Nell’Europa dei nobili ideali regna l’ipocrisia

Il surreale scontro a distanza tra Italia e Francia sulla questione dei migranti che si è consumato nei giorni addietro ci fa capire come, prima di ogni altra cosa, il progetto di integrazione europea necessiti, per andare avanti, di superare l’ipocrisia, prima ancora di quelli che vengono definiti “egoismi nazionali”. Ipocrisia che è il vero neo di questa Europa. Ipocrisia che spinge un Paese – la Francia – che respinge i migranti provenienti dall’Italia alla frontiera di Ventimiglia – non disegnando il ricorso alle maniere forti e non senza aver tenuto i clandestini chiusi in un container per una nottata intera – a salire in cattedra e a scagliare anatemi contro quell’Italia macchiatasi del terribile peccato di non volere più clandestini sul suo territorio e di aver adottato provvedimenti a questo scopo. Ipocrisia che spinge altri Paesi come la Spagna – che i clandestini li fa prendere a fucilate dalla Guardia Civil – o la Germania – che accoglie solo siriani laureati e, possibilmente, non troppo scuri di pelle e di capelli – a schierarsi con la Francia contro l’Italia, che invece non ha altra scelta che tenere fede agli accordi precedentemente sottoscritti i quali ci obbligherebbero ad accogliere chiunque arrivi sulle nostre coste, a identificarlo, a mantenerlo e, se clandestino, a rimpatriarlo. Ipocrisia che spinge Bruxelles a manifestare una solidarietà a parole cui però non seguono mai i fatti.

Si dice che l’Italia non può essere lasciata da sola a gestire i flussi e che deve essere studiato un piano per i ricollocamenti. Altra formula ipocrita, perché è chiaro come la luce del sole che la soluzione non sta nel redistribuire i migranti secondo il proverbiale principio del “mal comune, mezzo gaudio”, ma nel chiudere le rotte migratorie, nel fermare le partenze e gli arrivi. Più si continuerà ad accogliere e più gente continuerà a partire, a finire nella rete dei trafficanti, a morire durante le traversate del Mediterraneo e a ritrovarsi facile preda della criminalità una volta qui, in un Paese del quale non sanno nulla e nel quale non hanno nessuna realistica possibilità di integrarsi.

Naturalmente, è necessaria una soluzione a livello europeo, come più volte auspicato dai vari premier che si sono succeduti, inclusa Giorgia Meloni, ma tale soluzione dovrà essere capace di abbattere l’unico vero muro: quello dell’ipocrisia, per l’appunto, che impedisce agli Stati membri di ovviare al problema adottando tutte le misure del caso. L’ipocrisia di chi si riempie la bocca della parola “umanità” e nella sua cecità ideologica non capisce che non c’è niente di umano nell’accogliere clandestini senza né arte né parte o nel facilitare il lavoro degli scafisti: anche di quelli legalizzati che si nascondono dietro le missioni umanitarie per fare le stesse cose che fanno i trafficanti d’uomini propriamente detti. L’ipocrisia che critica i muri ma non si avvede del fatto che quei muri sono l’unica risposta che le singole nazioni, lasciate sole da un’Europa sempre divisa e sempre troppo affaccendata sulle quisquilie per pensare alle cose veramente importanti per il suo futuro, possono dare a un fenomeno ormai fuori controllo.

No, non è necessario essere dei leader sovranisti, populisti o di estrema destra per recintare i propri confini con reti metalliche e filo spinato: serve solo avere a cuore l’integrità e la sicurezza del proprio Paese; è sufficiente avere senso pratico e concretezza. Altrimenti, per quale motivo la socialista Spagna i muri ce li avrebbe a Ceuta e Melilla e la socialistissima Finlandia guidata dalla giovanissima e determinata Sanna Marin li starebbe costruendo al confine con la Russia?

È chiaro che in Europa nessuno vuole condividere lo stesso gramo destino dell’Italia: nessuno vuole vedersi invaso da centinaia di migliaia di immigrati clandestini. Ma nessuno sembra avere l’onestà intellettuale e la decenza di ammetterlo. Meglio limitarsi a criticare i “cattivoni” che costruiscono i muri e l’Italia che cerca di mettere dei freni alle attività delle Ong. Anche su questo ci sarebbe molto da dire: servono a poco gli “sbarchi selettivi” o il sequestro delle navi delle Ong. Si tratta di misure palliative, che non toccano il cuore della questione: bisogna chiudere ogni strada all’immigrazione illegale, aprire corridoi umanitari per i veri profughi e respingere ogni tentativo di ingresso irregolare nel Paese. Se l’Europa non è in grado di provvedere, allora dovremo farlo noi di nostra iniziativa.

Quando tutti criticheranno l’Italia per la sua disumanità, l’Italia metta in luce la doppia morale degli altri Stati europei, che sono umanitari e pro-accoglienza fin quando sono gli altri a doversi farsi carico dell’intera faccenda, ma che diventano improvvisamente draconiani nella difesa dei confini quando tocca a loro dimostrare di essere coerenti coi principi manifestati.

Nessuno vuole una simile incombenza, nessuno vuole trovarsi in una situazione simile a quella in cui l’Italia ha versato per anni e anni. Questo dovrebbe essere il punto di partenza per una nuova politica europea sull’immigrazione, che all’intransigenza nel respingere l’immigrazione illegale e nel rimpatriare chi illecitamente soggiorna sul territorio europeo, unisca la vera umanità nel costruire degli hotspot in Africa per permettere ai veri profughi di trovare asilo in Europa e di giungervi in sicurezza. Ma prima di tutto bisogna avere la capacità di confessare a sé stessi e alle proprie delicatissime coscienze i propri limiti naturali anche nello spalancare le braccia a quella parte di mondo che sta peggio di noi. Perché il prezzo dell’aiuto da dare agli altri non può essere l’immolazione o l’annientamento di sé. L’Europa non è una “Repubblica dei martiri”, ma una comunità di Stati che cercano di difendere meglio i loro interessi stando assieme. Non spetta a noi risolvere i problemi del resto del mondo: a maggior ragione che ne abbiamo fin troppi dei nostri.