & Belt Initiative”, resa possibile dalla sua turbo economia globalizzata e dall’ibridazione tra comunismo e capitalismo delle multinazionali e delle mega concentrazioni industrial-finanziarie.

A sostenere questo gigantesco e inusitato “Balzo in avanti”, di denghista memoria, è stata messa in piedi un’economia drogata dai finanziamenti di stato per qualche decina di trilioni di yuan, che ha sì sostenuto una crescita economica annuale a due cifre per due decenni di seguito ma che, come contraccolpo mortale, ha devastato gli equilibri naturali di un territorio immenso a seguito della creazione di molte megalopoli da decine di milioni di abitanti ciascuna che, nell’attuale fase di contrazione dell’economia cinese, porterà inevitabilmente all’esplosione di un’immensa bolla immobiliare destinata a far impallidire quella dei subprime di Wall Street. Se fosse vissuto nella Cina comunista odierna, probabilmente Karl Marx sarebbe ricorso alle cure degli eredi di Sigmund Freud!

Ma, le nostre mega Vie della Seta dovrebbero funzionare in modo inverso rispetto alla strategia cinese, laddove Pechino ha stanziato qualche trilione di dollari da dare in prestito alle economie dei Paesi africani e asiatici che intendono sviluppare proprie grandi infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali e di sfruttamento minerario. Lo ha fatto, però, inserendo clausole vessatorie nei contratti relativi, per cui chi non riesce a restituire i prestiti concessi deve cedere alla Cina in comodato d’uso e per decenni risorse e ricchezze proprie del suo territorio. Ecco, le nostre “Vie dell’Oro”, invece, debbono poter convergere sui ricchissimi continenti di Africa, America Latina e Asia facendo “esattamente” il contrario del modello cinese: ovvero, stanziando almeno il triplo (diciamo, per esempio, trenta trilioni di dollari in dieci anni tramite la sottoscrizione di un debito in comune) in base al seguente schema.

I soldi sono affidati a un fondo mondiale per la creazione di grandi infrastrutture a livello almeno sub continentale: gli Stati delle economie meno sviluppate dei tre continenti, che vogliano accedere ai finanziamenti del Fondo, mettono a disposizione le aree territoriali relative, federandosi tra di loro su di uno o più grandi progetti, in merito ai quali si accordano donatori e beneficiari, con quest’ultimi che stabiliscono “l’oggetto” della prestazione. Dopo di che, una volta approvate le grandi opere, il Fondo bandisce concorsi internazionali per la loro progettazione ed esecuzione. Le imprese vincitrici sono vincolate a utilizzare parte della manodopera locale, sostenendo pro-quota la loro formazione, in modo da impiegare milioni di giovani delle popolazioni autoctone, con il fine di ridurre drasticamente, se non di elidere, i potenziali flussi delle migrazioni di massa.

L’obiettivo ultimo è di favorire la rinascita anticolonialista di continenti ricchissimi, ma politicamente e socialmente disastrati. Ad esempio, per l’Africa assetata, in particolare, si potrebbero realizzare grandi impianti costieri di dissalazione (vedi Israele!) delle acque marine per l’irrigazione di terreni aridi e per la fornitura di acqua potabile a nuove città “orizzontali”, perfettamente armonizzate con l’ambiente circostante! Inoltre, sempre in Africa, il forte insoleggiamento quotidiano potrebbe essere sfruttato dalle energie rinnovabili posizionando immensi parchi di batterie solari, per un’estensione di centinaia di migliaia di kmq di terre aride! Si pensi poi agli enormi vantaggi di una digitalizzazione avanzata delle economie dei Paesi debitori, che potrebbero dotarsi, tra l’altro, di un moderno sistema bancario e finanziario ultraleggero e aperto al mondo, cosa che noi abbiamo dovuto costruire nell’arco di alcuni secoli! Infine, il Fondo recupererebbe nel tempo i propri investimenti, ricevendo una quota-parte prestabilita dell’aumento del Pil dei Paesi debitori. I “buonisti” mondiali, che indossino le mezze maniche o la toga, al posto delle loro chiacchiere inconcludenti e pericolose, riceverebbero così il benservito!