Pd, Bonaccini dà il via alla lunga fase congressuale

Stefano Bonaccini si candida alla segreteria per cambiare il Pd. Ripartendo dal territorio. Dalla sua sezione di Campogalliano (Modena). Figlio di un camionista e di un’operaia, entrambi iscritti al Partito comunista, classe 1967, il presidente della Regione Emilia-Romagna nel 1990 fa in tempo a candidarsi al Consiglio comunale nelle liste di quel Pci che solo un anno più tardi si trasforma in Pds. Bonaccini dà il via alla lunga fase congressuale che si concluderà il 19 febbraio. “Mi è parso giusto dirlo prima di tutto a voi e dirlo qui. Cioè agli iscritti del mio circolo, ai compagni e alle compagne, agli amici, nel mio comune. Peraltro, io sono nato proprio lì davanti, in questa piazza”. Il presidente della Regione Emilia-Romagna sfida apertamente il gruppo dirigente. Il suo, giura, non sarà il partito delle correnti. “Non chiederò a nessuna corrente di sostenermi né vorrò il sostegno di qualsivoglia corrente. Io – ribadisce in un altro passaggio – non mi sono mai iscritto a una corrente e lo voglio dire ai più giovani: si vive benissimo lo stesso, direi anche meglio. Credetemi, è anche l’unico modo per essere davvero una comunità. Altrimenti perché un volontario dovrebbe montare una Festa de l’Unita, fare volantinaggio o partecipare a una manifestazione?”.

Poi lancia un’altra stoccata: “A me ha fatto una certa impressione vedere tutti i dirigenti di primo piano del nostro partito candidati nei listini e mai nei collegi uninominali, dove i voti devi andarli a strappare uno a uno per vincere. Se vogliamo che il cambiamento sia profondo e arrivi ai cittadini anche la classe dirigente deve essere rinnovata. Cambiando però metodo, o se preferite tornando all’antico”. Al territorio. Incalzato da Lucia Annunziata nel corso della trasmissione tivù In mezz’ora in più, su Rai 3, Bonaccini ammette di avere sostenuto Pier Lugi Bersani nel 2009 e Matteo Renzi nel 2013. “Ma non ho mai aderito alle loro correnti”. Quanto a Elly Schlein, sua probabile avversaria per la conquista della leadership del partito, Bonaccini replica: “Schlein? Ci stimiamo, ci vogliamo bene e abbiamo lavorato benissimo insieme in Regione. Non mi sentirà mai usare una parola che non sia rispettosa e di affetto per lei”.

Nel corso de L’aria che tira, su La7, Bonaccini risponde a una domanda sulla possibilità di conciliare la candidatura alla guida del Pd con la presidenza dell’Emilia-Romagna. “Il fatto stesso che tanti me lo abbiano chiesto – sottolinea – significa che è opinione prevalente che io ce lo possa fare. Peraltro, per quasi sei anni sono stato presidente della conferenza delle Regioni, non è propriamente un secondo lavoro come altri e quest’anno è il sesto anno che sono presidente delle città, comuni e regioni d’Europa. Sono sicuro di poter conciliare le due cose, altrimenti non me lo sarei mai permesso. Mancano due anni alla fine del mandato. Ho mille difetti, ma una qualità: mi circondo di persone capaci, qualcuna meglio di me e in Regione Emilia-Romagna ci sono tante persone di qualità”.

Sono numerose le reazioni alla candidatura di Bonaccini alla segreteria dem. Secondo il leader di Articolo Uno Roberto Speranza, “non ci sono donne o uomini della provvidenza, il Pd non risolve i suoi problemi di identità con una chiamata ai gazebo”. In un’intervista alla Stampa, l’ex ministro risponde a una domanda sulla possibile vittoria di Bonaccini. “Vogliamo costruire – afferma Speranza – una casa nuova dove non ci sono padroni e ospiti, un lavoro da fare insieme, coinvolgendo tanti che oggi non si sentono rappresentati. Partecipiamo per dare battaglia sul merito a partire dalle questioni sociali: se si trova una strada comune, un’identità e un programma condiviso anche la scelta del segretario diventa meno drammatica. Io sono interessato a quella prima parte del congresso, quella costituente: se si parte dai nomi, non va bene”. Le idee di Schlein vi corrispondono? “Il fatto che abbia scelto di partecipare è una bella notizia, ma lei stessa sa che non esistono uomini o donne della provvidenza. Va affrontato il tema di fondo dell’identità del partito”.

Dario Nardella, probabile candidato alla segreteria, non scioglie ancora le sue riserve. Sulle candidature del Pd “prenderemo le decisioni e lo faremo dopo domenica. Lo faremo insieme al nostro mondo politico di riferimento. Ho sempre detto fin dall’inizio prima le idee e poi i nomi e voglio essere coerente con questo principio. Ogni settimana è decisiva, ma lo è prima di tutto per il dibattito sulle idee. Ora siamo concentrati sulla convention di domenica, vogliamo organizzare una bella giornata di confronto. Ora questo è l’obiettivo, poi vedremo. Per domenica abbiamo avuto l’adesione del movimento nazionale di Volt, l’adesione del movimento dei sindaci di Italia in Comune. Parteciperanno molti amministratori di città importanti, avremo anche l’intervento del responsabile dei giovani della Uil, dei sindaci di Napoli, Bologna Manfredi e Lepore, spero anche del sindaco di Milano Sala e di molti altri primi cittadini. Interverranno anche forze politiche. Ora siamo concentrati sull’obiettivo di domenica e poi vedremo”.

Anche Goffredo Bettini, storico dirigente nazionale dem, si esprime sulle prospettive di linea politica del prossimo congresso. “Non ho candidati. Appoggerò chi, interamente o in parte, raccoglierà le suggestioni, le prospettive e gli orientamenti che indico nel mio libro A sinistra. Da capo. Ho una impostazione di programma. Non abbiamo bisogno di un congresso in cui si confrontano volti e candidature che poi vengono sottoposte alle primarie anche sulla base delle loro capacità di comunicazione, di notorietà. Abbiamo bisogno di candidati che presentino la loro visione delle cose, del mondo, il loro programma fondamentale. Il Pd non può vivere in una sorta di unanimismo com’è stato finora, in quella che ho definito come mezzadria dell’anima, cioè non si capisce bene da che parte sta e alla fine è incolore”.

Secondo Bettini, è necessario gli iscritti “sulle politiche che propongono i candidati. Ci sia un confronto chiaro, non reticente, tra linee politiche, ma siccome siamo il Partito democratico chi perde non si ingrugna. Dobbiamo far discutere e scegliere ma non in maniera generica e su allusioni. Ad esempio, la parola ‘riformista’ non significa più niente perché la utilizzano tutti. La vera questione che pongo è che c’è una parte del Pd che ha una posizione accondiscendente, non dico apologetica, sullo sviluppo così com’è. C’è un’altra parte che è critica, ma non perché vuole tornare al comunismo (queste sono fandonie). Chi dice che si vuole tornare al comunismo, in realtà non accetta non una critica ma nemmeno una increspatura al capitalismo”.